[FF] “Lei” VM18
1.La mia punizione
Ecco l’alba. Un nuovo giorno per gli umani, nient’altro che la continuazione di una nuova vita per me. Una vita che dura da decine e decine di anni ormai, una nuova vita che non ho chiesto, che ho ricevuto mio malgrado, ho accettato e ho vissuto al meglio delle mie possibilità. La mia nuova vita mi ha dato molto, tanto, tantissimo. Mi ha dato una famiglia, composta da fratelli e genitori fantastici, la migliore famiglia che uno come me potesse aspettarsi.
La mia nuova vita mi ha dato, o meglio mi ha donato una compagna meravigliosa, colei che ha riempito i miei nuovi giorni, le mie nuove notti; colei che mi conosceva ancor prima che io conoscessi lei, che sapeva ciò che sarebbe stato di noi ancor prima che lo sapessi io.
Eccola, accanto a me, disegna col suo tocco delicato i prossimi vestiti che indosserà. Ha passato l’intera notte a studiare nuovi modelli, nuove linee che certamente si adatteranno alla perfezione al suo corpo minuto. Quel corpo che vorrei fosse fragile, delicato, sensibile come se fosse vivo, come se non appartenesse a lei. Fingo di leggere l’ennesimo libro di Storia; mi chiedo sempre più spesso se lei non sappia tutto, se non abbia già capito, già visto tutto. Ultimamente non riesco ad evitare di guardarla e sentirmi in colpa, non riesco a non sentirmi confuso, agitato mentre sto con lei. Neppure la mia naturale freddezza, la mia capacità di mantenere il controllo riescono ad evitarmi queste sensazioni.
Detesto sentirmi così, è più forte di me. Io sono colui che può controllare le emozioni altrui… perché non riesco a controllare le mie? Per quanto tempo riuscirò a nascondere quello che sto vivendo, covando come un malanno da settimane ormai, da mesi? E soprattutto, sarò in grado di continuare a fingere?
La mia mente non cessa un solo secondo di lavorare. Mi sento come un guerriero che combatte contro se stesso, e contro la sua stessa famiglia. La colpa non è loro, però, è solo ed esclusivamente mia. Non è colpa di Alice se può vedere il futuro, e per questo mi obbliga a non prendere decisioni a non essere certo di quello che sento, di quello che provo. Non è colpa di Edward se può leggermi nella mente. Quello è la battaglia più grande per me: proteggermi dal potere di mio fratello, proteggere i miei pensieri dalla sua abilità. So benissimo che non entra nella mia testa (come in quella di tutti) di proposito, per spiarci: lo fa inconsciamente e si sforza quanto più possibile di escluderci, di darci quanta più privacy possibile.
Nonostante questo, non posso permettergli di entrare nella mia testa, o almeno di leggere i miei veri pensieri. Mi sforzo 24 ore su 24 di pensare alle cose più svariate, di pensare a tutto, tranne a quello che vorrei pensare. Mi permetto il lusso di pensarci adesso perché Edward non è in casa, e so che quando è lontano non può sentirmi.
Ci siamo solo io ed Alice: Emmett e Rosalie sono a caccia con Esme e Carlisle, Edward è da lei. Ormai non fa altro che passare le notti da lei, con lei. Si allontana solo per cacciare, e lo fa per pochissime ore. Non c’è momento che non passi con lei: in classe, a mensa, qui a casa nostra, a casa sua: di notte, di giorno. Per Edward esiste solo lei, lei, lei, lei.
E’ una tortura, è un supplizio che mi sta portando alla pazzia. E’ qualcosa che non ho chiesto, è qualcosa che non ho desiderato, mai, finché non è capitata, finché non è arrivata sconvolgendo le nostre vite. Lei.
La mia nuova vita mi ha dato tutto quello che volevo; una casa, una famiglia, una compagna. Non chiedevo altro, non volevo altro per me, per noi. Poi è arrivata lei. Indesiderata, non voluta, non richiesta. Perché? Perché? Perché doveva capitarmi una cosa simile, perché proprio a me? Ho peccato più e più volte nella mia vita, presente e passata, ho tolto la vita a persone innocenti e ho vissuto come un animale per anni: è questa la mia punizione? E’ arrivato il momento di pagare per gli errori che ho commesso? Sarà lei la mia punizione?
Ho vissuto una vita violenta, una vita fatta di sangue e violenza, prima di conoscere Alice.
Ho iniziato a viverne un’altra fatta d’amore, di pace, di affetto, quando ho conosciuto la mia compagna.
Quella che vivo adesso è una vita di menzogne, di sotterfugi, di inganni e di bugie. Mento alla mia famiglia, cerco di ingannare i loro poteri in ogni modo, passo il tempo a fingere, a combattere contro quello che sento, che provo, che desidero.
Lei.
Il mio unico pensiero, sepolto sotto migliaia e migliaia di pensieri fittizi, che coprono quello principale. Il mio unico desiderio, che nascondo agli occhi di tutti, che camuffo con la gentilezza e la diffidenza nei suoi confronti.
Lei.
Fino a quando sarò in grado di fingere? Cosa accadrebbe se gli altri lo scoprissero? No, non accadrà mai: continuerò a mentire; continuerò a restare lontano da Edward il più possibile, in modo che non ascolti i miei pensieri; continuerò a non decidere, a non esser certo di nulla, in modo che Alice non possa vedere nel mio futuro. Se dovessero scoprirmi, sarebbe la fine: la mia fine, la fine della mia famiglia, la fine della mia nuova vita.
Perché questo? Perché a me? Perché lei? Avrei di gran lunga preferito che si fosse trattato di una mia simile, di un vampiro come me. Ma lei… lei è ciò che io non sono più, ciò che io mai sarò di nuovo. Lei è viva, delicata, fragile e sensibile come vorrei che fosse il corpo che mi sta accanto in questo momento. Vorrei stringerla, carezzarla, possederla. Vorrei che fosse mia.
Lei, che non sarà mai mia.
Lei, la mia tortura, il mio tormento.
Lei è tutto, ormai, è tutto per me.
Lei è la ragazza di mio fratello.
Lei è Bella.
2.Il compleanno
Sei mesi fa ho scoperto di amare Bella. Ho scoperto che non la odiavo, che non la mal sopportavo, ho scoperto che provavo per lei interesse misto ad affetto, misto a desiderio fisico, misto a voglia fortissima di farla mia. Per un attimo ho creduto d’impazzire, temevo che Edward lo avrebbe scoperto subito e che mi avrebbe ucciso all’istante; temevo che Alice potesse capire tutto, che Carlisle leggesse nei miei occhi lo smarrimento, l’irrequietezza, che Esme iniziasse a preoccuparsi troppo per me. L’unica di cui non mi sono mai preoccupato è stata Rosalie. Nel suo mondo fatato fatto di abiti, auto, profumo e trucco, Rosalie resta sempre ai margini dei problemi altrui; finché il suo piccolo mondo è salvo, non esiste per lei alcun problema. All’inizio della storia di Edward con Bella, i pensieri di Rosalie – assieme ai miei – erano i più cattivi, i più egoisti. Lei non voleva che Bella fosse un pericolo per la nostra nuova vita, io non volevo far altro che tornare alla mia vecchia vita, fatta di sangue e di violenza.
Col passare dei giorni ci siamo entrambi resi conto di quanto quest’umana fosse importante per nostro fratello, di quanto la sua felicità fosse importante per noi. Ed io ho capito che Edward aveva smesso di cercare nelle nostre testa, soprattutto in quella mia e di Rosalie, alla ricerca di una minaccia, di un segnale di pericolo per la sua amata.
Col passare dei giorni mi sono anche reso conto che ciò che volevo per Bella non era violenza, sangue, morte.
Me ne sono reso conto esattamente sei mesi fa, quando io e la mia famiglia abbiamo lottato per lei, quando abbiamo combattuto tutti contro James, il nostro simile assetato del suo sangue. Il suo sangue… il sangue di Bella… a me non fa l’effetto che fa a mio fratello. Volendo paragonare il sangue di Bella a qualcosa che tutti potrebbero comprendere, per me è come il cibo per un affamato. Non mangio cibo umano da più di un secolo, e per me non è un problema; la sete di sangue che la mia nuova vita mi impone, la voglia di carne animale che ho imparato a gestire… queste cose non sono un problema. Tuttavia a volte la curiosità è fortissima: gli umani vanno letteralmente matti per dei cibi che io non conosco, che non ho mai provato, il cui sapore di certo mi nauseerebbe; tuttavia resta la curiosità, la voglia di sapere che sapore ha la Coca Cola, la pizza ai peperoni, un piatto di spaghetti, un panino farcito di tonno e maionese. Ho osservato ed osservo ogni giorno cosa fanno gli umani quando vedono una torta piena di panna, una mela ricoperta di cioccolato, o un semplice piatto di ravioli al pomodoro. Impazziscono, letteralmente, più o meno come io impazzivo quando agli inizi della mia vita con Alice sentivo nell’aria odore di sangue umano. Stavolta però è diverso: il sangue di Bella non rappresenta per me il semplice sangue umano, non rappresenta un desiderio violento, affamato, un desiderio simile a quelli avuti nel passato. Rappresenta la stessa curiosità, la stessa voglia di sapere che sapore ha la pizza, la torta di mele col gelato, l’aragosta al whiskey oppure il panino con l’hamburger. Non desidero bere il suo sangue, non lo farei mai, non potrei mai farlo. Il desiderio che mi scoppia dentro è quello di toccarla, accarezzarla per un solo attimo, poterle accarezzare una guancia senza rischiare che mio fratello mi salti al collo – cosciente dei miei pensieri.
Sei mesi fa è stato difficile, molto difficile. Resistere, quando James voleva portarcela via… resistere quando Edward l’ha affidata a me e ad Alice. In quel motel… era così vicina, così debole e sofferente. L’unica cosa che ho potuto fare per lei è stata addolcire l’atmosfera, tranquillizzare il suo animo angosciato, terrorizzato. Piccola, debole, fragile Bella. La vedevo dormire in quel letto, agitata e calma allo stesso tempo, grazie al mio potere. Alleviare la sua preoccupazione, in quel momento, è stata la cosa più bella del mondo. Per la prima volta ho sentito che la mia abilità era utile, sono stato felice, felice di esserle di aiuto, anche in quel modo così limitato. Avrei voluto stringerla a me, darle calore.
C’era Alice però, e tutti i miei pensieri hanno preso vie parallele.
Pensavo al bene di Bella in relazione al bene di tutti noi, nascondendo che in realtà desideravo il suo bene e la sua salvezza solo per poterla vedere ancora, per poter guardare di nuovo la sua pelle rosea, i suoi occhi di cioccolata. Quando ci ha ingannato entrambi – me ed Alice – all’aeroporto, è stato terribile. Non sapevamo dove fosse, Edward era lì e ho dovuto per l’ennesima volta controllare i miei pensieri, la mia mente. Ho imparato ad usare il mio potere su me stesso, cercando di calmarmi, di mascherare l’ansia, il dolore, l’agitazione.
Uccidere James è stata una liberazione: l’ho fatto provando piacere; l’ho fatto per Alice, e ancore di più per Bella.
E poco importa se per lei il suo salvatore, il suo angelo è stato Edward: lui ha fatto molto effettivamente, ha rischiato tutto per la sua ragazza. Poco importa se al ballo di fine anno ho finto di avere occhi solo per la mia compagna, poco importa se dovrò fingere anche stasera: aver contribuito a salvare la vita di Bella è una delle cose migliori che abbia mai fatto. Lo è davvero.
Stasera fingerò ancora, chiuderò i miei desideri e i miei pensieri in quello che una volta era il mio cuore, e sarò il solito Jasper che non ha occhi che per Alice, il solito Jasper freddo e distaccato. Alice ha organizzato qui a casa una festa per il compleanno di Bella. Non sono pienamente convinto che Bella gradirà gli addobbi, i regali, la torta, ma sono convinto che di certo sorriderà a tutti noi, ci ringrazierà con le sue maniere educate e gentili, col suo modo di fare che mi ha fatto innamorare di lei: spaventato, forte, gentile eppure fragilissimo.
Mi terrò a dovuta distanza, anche se il mio unico desiderio sarà quello di stringerla a me, di baciarle i capelli e di annusare il suo respiro caldo e profumato. Le farò gli auguri, parteciperò alla consegna dei regali fatti dagli altri, anche se il mio unico desiderio sarà quello di salire in camera, aprire il mio vecchio baule e darle una cosa che custodisco da oltre 90 anni, una cosa che per me ha avuto scarso significato, finché Bella non è arrivata nella nostra vita.
Sono certo che apprezzerebbe il mio regalo, sono certo che le piacerebbe.
Tuttavia mi limiterò ad essere il solito Jasper. Saluti, auguri, distanze. Nessuno deve accorgersi di nulla, tantomeno lei. Non ha occhi che per Edward, è vero, ma se si accorgesse di quello che provo per lei, autolesionista com’è di certo scapperebbe a gambe levate.
Sarà una serata tranquilla, perfetta come al solito. Esme e Carlisle saranno dolci e amorevoli come sempre, Rosalie continuerà ad essere Rosalie, Emmett farà il pagliaccio come al solito, Edward sarà ancora più devoto ed innamorato, io ed Alice saremo in simbiosi, come da copione.
Nessuno leggerà nella mia mente, nessuno vedrà nel mio futuro, niente potrà rovinare la festa di Bella. Sarà perfetta. Ne sono sicuro.
3.Vulcano
Nel 1862, mentre ero impegnato a combattere la guerra civile, conobbi un italiano, si chiamava Luigi. Faceva parte, assieme ad altri suoi connazionali, di un gruppo di volontari che sposarono la causa del mio popolo ed attraversarono l’oceano per combattere fianco a fianco con noi. Con lui strinsi un forte legame, ed anche se le nostre lingue erano differenti, riuscivamo a comunicare con facilità; mangiavamo assieme, dormivamo negli stessi campi e ci rammendavamo calzini e divise a vicenda; comunicavamo con estrema facilità anche grazie ai disegni, alle figure. Luigi aveva un talento particolare per il disegno e non appena aveva un minuto libero la sua eccezionale fantasia e il suo marcato talento gli regalavano cose fantastiche. Luigi morì pochissimi mesi dopo il suo arrivo nella mia Brigata, durante una delle tante battaglie. Presi in custodia momentanea i suoi effetti personali, compresi i suoi disegni, e sfogliando il suo vecchio quaderno ne trovai uno che mi colpì molto: raffigurava una bambina dal volto tondo, gli occhi vivi ed un sorriso accennato; un vestito dalle maniche gonfie ed un nastro nei capelli pieni di boccoli completavano il tutto. In alto, una scritta in italiano, il cui significato ho scoperto qualche anno dopo. Di tutti i disegni di Luigi, quello della bimba fu l’unico che tenni per me, in ricordo della nostra breve amicizia e soprattutto perché mi sentivo stranamente attratto da quella figura. Il semplice ritratto di chissà chi mi teneva con gli occhi fermi sul foglio per minuti, per ore. Cosa ancora più strana, riusciva a distrarmi, a rilassarmi quasi… un caso decennale di sindrome di Stendhal probabilmente.
Ho tenuto quel disegno nel baule per tutto questo tempo, ce l’ho adesso fra le mani e non posso non guardarlo. Ora più che mai ho bisogno di quel volto, di quel sorriso e di quegli occhi. Ora che non ho più la possibilità di stare accanto a Bella, mi perdo in questa Bella, quella disegnata da Luigi. Non so perché scrisse questo nome in fondo alla pagina, me lo sono chiesto per anni; col tempo ho imparato che nella sua lingua questa parola è un aggettivo, non solo un nome proprio. Mi sono sempre chiesto perché fossi così legato a quella bambina, perché quel nome: ho dato un significato al tutto quando ho conosciuto Bella. E’ stato come se dopo più di un secolo il disegno si fosse all’improvviso completato, come se finalmente quel ritratto avesse cominciato a parlarmi.
Ed ora mi ritrovo come prima di conoscere Bella: io e il pezzo di carta ormai decrepito, lo guardo e cerco di trovargli un nuovo significato.
Come ha potuto Edward lasciarla? Come? Dove ha trovato la forza per abbandonarla dopo il mio gesto? Pensavo di potercela fare quella sera, di poter resistere. Invece non ce l’ho fatta; ho combinato quel che ho combinato e il risultato è questo: Edward è andato via, ha lasciato Bella. Per un attimo, quella sera, ho temuto che le mie vere intenzioni potessero essere scoperte. Invece tutti hanno interpretato il mio gesto come una sete di sangue, come il bisogno impellente ed urgente di uccidere Bella. Mi sono meravigliato della mia capacità di nascondere tutto per l’ennesima volta, in particolar modo ad Edward. Quando il nastro ha tagliato la pelle di Bella, il mio pensiero è stato uno solo: proteggerla, di nuovo, ancora; era in una stanza piena di vampiri e il suo dito sanguinava, non ho pensato ad altro che proteggerla: dalla sete di Edward, da quella di Esme, dal disprezzo di Rosalie per un avvenimento simile. Mi sono scaraventato su di lei con probabilmente più passione del dovuto, e il mio gesto è stato interpretato nel modo sbagliato.
Avevo già salvato la vita di Bella in passato, come avrei potuto farle del male? Come avrei potuto ferirla? Non lo avrei mai fatto.
Sono passati 2 mesi, ed è come se sulla mia famiglia si fosse abbattuta una catastrofe: Esme è in ansia per Edward, che ha deciso di allontanarsi anche da noi. Emmett ha perso un fratello, e si comporta come se io non fossi altro che un parente lontano venuto in visita; una visita non desiderata fra l’altro. Alice… povera Alice: è costretta a stare lontano da Bella, che per lei è molto più di un’amica, ed Edward le ha ordinato tassativamente di non spiare nel suo futuro, di lasciarla in pace.
Egoista, falso, ipocrita e ora più che mai consumato nell’animo, ho colto quest’ordine come una manna dal cielo. Poiché se Alice non guarda nel futuro di Bella, allora non può vedere me. Non può vedermi, ora, qui in camera sua, seduto sul pavimento, accanto al comodino mentre la guardo dormire. Non può vedermi tutte le volte che vengo a trovarla a Forks, e la guardo andare a scuola, tornare a casa, andare a fare la spesa.
Come ha potuto Edward lasciarla? Come riesce a starle lontano in questo modo? A volte temo che lui torni mentre sono qui… cosa gli direi? Mi crederebbe se gli dicessi che sono semplicemente passato a controllare che la ragazza stesse bene?
Bella non sta bene, si vede. Soffre come un cane, non vive più, vegeta. Ha perso il suo colorito roseo, è dimagrita. Mangia a stento, a stento studia e a stento esce con i suoi amici. Non è più la Bella che ho conosciuto mesi fa, non è più la Bella tanto somigliante alla bambina disegnata da Luigi.
Ed è solo colpa mia. E’ solo colpa mia se Edward l’ha lasciata, se adesso lei vive così. Se fossi meno egoista, più nobile d’animo come mio fratello, me ne andrei anche io, adesso, e non tornerei mai più. Ma non riesco, non ce la faccio.
Dovrei lasciarla alla sua vita, ma non posso farlo, non ora che lei sta così.
E non posso lasciarla alla sua vita perché ho bisogno di lei, dei suoi occhi vivi, del suo sorriso; ho bisogno della mia Bella.
“Jasper?”.
Oh, no.
Riesco a vedere i suoi occhi di cioccolata anche al buio della stanza, ed è chiaro che anche lei ha visto i miei: siamo a pochi centimetri di distanza, lei sdraiata a letto, io seduto sul pavimento. Oh, no, cosa le dico adesso?
Mi osserva ad occhi aperti, tranquilla, un sorriso accennato. “Jasper, sei tu? Sei vero? Ti sto sognando?”
Quello sguardo mi toglie il fiato, mi deconcentra, mi fa sentire sospeso a 30 metri da terra. E’ così serafica, così dolce e serena; sembra quasi che sia contenta di vedermi. E’ possibile o sto immaginando tutto?
“Sei un sogno, vero?” ripete di nuovo.
“No, Bella, non stai sognando” le dico inclinando la testa di lato, e sorridendo.
L’espressione accennata di prima diventa un vero e proprio sorriso quando ascolta le mie parole, e gli occhi diventano pieni di scintille.
“Siete tornati? Quando?! Edward dov’è?”. Mi spara queste domande a raffica e in un baleno si mette a sedere sul letto, completamente sveglia.
“No… Bella, non siamo tornati. Io… io sono qui, ma con me non c’è nessuno…”. Ovviamente, il suo primo pensiero è stato per lui. Ed ovviamente, per me è stata una pugnalata.
“Tu… perché tu sei venuto qui? E’ successo qualcosa ad Edward? Ad Alice? Jasper, perché sei venuto qui?”
Perché sono innamorato di te. Perché ho bisogno di starti accanto. Perché guardarti dormire è la cosa più dolce ed eccitante che possa esistere. Perché sei eccitante anche ora, mentre parli e non ti rendi conto che mi siedi di fronte con addosso solo un top e le mutandine.
“Perché… sono venuto perché volevo assicurarmi che tu stessi bene”. Falso, ipocrita, bugiardo. Talmente falso che non resisto ed abbasso lo sguardo, e lei lo nota, subito. Dolce, eccitante, intelligente Bella.
“Jasper, per quello ti sarebbe bastato osservarmi di giorno, a scuola. Perché sei seduto sul mio pavimento nel bel mezzo della notte? E’ successo qualcosa…. Se è successo qualcosa io voglio, devo saperlo.”
Se significasse toglierle quell’ondata di tristezza che le attraversa il viso, gli occhi, le direi ‘si, siamo tornati, Edward è tornato, andrà tutto bene, sarà tutto perfetto come prima’. Ma non posso mentirle, non voglio mentirle su una cosa simile.
Mi alzo dal pavimento con un solo scatto, rapido e silenzioso; non smette di guardarmi in attesa di una risposta. “Scusami Bella, non sarei mai dovuto venire qui, mai. Dopo tutto quello che ho… scusami, ho sbagliato. Non tornerò più, te lo prometto, non mi vedrai più”. Le parlo con il solito sguardo basso, lo sguardo da codardo che non sono altro.
Mi avvicino alla finestra da cui sono entrato, la apro.
“No, Jasper. Non andare via” mi dice in un sussurro. Mi volto a guardarla e la trovo in piedi stavolta, poco distante da me, ma ancora vicina al letto. La luce della luna si riflette sul suo corpo quasi nudo, e a fatica trattengo il desiderio di andarle accanto e stringerla a me. Non devo farlo, non posso.
“Non andare via” ripete, a beneficio delle mie orecchie incredule.
“Vuoi che resti?”
“Sei l’unico che è tornato… lui non è tornato… tu… resta qui, per favore”. La voce mi sembra quasi rotta dall’emozione, e gli occhi sono allo stesso tempo tristi e terrorizzati.
“Ok, resto qui” le dico accennando ad un sorriso, mentre lei si rimette a letto e io torno seduto accanto al comodino.
“No” mi dice mentre si rimette sotto le coperte; è ignara di come la differenza di temperatura causata dalla finestra aperta possa far fiorire il suo seno sotto il top; è ignara di ciò che una visione simile scateni in me, della voglia di lei che una cosa simile scateni in me. “Non sederti lì” mi dice.
“Oh… scusa… hai ragione, c’è la sedia a don…”
“No. Mettiti qui, accanto a me, sul letto”. Ho capito bene? Vuole che mi stenda con lei sul suo letto? Questo va oltre la mia più fervida immaginazione, questo va oltre ogni mio più contorto pensiero. Cosa faccio?
Mi sollevo di nuovo dal pavimento e, lento come forse non sono mai stato in vita mia, mi siedo accanto a lei, sul piumone che la copre quasi interamente. Di certo avrà freddo, con me accanto. Lento come prima, se non di più, mi sdraio facendo attenzione ad ogni movimento: non voglio che si spaventi.
Se avessi del sangue dentro di me, sono certo che ora avrei i brividi. Due mesi dopo il suo compleanno, eccomi qui, steso accanto a lei, nella sua casa, nel suo letto. Posso sentire il suo cuore battere ad una velocità superiore alla media, posso sentire il profumo del suo respiro da una distanza mai raggiunta prima, avverto i suoi capelli vicini ai miei, sento la forma delle sue gambe coperte dal piumone. Tutto questo è una tortura per me, è una vera e propria tortura.
Mi ha chiesto di restare, e anche se mi sembra assurdo, lo farò. Lo farò perché è un suo desiderio, e non potrei mai dire di no ad un suo desiderio.
“Jasper?”. Sentire il mio nome uscire dalle sue labbra è come un raggio di sole sulla mia pelle gelata. Piacevole, bellissimo, straordinario.
“Bella?” le rispondo continuando a guardare il soffitto. Se mi girassi verso di lei, se guardassi il suo viso in questo momento… non so se riuscirei a controllarmi.
“Baciami.”
Oh, no. Continuo a guardare il soffitto, evitando di respirare, evitando persino di sbattere le palpebre.
“Baciarti? Bella, cosa stai dicendo? Io…”
E mentre rifletto su cosa dire alla velocità della luce, si alza su un gomito e si avvicina al mio viso, innocente e pericolosa allo stesso tempo.
E’ una tortura, è un supplizio, lento e feroce.
E’ vicina più di quanto non lo sia mai stata, il suo profumo è incredibilmente vicino, lo sento nonostante mi impedisca di respirare. Mi guarda dall’alto, al buio, e rispondo al suo sguardo con gli occhi carichi di desiderio. Li sento bruciare per il desiderio, la voglia di baciarla, baciarla tutta.
I pugni stretti non riescono a calmarmi i nervi. Gli occhi chiusi non smettono di bruciare.
“Jasper… baciami”. Me lo dice con le labbra a pochi centimetri dalle mie, la voce calda e suadente che ho sognato di sentire per tutti questi mesi.
Gli occhi affamati di aprono di scatto, e il desiderio che è in me, represso, soffocato, frustrato da troppo tempo, erompe come un vulcano.
4.Il paradiso
“Bella, tu non vuoi che io ti baci” le dico in preda al desiderio più sfrenato. Ogni gelida parte di me mi dice che l’unica cosa da fare è calmarla, farla ragionare; ogni parte di me ancora legata all’uomo che sono stato invece, mi chiede, mi supplica di sfiorarle le labbra, di sollevarla su di me e prenderla, possederla, fino al mattino dopo. “Tu sei solo sconvolta per l’assenza di Edward… io non sono Edward… tu e lui… voi… io non posso, non posso”.
“Jasper” il suo profumo troppo vicino, troppo pericoloso; i miei pugni ancora stretti. “Pensi davvero che io non mi sia mai accorta di nulla?”
Oh, no.
“Pensi che io non abbia mai notato il modo in cui mi guardi? Anzi, il modo in cui non mi guardi? Pensi che io non abbia capito?”
Fermo, di ghiaccio, una statua; la sua voce profumata si fa strada nelle orecchie, nella testa, nel cuore. Ha capito, ha sempre capito. Ho lottato per nascondere tutto ad Alice ed Edward, e nel frattempo lei ha capito tutto.
Intelligente, eccitante, perspicace Bella. Sento il calore del suo corpo nonostante la camicia ed il maglione, nonostante la corazza che posseggo al posto della pelle.
“Bella… Bella, io non dovrei essere qui. E’ tutto sbagliato, tutto. Devo andarmene”. Mi alzo dal letto con la solita lentezza ma con altrettanta fretta. Un altro minuto, un altro secondo qui con lei e davvero potrei non rispondere più di me. Faccio il giro del letto per avvicinarmi alla finestra ma, più veloce di me, mi si piazza davanti, le mani lungo i fianchi.
“Jasper, lui non è tornato. Lui non è qui adesso: mi ha lasciata mentre lo imploravo di non farlo, mi ha detto che non sono adatta a lui. Non tornerà, ormai inizio a farmene una ragione”. Negli occhi la tristezza mista alla consapevolezza. “Tu sei tornato. Sei qui; allora resta qui, con me. Stanotte resta qui, e baciami”
“Perché?” è l’unica cosa che riesco a dire, con gli occhi fissi su quelle morbide labbra, rosa come le sue guance.
Mi risponde avvicinandosi, e sollevando la mano per riporla sulla mia guancia di marmo. Il contatto mi fa tremare quelle che dovrebbero essere 2 gambe d’acciaio, mi mette in moto il cuore che non esiste.
Mi guarda con i suoi grandi occhi, dal basso, sorridendomi. “Perché voglio sentire il tuo sapore, Jasper. Baciami; so che vuoi farlo; fallo, baciami”.
Con le mani più delicate che abbia mai avuto, attento per non farle del male, l’avvicino a me mentre non smette di guardarmi negli occhi, accesi e curiosi come non mai. Siamo a pochissimi centimetri di distanza… posso sentire il suo cuore correre all’impazzata, poco lontano da quello che una volta era il mio cuore.
Schiude le labbra, pronta a baciarmi, ma decido di stupirla, e di esaudire un mio piccolo desiderio. Veloce come quelli come me sanno essere, inclino il capo e le do un bacio.
Sul collo.
Inspiro tutto il suo profumo, dalla sua pelle, dai capelli: sento il sangue pulsare nelle vene, sento i muscoli del collo rilassarsi: le do un bacio con le labbra schiuse leggermente… non voglio che i miei denti le facciano paura… le bacio la pelle calda e il contatto con la mia, fredda, mi rende il vampiro più felice della Terra. E’ elettrizzante, emozionante, favoloso. Le do un altro bacio, con le labbra più umide, sotto l’orecchio, sfiorandole il lobo con la punta del naso. Sposto i capelli dalla schiena e mi allungo per darle un bacio, un altro, sulla scapola. Sento il suo respiro caldo nell’aria, sempre più caldo, sempre più affrettato.
Non ho mai baciato un’umana, non in questo modo almeno. Non ho mai avvertito il desiderio di farlo, non ne ho mai avuto l’occasione. Ora sono con quella che fino a poche settimane fa era la ragazza di mio fratello, e la sto baciando. Con tutta la dolcezza, con tutto l’amore che posso. Non voglio farle del male, voglio solo continuare a sentire il suono del suo cuore, del suo respiro. Voglio che il suo calore continui a posarsi su di me.
“Jasper…”
“Bella…” mi scosto quel tanto che basta per guardarla in viso. “Ti sto facendo del male?” le chiedo con apprensione.
“No… non mi stai facendo del male”. Mi parla con la voce rotta dall’emozione, il suo cuore è ancora un cavallo in corsa: corre per me, corre grazie ai miei baci.
E’ così sbagliato sentirsi felici? Per una cosa così piccola? Il suo cuore batte all’impazzata, io ne percepisco ogni battito e ne sono felice.
Mentre penso a quello che mi sta accadendo, la vedo salire sulle punte, piccola e leggera; si avvicina alle mie labbra e vi poggia le sue nel modo più innocente, puro e allo stesso tempo focoso che possa esistere. Con entrambe le mani tiene il mio viso fermo (come se potessi fuggire, in un occasione simile) e preme le labbra sulle mie, in quello che sembra un bacio da bambini dell’asilo.
Oh, no.
Non resisto, e a mia volta le prendo il viso fra le mani, fredde, ma attraversate da corrente elettrica; rispondo al suo bacio con molta più passione, più veemenza, più calore. Come per magia trovo subito la sua lingua, calda, di fuoco; la trovo e la tocco con la mia, l’accarezzo, l’assaporo con le labbra, con la lingua. Accompagna il mio bacio con lo stesso trasporto e mentre lo fa porta le dita fra i miei capelli, accarezzandoli prima, afferrandoli poi, quasi con forza.
“Tu… tu non puoi baciare così” mi dice staccandosi all’improvviso, il respiro ancora accaldato.
Il mio primo pensiero è quello di averle fatto del male con la mia irruenza. “Sono stato troppo… troppo violento?”
“No, quello che intendevo… tu mi hai baciato normalmente, con… con la lingua”.
Resto per un attimo smarrito.
“E’ così che ci si bacia da dove provengo io” le dico, aggiungendo un sorriso.
“Io… Edward non ha mai…”.
Riecco Edward. Maledizione, lo detes… Un momento, Edward non l’ha mai baciata così? Mai?
Attirandola a me con estrema facilità, avvicinandomi al suo orecchio, le dico quello che avrei voluto dirle da tempo. “Io non sono Edward. Mi chiamo Jasper, e sono un vampiro. Se vuoi, sarò il tuo vampiro. Almeno per stanotte”.
La mia vicinanza le causa il batticuore, continuo a sentirlo. Non è spaventata, è eccitata all’idea di ciò che le mie parole possano significare.
“Lo voglio” mi dice in un soffio.
Non aspettavo altro. La sollevo in braccio, una mano sotto le ginocchia, l’altra dietro la schiena. L’adagio con leggerezza sul letto, e con altrettanta leggerezza le accarezzo la gambe: dal ginocchio salendo, sulle cosce; calde, sempre più calde, si schiudono automaticamente mentre la mano si fa strada sulla pelle bollente, chiara e liscia. Con la mano libera le sfioro le labbra, piene e rosse, rosse del sangue che sento affluire più veloce in tutti i punti più eccitabili. Li sfioro, e sfiorandoli percepisco il suo profumo, che diventa più forte secondo dopo secondo.
Ho tanta voglia di lei, ma ho anche paura. Di farle del male, di essere troppo impulsivo ed agitato. Eppure vorrei lasciarmi andare completamente. Forse percepisce il mio imbarazzo, la mia tensione, fatto sta che dopo qualche minuto mi afferra per il maglione, e mi trascina sul letto, su di lei.
“Jasper… di che colore erano i tuoi occhi… prima?”. Me lo chiede mentre infila le mani sotto al maglione, tirando la camicia fuori dai pantaloni. E’ veloce, più di me, poiché senza neppure rendermene conto mi ritrovo con le sue mani sui fianchi; mani calde, voraci, che mi attirano ancora di più a lei.
“Azzurri” le dico accarezzandole i capelli, il viso, a pochi millimetri dalle sue labbra. Adesso i miei occhi ardono di desiderio, posso sentirli; spero che non le facciano paura, o che almeno non le facciano troppa paura.
“Jasper, vorrei chiederti un favore…”
“Tutto ciò che vuoi” le rispondo, le mani che giocherellano con le bretelle del top, gli occhi fissi sul suo seno, un fiore che vorrei far sbocciare sotto le mie mani, sotto la mia lingua.
“Lasciati andare. Comportati come vuoi comportarti da sempre. Con me, stanotte, fai ciò che vuoi. Non avere paura, non sentirti a disagio. Ok?”
E sia. Addio, Jasper gelido e calcolatore; benvenuto, Jasper voglioso ed innamorato.
Non appena finisce di parlare, l’attiro a me, baciandola. Un bacio vero, un bacio di quelli per cui il suo cuore inizia a pompare sangue come un indemoniato. Riapre gli occhi, chiaramente eccitata, e mi guarda con gli occhi caldi, pieni di eccitazione. Le bacio di nuovo il collo, facendo attenzione a non starle troppo addosso, e dal collo scendo sulle bretelle del top, afferrandole con i denti: geme, di piacere. Non pago, con i denti tiro giù entrambe le bretelle, lasciandole il decolleté scoperto. Usando le mani, porto la sua coscia destra sui miei fianchi, massaggiandola e strizzandola un pochino. Mi guarda, rapita; negli occhi vedo lo stesso calore di prima, se non maggiore. Riprende ad accarezzarmi i capelli, e a baciarmi. Le piace farlo, lo sento; le piace la mia lingua, le piacciono i colpi leggeri che le do sulle labbra. Li cerca, mi cerca, mi desidera.
Sento il suo bacino avvicinarsi al mio, quasi a mimare un movimento la cui sola idea mi fa impazzire. Si avvicina e quasi si avvinghia al mio corpo, noncurante del freddo, vogliosa e basta.
Con la mano con cui prima le toccavo le gambe, prendo a toccarle il seno: lo stringo, lo palpo e lascio che il suo calore mi riscaldi la mano.
Non ho mai odiato tanto un indumento in vita mia.
Le tolgo definitivamente il top e resto per un attimo ad ammirare i suoi seni: gonfi, tondi, sodi e vellutati come piccole pesche che non aspettano altro che essere colte e mangiate. Interpretando il mio pensiero, senza dire niente mi attira col viso su quel paradiso, lasciandosi scappare un mugolio quando le mie labbra gelide raggiungono i capezzoli. Come chicchi di melograno, fioriscono e crescono al freddo del mio contatto; li sento gioire assieme alla mia lingua, che li assapora e li nutre di passione. Con la mano stretta nei capelli, Bella mi obbliga a fare quello che sto facendo, e la cosa non fa altro che eccitarmi ancora di più. Mi desidera, posso sentirlo chiaramente.
Col bacino continua a muoversi verso di me, e non resisto. Svelto e silenzioso, le infilo una mano nelle mutandine, cogliendola di sorpresa. Si ritrae per un attimo, spaventandomi.
“Ti ho fatto male?” le chiedo, accorgendomi per la prima volta di avere il respiro affannato.
“No… è solo che… non me l’aspettavo…” mi dice con fiato altrettanto corto.
“Quindi non ti dà fastidio se faccio… così”, le dico con un sorriso quasi beffardo, guardandola dritto negli occhi, mentre con due dita le massaggio il monte di Venere; posso sentire chiaramente la sua eccitazione, l’intero corpo che si rilassa sotto il mio tocco, il battito inarrestabile del suo cuore.
Scuote il capo, come per dirmi di no. E lo fa di nuovo: si aggrappa al mio corpo, muovendo il bacino; dall’alto, le mie dita si spingono verso il basso, diventando calde all’istante. Mi faccio strada nel Paradiso, e scopro un altro grado della sua eccitazione. Non è bagnata, è fradicia. Il tocco freddo delle mie dita ottiene l’effetto sperato: un altro mugolio. Continuo a guardarla dritto negli occhi, che probabilmente sputano fuoco come i miei, e anche lei lo fa.
“Continua…” mi dice in un sussurro, mordendosi il labbro dopo averlo detto.
Esplorare il suo fiore nascosto, sentirla sciogliersi minuto dopo minuto, è un sogno che diventa realtà. Quante volte ho sognato questo momento, quante volte ho immaginato questo istante.
Ed ora eccola, sotto di me, eccitata all’inverosimile; eccitante, piccola, eccitantissima Bella.
Le allargo le labbra con un dito, mentre con l’altro le sfioro delicatamente il clitoride; mi guarda in preda al piacere ed automaticamente, al mio tocco, schiude completamente le gambe, sollevando il bacino e togliendosi da sola l’ultimo indumento che ha addosso. Resto di nuovo sconvolto dalla sua velocità, e dalla sua sete di passione.
Mi attira nuovamente su di se, e guidando la mia mano fra le cosce mi sussurra “Jasper, fammi godere”. Lo desidera, e io desidero lei.
Guidato dalla sua mano, mentre con l’altra mi tiene stretto a se baciandomi, la porto al piacere in questo modo. Le massaggio il clitoride, una piccola ciliegia rossa in mezzo a due gambe da favola: la penetro con delicatezza, con un dito prima, con due poi, muovendole in circolo lentamente, portandola quasi allo sfinimento.
Quando non la bacio, la guardo in viso; i suoi occhi vanno letteralmente in fiamme quando raggiunge il culmine, gemendo con la voce rotta, pronunciando il mio nome più e più volte.
E’ il Paradiso. Io e Bella, è il Paradiso.
Nuda, calda, le guance rosse e il cuore pazzo per l’orgasmo: quanto tempo ho atteso per vedere Bella così, quanto ho desiderato questo momento. Ed ora sono felice, felicissimo.
Si accuccia accanto a me, come prima noncurante del freddo del mio corpo. Allungo una mano per afferrare il piumone e ricoprirla, sono certo che ben presto il calore post piacere lascerà spazio al gelo. La stringo forte, attento a non farle male.
“Grazie, Jasper” mi dice, con un filo di voce, roca.
“Non lo fare. Mai. Non ringraziarmi mai” le dico, con la voce convinta e ferma.
Non potrei tollerare un ringraziamento, non in un momento simile.
Sento il suo sorriso e il suo respiro tiepido attraverso il maglione. E’ piacevole, è bellissimo.
Mi resta accanto per un paio di minuti, ferma e tranquilla.
“Jasper…” mi dice, il capo chino sul piumone, ancora stretta a me.
“Bella… dimmi.”
“Adesso tocca a me.”
5.Un’ umana
Lo farebbe in pochi secondi, probabilmente non sarei neppure in grado di rendermene conto. Mi staccherebbe la testa, le braccia, e con assoluta certezza, in un impeto di cattiveria e desiderio di vendetta, anche le parti intime. Se Edward mi vedesse adesso, per me non ci sarebbe scampo.
Se Alice mi vedesse adesso… non oso neppure pensarci. Non voglio pensarci.
Voglio lasciarmi andare, per una volta. Una sola notte.
“Jasper, hai sentito quello che ti ho detto?”. La voce di Bella mi desta dal mio viaggio mentale, riportandomi alla realtà. Avvolta nel piumone caldo, completamente nuda, mi giace accanto dopo che le ho dato piacere. Me l’ha chiesto e l’ho fatto; volevo farlo, l’ho fatto.
Cosa c’è di male in questo? Tutto.
Dovrei andare via? Si.
Sono in grado di lasciarla in questo letto? No.
E non è per il sesso, non è per la voglia che ho di toccarla, di fare l’amore con lei. O almeno, non è solo per quello. E’ perché non voglio andare via. Non voglio che si senta di nuovo abbandonata, non voglio tornare in una casa popolata da gente in ansia per il figliol prodigo, che quasi certamente non tornerà. Non voglio tornare in quel clima freddo, voglio restare qui, al caldo, con Bella.
Se non fossi certo della mia natura, potrei quasi sentirmi umano in questo momento.
Un ragazzo di 20 anni che passa la notte con un’altra ragazza. Una cosa normalissima.
Ah! Che sciocco che sono, sciocco e illuso!
“Pianeta Bella chiama pianeta Jasper”.
“Scusami, Bella… sono qui. E ho sentito quello che mi hai detto”. La stringo con delicatezza, per non farle sentire troppo il freddo del mio corpo. “Posso chiederti una cosa?”. Le parlo tranquillamente, accarezzandole i capelli morbidi.
“Sì, certo”
“Cos’hai provato…. poco fa? Cos’hai sentito mentre ti toccavo? Vorrei che me lo raccontassi”. Un po’ mi vergogno per la mia richiesta, ma la curiosità è fortissima.
“Cosa intendi? Le mie sensazioni… durante?”
“Beh…si”. Per fortuna non posso arrossire, mi sento un emerito idiota.
“Te ne parlo, solo se mi dici una cosa”
“Tutto quello che vuoi” le dico immediatamente, con un sorriso.
“Io penso che tu abbia molta più esperienza di me… in questo tipo di cose… perché vuoi sapere cosa si prova da me?”
“Perché io non ho mai avuto rapporti con un’umana. E quando dico mai intendo mai”.
Ecco, l’ho detto.
“Oh”. Non aggiunge altro, almeno a parole. Dal piumone lascia spuntare un braccio, la cui mano si posa dolce sulla mia guancia. Mi sorride, quasi come per scusarsi della domanda che mi ha fatto. “Sei mai andato sulle montagne russe, Jasper?” mi chiede.
“Si, qualche volta”.
“E hai mai corso in moto?”
“Si, più di qualche volta”
“Hai visto il Grand Canyon? Hai mai visto la tua squadra di baseball vincere? Hai mai gioito per qualcosa di totalmente inaspettato?” Mi parla rapidamente, snocciolandomi domande su domande senza darmi il tempo di elaborarle.
“Si, ho fatto tutte queste cose Bella… ma perché me lo chiedi?”
“Metti assieme le sensazioni che ti hanno dato questi avvenimenti, moltiplicale per 10 e poi ancora per 10. Così avrai metà delle sensazioni che ho provato prima” conclude, il viso rosso come una fragola, una fragola da mordere. “E’ stato talmente intenso, forte… che, devo ammetterlo, per un attimo ho pensato che stessi usando il tuo potere su di me”. La fragola diventa un peperone.
“No, mai! Bella, che vai a pensare!” mi ritrovo quasi a strillare. “No, non lo farei mai, non in una situazione del genere, non con te, mai!”
“Lo so, tranquillo. Ma ho sentito talmente tante emozioni sconvolgenti in così pochi secondi… è indescrivibile. Jasper, vorrei… ricambiare il favore… per farti capire almeno in parte ciò che si prova… con un’umana”.
Non mi spiego come riesca a farlo.
Un attimo è piccola, indifesa, timida, rossa in viso. L’attimo dopo è una donna con la D maiuscola, capace di tramutare il veleno che ho nelle vene in sangue, e di farlo ribollire.
Un attimo mi preoccupo di non farle del male, di non ferirla. L’attimo dopo il mio unico pensiero è quello di mostrarle quanto sono eccitato, quanta voglia ho di possederla.
Il mio unico desiderio, adesso, è quello di dirle “Si, ricambia il favore, mostrami cosa si prova a ricevere piacere da un’umana”, ma contemporaneamente mi sento come se avessi approfittato già troppo di questa serata, come se fossi andato troppo oltre.
All’improvviso mi sento mortalmente in colpa, angosciato, terrorizzato.
Cosa sto facendo? Ad Alice, a mio fratello, ma soprattutto a lei, a Bella?
La mia piccola, amata Bella.
Dovrei volere il suo bene, dovrei agire nel suo bene.
E il suo bene non è questo. Non è con me, qui.
Il suo bene, anche se odio pensarlo, rendermene conto, è con Edward. Io conto poco e niente, non sono altro che un vampiro che una volta è stato ragazzo, ha vissuto con un disegno che non aveva significato fino a pochi mesi fa e che è arrivato in ritardo di anni, di mesi; un vampiro che è incastrato in una vita che forse non gli appartiene più.
Non so cosa sia meglio per me; so però cos’è meglio per Bella.
“Jasper, dove stai andando?” mi chiede con un pizzico di tristezza mista allo stupore, mentre mi alzo dal letto e mi avvio verso la finestra. Stavolta non riuscirà a fermarmi; ho deciso.
“A cercare Edward”.
6.La carta Italia
Conosco Edward da quasi 60 anni. Non è mai cambiato, fisicamente parlando. Nell’ultimo anno, ho assistito a più cambiamenti nel suo carattere di quanti ne abbia notati in tutti gli anni passati. Terrorizzato, preoccupato, angosciato, felice, al settimo cielo, estasiato.
A volte ho contribuito – con la mia abilità – a calmarlo, a renderlo più sicuro e più tranquillo. A volte l’ho fatto per sentirmi meno in colpa, visto quello che gli nascondevo. Ho cercato di comportarmi nel miglior modo possibile, per il suo bene.
Adesso non ho più bisogno di nascondergli nulla, sono certo che in questo momento sta leggendo nella mia mente ogni singola parola, avrà visto tutto quello che è accaduto nei giorni scorsi. Questione di pochi attimi e mi attaccherà, è matematico.
Ho corso ininterrottamente per ore, da quando ho lasciato Bella. Non mi sono neppure voltato per salutarla, sono scappato come un vigliacco. Ho avuto paura, paura che guardandola in quegli occhi color cioccolata non avrei più avuto il coraggio necessario per fare quello che devo fare.
Questo palazzo è disabitato da anni, se non da decenni. Si dice che i suoi appartamenti abbiano ospitato decine e decine di desaparecidos durante gli anni 70 e 80; negli 90 è stato scelto come abitazione da malviventi e senza tetto di ogni tipo. Adesso è diventato la nuova residenza di mio fratello. E – ne sono convinto – di un elevato numero di topi e animali di ogni tipo; le pareti diroccate, l’erba alta che dal giardino entra nelle finestre rotte, gli alberi che circondano lo stabile come uno scheletro. Ha deciso di venire qui, ad isolarsi; in un paese in cui c’è il sole anche di notte, è costretto all’ultimo piano del palazzo, con le finestre (o quello che rimane di esse) serrate, steso su un pavimento che porta i segni di lotta e vandalismo, vestito di abiti che probabilmente una volta erano di un altro colore e di certo più puliti.
Non ho dovuto bussare, in questo posto le porte non esistono. Così come non esistono sedie, letti, divani, mobili di ogni tipo. Quelli come noi non ne hanno bisogno, ma questo ambiente mi colpisce allo stomaco, più e più volte. E il dolore è atroce, così come è atroce guardare mio fratello, dall’alto, disteso a terra con gli occhi chiusi, 2 grosse cuffie collegate ad uno stereo che evidentemente si alimenta con delle batterie, visto che in questo luogo la corrente elettrica non esiste. Le braccia stese lungo i fianchi, le gambe di poco divaricate; riesco a sentire anche io cosa sta ascoltando, tanto è alto il volume: Carl Perkins, Blue Suede Shoes.
Se non fossi certo del fatto che è vivo, mi preoccuperei della sua totale immobilità. Perché non mi salta addosso? Perché non apre gli occhi e mi salta al collo? Forse ha in mente di farmi attendere più del dovuto, forse ha deciso di terrorizzarmi in questo modo.
Povero Edward. Povero fratello mio. So che potrà sembrare strano, ma vederlo così è atroce. Anche per me, che ho tradito la sua fiducia, anche per me che ho fatto quel che ho fatto. Non l’ho mai visto così; anche nei giorni più cupi degli anni passati, anche quando Bella era in pericolo… non l’ho mai visto così. Adesso è come se… come se si fosse arreso. Come se restando steso su questo pavimento gridasse ‘fate di me quel che volete’, come se non avesse più niente per cui vivere. Il rock allegro degli anni ’50 che esce dallo stereo rende il tutto persino grottesco.
Ho paura. E’ inutile girarci attorno, ho paura. Di morire, oggi. Ora.
E – altra nota grottesca – nonostante la paura, so che me lo merito. Merito di morire.
“No che non lo meriti”. Apre gli occhi e allo stesso tempo si solleva da terra, in poco meno di un secondo; toglie le cuffie e le ripone accanto allo stereo, sul pavimento lercio. Indietreggiare per me è inevitabile, così come è inevitabile mettermi in posizione di difesa. Almeno proverò a difendermi. Spero solo che faccia in fretta.
“Ho detto che non meriti di morire. Mi hai sentito?” mi ripete, in piedi, al buio della stanza.
Lentamente mi sollevo in piedi, e riesco ad osservarlo meglio. Gli occhi sono più neri di un cielo coperto, più neri del buio. Chissà da quanto tempo non va a caccia.
“Più o meno da un mese” mi risponde, leggendomi nel pensiero.
“Edward, io sono venuto…”
“Le sto provando tutte” mi dice interrompendomi, nella voce la rassegnazione mista all’amarezza “Ma non riesco. Ce la sto mettendo tutta, ma non ci riesco.”
“Non riesci a fare cosa?” gli chiedo immediatamente, non comprendendo.
“A morire”. La pece nei suoi occhi è niente se paragonata all’oscurità della sua voce. Mi osserva con tranquillità, non riesco a leggergli dentro la voglia di uccidermi.
“Infatti non ne ho voglia. E neppure la forza. A cosa servirebbe, poi? A riportarmi indietro? A farmi stare meglio?”
Forse farebbe star meglio me.
“Non credo” mi dice con un sorriso amaro. “Staresti meglio senza di lei? Pensi che io stia meglio adesso?”
Non riesco a rispondere ad una sola delle sue domande. Mi colpiscono come pugnali, e fanno male come se si trattasse di pugnalate vere.
Sa. Ha visto tutto, ha letto tutto nei miei pensieri. Sa.
“So. Tutto”. Calca sull’ultima parola con più rabbia, ed eccomi di nuovo in posizione di difesa, pronto ad un suo attacco. “Ti ho detto che non voglio ucciderti, Jasper. Non lo farò. Piantala col metterti in posizione. Tra l’altro, questo palazzo è pericolante da prima che nascessimo entrambi… pensi che reggerebbe uno scontro fra di noi? Con tutte le probabilità del caso, crollerebbe al primo attacco.”
Riesce a strapparmi un sorriso, e a sorridere della sua stessa battuta. Sempre più grottesco.
“Edward, io sono venuto per parlarti. Non posso andare avanti così, da codardo. Un conto è che tu lo legga nei miei pensieri, un conto è che tu lo sappia da me, lo senta dalla mia voce”.
Si siede sul pavimento, le gambe incrociate. Mi invita a fare lo stesso, e lo imito in pochissimi secondi. “Cosa vuoi che ti dica, Jasper? In tutta sincerità, cosa ti aspetti da me?”
Non lo so.
“Non posso darti la mia benedizione, non posso dirti che sono contento per te. Non posso dirti che hai fatto la cosa giusta, non posso dirti ‘bravo, continua così’. Non ti dirò niente di tutto questo”.
Riecco il sorriso amaro di prima. “Ma non ti dirò neppure il contrario: non ti dirò che voglio ucciderti, perché non voglio farlo, non ti dirò che ti sei comportato nel modo sbagliato, non ti dirò che stai sbagliando. Non ti dirò di pensare ad Alice, di aver pietà di Alice, o di aver pietà di me. No Jasper, non ti dirò neppure questo”.
Ogni parola è una pugnalata. Sempre più profonda, sempre più dolorosa.
“Ciò che ti dirò, ciò che ti dico è: vai via. Vai via e non tornare più qui. Non farti più vedere da me, non venire più a cercarmi. Non voglio ascoltare le tue parole, non voglio ascoltare dalla tua voce quello che ho visto negli ultimi giorni nei tuoi pensieri. Sarebbe troppo, sarebbe troppo. Non potrei… non potrei sopportarlo. Vai via, Jasper, e non tornare mai più.”
“Perché Edward? Perché non mi uccidi e la facciamo finita?”
“Perché voglio che torni da lei. Voglio che tu torni da lei e che te ne prenda cura. Jasper, io ho fallito. E ora che so che tu non hai mai cercato di ucciderla, mi rendo conto che ho fallito ancora di più. Avrei dovuto capire, avrei dovuto rendermene conto prima. Torna da lei, e fa ciò che io non sono riuscito a fare… prenditi cura di lei. Amala, dalle quell’amore che io non sono riuscito a darle. Rendila felice.”
Perché non escono lacrime da questi occhi? Perché?
“Edward, tu e Bella siete fatti…”
“Non dire il suo nome”. Lo sguardo nero mi trafigge con altre 2 pugnalate. “Non pronunciarlo, non farlo mai più. Adesso vattene. Vai via”.
Mi alzo, con le gambe di ghiaccio, gli occhi fissi su quello che una volta era mio fratello, ed ora non so più chi sia. Le sue parole mi hanno sconvolto; pensavo mi avrebbe smembrato e dato fuoco.
E’ andata molto peggio. Desidero morire.
“Lo desidero anche io, Jasper. E non è detto che in qualche modo non ci riesca. Mi resta ancora la carta ‘Italia’”. L’ennesima risata amara si tinge di una nota tetra, che mi dà i brividi.
“Edward, non dirai sul serio? Edward, torna a Forks con me. Torna a casa, cerchiamo di parlarne con calma. Carlisle saprà sicuramente come sistemare le cose, e tu e lei… tu e lei potreste…”.
“Vai via. E non tornare più”.
Mi volto di scatto, quasi per fuggire da quegli occhi scuri. Non faccio in tempo a raggiungere la porta, e me lo trovo di fronte: lo stesso sguardo scuro, un lievissimo sorriso sul volto provato dalla sete e dalla sofferenza. Mi poggia la mano sulla spalla, e guardandomi negli occhi mi sussurra “Dì ad Esme che sto bene, e di non preoccuparsi per me. Lo farai, vero?”
“Si, lo farò” gli dico, e lo abbraccio con tutta la forza che posseggo. Mi abbraccia anche lui, forse per la seconda o terza volta in quasi 60 anni.
Probabilmente per l’ultima volta.
7.Il consiglio di Rosalie
Un mese dopo.
Piove, sai che novità. Il cielo è completamente grigio, la pioggia è di quelle fitte che ti penetrano nelle ossa, di quelle che non ti bastano una serata davanti al camino ed una tazza di cioccolata calda per stare meglio. Come al solito, parlo per sentito dire. Gli umani odiano la pioggia, la maggior parte di essi almeno. Per me è occasione di relax, poiché raramente piove durante una giornata di sole. Se piove, quelli come me possono uscire liberamente, senza il pericolo di essere scoperti.
Alice è a caccia con Esme, Carlisle è in ospedale, Emmett e Rosalie sono… oh beh, non voglio saperlo. I vasi pieni di fiori curati da Esme mi fanno compagnia, sotto al portico, mentre la pioggia continua a scrosciare, del tutto indecisa a fermarsi. Non percepisco altri rumori, o altri suoni. La pioggia mi fa compagnia, il suo ticchettio sulle superfici dure della casa, il suo cadere molle e lieve sull’erba, sulle foglie, il suo accumularsi nelle pozzanghere, nei sottovasi.
Ho perso il mio disegno. Non lo trovo più. L’ho perso durante la corsa per raggiungere Edward, poiché quando sono tornato qui non l’avevo più. Che stupido. E’ stupido aggrapparsi ad un disegno, ed è stupido che io non è abbia avuto abbastanza cura.
Io sono stupido. Passo i giorni e le notti a fingere, come sempre. Comincio seriamente a credere che abbiano tutti capito, che soprattutto Alice abbia capito.
In Brasile, Edward mi ha chiesto di prendermi cura di Bella. Di darle amore. Di proteggerla. E’ quello che voglio fare, ma non so come. E’ una situazione troppo complicata, troppo intricata e difficile. Forse è proprio questo il piano di Edward: darmi la corda con cui io stesso mi impiccherò.
Oh, basta. Penso alle stesse cose da un mese.
Penso a Bella.
Non la vedo da quella notte, da quella dolcissima, emozionante, eccitante notte. Combatto costantemente col desiderio di andare a trovarla, di guardarla di nuovo mentre dorme, ma mi freno. Al di là dei miei pensieri, al di là dei miei desideri, da un mese sono tornato ad essere il Jasper freddo e calcolatore di sempre. Finché non capirò come comportarmi, continuerò ad agire come al solito. Se davvero Alice sospetta qualcosa, non voglio darle l’opportunità di trovare conferma ai suoi sospetti.
La pioggia continua a cadere, ormai è buio pesto.
Sento dei passi, riconosco immediatamente il profumo del vampiro che si sta avvicinando.
“Tornerai prima o poi ad essere quello di una volta, oppure intendi consumarti per l’eternità?”. Quanto odio quel tono di voce sadico e divertito.
“Cosa vuoi?” le chiedo in un sibilo.
“Niente in particolare; vorrei solo sapere se e quando la smetterai di sentirti in colpa per qualcosa di cui non hai colpa”.
“Rose, questi non sono affari tuoi. Lasciami in pace, per favore”.
E siccome le chiedo di lasciarmi in pace, si siede sul divanetto di vimini, poco distante da me.
“Sai, mi piacerebbe tanto sapere quali affari sono miei, in questa famiglia. Io osservo, sempre; e taccio. Ti sto osservando da mesi, Jasper. E so che non si tratta solo del senso di colpa per quello che è successo a Settembre. C’è qualcos’altro. Ho diverse idee, ma per il momento preferisco tenermele per me, non farne parola con nessuno”. L’accento che pone sull’ultima parola mi dà i brividi, assieme a tutto il resto. Chi penso di poter continuare ad ingannare? Il mio stato di tormento è chiaro perfino a Rosalie, quanto tempo passerà prima che Alice faccia 2+2? Tuttavia, cerco di fingere, per l’ennesima volta. Cerco di non farle notare quanta agitazione mi abbiano messo addosso le sue affermazioni.
“Rose, non so di cosa tu stia parlando, davvero. Vorrei rimanere solo, se non ti spiace”.
“Va bene, come non detto. Ti lascio al tuo piangerti addosso”. Si alza in piedi col suo portamento altezzoso ma allo stesso tempo regale e si avvia verso la porta d’ingresso. Si ferma con la mano sulla maniglia, si volta e mi guarda. Sento i suoi occhi addosso, anche se non la sto fissando.
“Cosa, Rosalie?”
“Bella Swan oggi ha comprato 2 moto. Scellerata com’è, non mi meraviglierei se ci si uccidesse a bordo. Immagino però che anche questi non siano affari miei…”. Resto di ghiaccio, a quelle parole. Mi volto, ma Rosalie è già rientrata in casa, lasciandomi da solo con questa informazione.
Tralasciando per un attimo tutto quello che mi ha detto mia sorella, il fatto che molto probabilmente anche lei ha capito tutto… cosa ci fa Bella con due moto? Non ha il minimo senso dell’equilibrio nel camminare, cosa può mai farci con ben due moto? Dove le ha prese? Per chi è l’altra? E come diavolo ha fatto Rose a saperlo?
La trovo in salotto, a sfogliare una rivista sul divano; non avverto la presenza di Emmett, quindi mi lascio andare con le domande. Domande che probabilmente mi si ritorceranno contro come boomerang; non m’importa, devo sapere.
“Come fai a saperlo?” le chiedo sedendomi accanto a lei, che – quasi in attesa del mio ritorno – si gode il momento sfogliando le pagine con una lentezza disarmante
“Come faccio a sapere cosa? Del recente acquisto di Bella o del fatto che fino ad un mese fa hai passato parecchie notti nella sua camera da letto?”. Continua a sfogliare le pagine, facendo chiaramente finta di leggerle. “Oppure vuoi che ti dica come faccio a sapere che l’ultima notte che hai passato lì… beh, non ti sei limitato a guardarla dormire, diciamo così. Cosa vuoi sapere di preciso?”. Chiude la rivista e posandosela in grembo con fare teatrale mi guarda, vispa e divertita. Legge sul mio volto lo shock.
Sa tutto, anche lei, come Edward. E l’unica spiegazione possibile a tutto questo è che…
“Ti ho seguito. Non sei l’unico che a volte preferisce isolarsi da questa banda di tristi vampiri, depressi per l’assenza del principino. Tuttavia, io per isolarmi non vado nella camera da letto di Bella”. Come ho fatto a non accorgermene? Sto davvero perdendo il contatto con la realtà, non so più usare il mio fiuto a dovere, sto perdendo colpi. Sta andando tutto a rotoli.
“Non mi devi alcuna spiegazione, Jazz. Hai ragione, questi non sono affari miei. Alice non ne sa nulla, poveretta”. Sospira con fare affranto, ma subito torna seria. “Non le dirò nulla, se è questo che hai in mente. Ne ho abbastanza di drammi in questa casa, non sarò certo io a crearne un altro. Alice non immagina niente, così come Emmett. Stessa cosa per Carlisle ed Esme… beh, ovviamente loro sono in ansia per Edward, penso che non si accorgerebbero neppure di un alieno che gira per casa”.
Da un lato mi aiuta, dicendomi che non dirà niente ad Alice; dall’altro mi punta contro il dito, usando il melodramma e il tono teatrale.
“Cosa devo fare, Rose?” Io che chiedo consiglio a Rosalie Hale. Sono proprio messo male.
“Prega che a nessuno venga in mente di seguirti come ho fatto io. E cerca di impedire a Bella di rompersi il collo con le moto. Dio solo sa cosa potrebbe accadere se quella ragazza rischiasse nuovamente la vita. Dirò agli altri che sei andato da Jenks a Seattle per una questione improvvisa… mi inventerò qualcosa, tranquillo. Vai.”
Sono basito, sconvolto, shockato. Molto più di qualche ora fa, quando mi crogiolavo nella mia infelicità.
Silenzioso e furtivo, mi arrampico alla finestra di Bella dopo essermi assicurato che non vi sia nessuno nei paraggi, e che suo padre stia dormendo.
Entro in camera, e ciò che vedo è la cosa più triste e allo stesso tempo più dolce che io abbia mai visto. Seduta sul pavimento, con le ginocchia al petto e le braccia strette attorno alle ginocchia, Bella dorme con la testa rivolta dal lato opposto a quello in cui mi trovo io. E’ avvolta nel piumone, la schiena appoggiata al comodino, fra le mani stringe un disegno. Il mio disegno.
L’ho ritrovato.
8.In attesa di Bella
Immobile, come se qualcuno mi avesse incollato i piedi al pavimento, la osservo mentre dorme in quella posizione strana, e senz’altro scomoda. Il mio disegno, vecchio di un secolo, fa capolino fra le sue mani; l’ho perso qui, l’ultima volta che sono stato in questa casa.
Mosso dal bisogno di sollevare Bella da terra e di metterla a letto, ma ancor di più del desiderio di guardarle il viso di nuovo, mi schiodo dall’angolo e le vado incontro.
Non si accorge di nulla, mentre la prendo in braccio e la metto sul materasso; non si accorge di nulla anche quando le appoggio il piumone addosso, e le prendo il foglio dalle mani. Lo ha tenuto con se, per tutto questo tempo. Lo ha trovato dopo che sono andato via, e l’ha custodito.
Mi siedo sul letto, sollevato nel vederla finalmente in una posizione adatta alla sua natura e allo stesso tempo terrorizzato. Sto tirando troppo la corda, prima o poi la spezzerò. Sono qui, andando contro ciò che è giusto. Eppure non sono ancora del tutto certo di cosa sia giusto e di cosa non lo sia. Sto facendo un torto… di più, sto uccidendo il rapporto fra me ed Alice, e questo è sbagliato. Allo stesso tempo (ma forse cerco solo di autoconvincermi di essere nel giusto), sono qui perché Edward me l’ha chiesto, perché mi ha detto di starle accanto, di renderla felice.
Mio fratello ha parlato in preda alla disperazione, pieno di sofferenza e di rabbia verso se stesso. Le sue parole, per quanto forti ed impresse dentro di me, non valgono molto, ne sono cosciente. Sono le parole di un uomo disperato. E io non dovrei considerarle valide, non dovrei porle come giustificazione al mio comportamento.
Penso queste cose e avverto il respiro di Bella diventare più pesante, segno che è completamente assorta nel suo riposo, e che probabilmente non si sta accorgendo di nulla. Una ciocca di capelli le copre il viso… vorrei scostarla non tanto per osservarla meglio, quanto per poterle sfiorare di nuovo la pelle calda. Quella pelle che emana un calore speciale, un calore che riscalda perfino me, che sono di ghiaccio.
Le parole di Rosalie mi hanno messo in agitazione: perché Bella ha comprato 2 moto, cosa vuole farci? Per chi è l’altra?
Osservo la sua piccola e delicata figura e mi sento tranquillo: l’idea di starle accanto e proteggerla mi calma, mi rilassa. Io, il vampiro che controlla l’umore altrui, vengo tranquillizzato da una fragilissima eppure dolcissima, bellissima umana.
Sento il telefono vibrare nella tasca del giubbotto, e in meno di un decimo di secondo lo prendo in mano; è un messaggio, di Rosalie: “Alice ha visto qualcosa; domani Bella verrà qui. Dobbiamo andarcene, non possiamo farci vedere da lei. Torna immediatamente a casa”.
Oh, no. Alice ha avuto una visione, cos’ha visto? Perché Bella verrà qui? Se Alice l’ha vista, vuol dire che lei ha già deciso… perché?
Devo tornare a casa, non posso più stare qui. Devo raggiungere gli altri, discutere con Alice della sua visione, cercando di capire cos’ha visto senza apparire troppo curioso ed apprensivo.
Sperando che non abbia visto anche me.
Mi sollevo con più forza dal letto, e ne ottengo un movimento di Bella, che si gira su un fianco, voltandosi verso di me. Dio, fa che non si svegli proprio adesso. Cosa potrei mai dirle?
Con il disegno fra le mani mi avvio alla finestra, girandomi un’ultima volta per guardarla dormire. Ed ecco che l’idea più sbagliata del mondo mi si affaccia in testa.
Guidato solo dal desiderio di rivederla, guidato dal bisogno di rivederla, afferro la matita dalla scrivania che si trova accanto alla sedia a dondolo e in pochissimi secondi le lascio un messaggio, sul retro del foglio che ho in mano: “Mi troverai ad aspettarti. Jasper.”
Lo appoggio sul comodino, ed esco come un razzo dalla finestra, diretto verso casa.
_____________
“Verrà qui a cercarci, anzi a cercare Edward”. Piccola e minuta, Alice schizza da un lato all’altro del soggiorno, coprendo i mobili con dei lenzuoli bianchi. Esme e Rosalie sono di sopra, a preparare i bagagli. Carlisle è al telefono, lo sento discutere di Alaska, lavoro e di una nuova casa.
“Abbiamo sbagliato a rimanere qui, avremmo dovuto fare quel che ci ha chiesto Edward; sparire tutti”. Dopo aver coperto tutti i mobili, esce di fretta dalla porta sul retro, diretta al garage. La seguo come un automa, cercando di mostrarmi neutrale come al solito, aiutandola mentre svuota il garage, riempiendo la Jeep di Emmett con le attrezzature per il campeggio, alcuni portatili e con 2 valigette contenenti del denaro. E’ chiaramente scossa, ma sembra esserlo per via della partenza sbrigativa, per via del fatto che non potrà rivedere Bella, la sua amica di cui io sono innamorato.
Cerco di calmarla usando il mio potere, e ci riesco. Fermandosi per un attimo, accorgendosi della mia azione, mi si avvicina e si rannicchia come fa sempre fra le mie braccia. La stringo forse più del normale, provando un senso di sconforto e di tristezza, nel vederla così combattuta: ciò che vuole, rivedere Bella, restare qui a Forks e ciò che deve fare, fuggire dal suo arrivo.
“Grazie” mi dice in un sospiro; non mi direbbe mai una cosa simile se sapesse ciò che provo per Bella, se avesse visto nel mio futuro.
Le possibilità sono 2: sa tutto, ed aspetta il momento migliore per smembrarmi e darmi fuoco; non sa nulla, non ha visto nulla, e questo sarebbe davvero un mistero, visto il suo infallibile potere.
Non so in cosa mi convenga sperare. Forse dovrei parlarle. E rischiare di ucciderla con la crudeltà dei miei sentimenti, delle mie parole? No, non posso. Non adesso.
“Ho parlato con Tanya”, la voce di Carlisle ci costringe a separarci, e non mi vergogno di ammettere che ne sono in parte sollevato. “La sua famiglia può ospitarci per qualche giorno, il tempo necessario per procurarci tutto il necessario per trasferirci altrove. Partiremo fra pochissimo, non appena Emmett avrà terminato con gli alberi ed il giardino.”
E’ necessario che questa casa appaia il più abbandonata possibile, in modo che Bella non si ponga troppe domande. Emmett sta lavorando alla velocità con foglie ed arbusti per ricreare un giardino trascurato. Lavoro parzialmente inutile il suo, visto che Bella domani troverà qui me.
“Carlisle, ci servirà Jenks, per i documenti necessari al trasferimento. I nulla osta per la scuola, i documenti per la copertura sanitaria…”. Cerco di parlare nel modo più tranquillo e distaccato possibile. Come se fosse semplice routine. Come se non fosse di vitale importanza per me potermi allontanare da tutti loro e rimanere qui, in attesa dell’arrivo di Bella.
“Hai ragione, Jasper. E’ un problema per te raggiungerlo ed avviare tutte le pratiche necessarie?” La voce di Carlisle non tradisce alcun sospetto, e come potrebbe essere altrimenti.
“No, assolutamente. Mi occuperò personalmente di ogni cosa”.
“Jasper,” Alice mi si avvicina di scatto, guardandomi negli occhi con uno sguardo cheto, ma allo stesso tempo fermo e di ghiaccio, “Rose mi ha detto che proprio questa sera sei andato a Seattle da Jenks. A fare cosa? Non sapevo che avessi bisogno di lui”.
Oh, no. Mantieni la calma, Jasper. Mantieni la calma.
E menti.
“In realtà era lui ad aver bisogno di me. Le foto che abbiamo usato per alcuni vecchi documenti non erano adatte alle tessere plastificate, per cui ho dovuto portargliene altre. Poco male, visto che da domani ci serviranno”. Che bugiardo senza vergogna.
“Oh, bene. Così non dovrai aspettare molto per raggiungerci in Alaska”. Sollevandosi sulle punte, mi stampa un bacio sulla guancia.
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Non mi sono mai ritrovato in questa casa completamente da solo. Sono andati tutti via, lasciandomi l’auto di Rose, per raggiungere Seattle. In realtà ho percorso la statale per 10 minuti, e quando loro hanno preso la direzione Nord per l’Alaska, sono tornato qui. Ho chiamato Jenks e gli ho detto di cos’ho bisogno; gli ho anche detto che lo richiamerò quando andrò a prendere i documenti e a portargli i soldi. Come al solito non ha battuto ciglio, il timore reverenziale che nutre nei miei confronti gliel’ha impedito anche stavolta.
Ed ora sono qui, nella camera mia e di Alice, in cui tutti i mobili – tranne il letto su cui sono appoggiato – sono coperti con teli bianchi ed immacolati, ad attendere.
Chissà se Bella ha letto ciò che le ho scritto dietro il disegno di Luigi. Spero proprio di si.
E spero che non cambi idea, riguardo il venire qui. Se lo facesse, Alice lo vedrebbe. Potrebbe tornare qui, oppure vedere ciò che io ho deciso (restare qui per Bella). In quel caso sarei spacciato.
Come sono ridicolo. Sono ormai l’ombra dell’uomo che sono stato, e non sono neppure l’ombra del vampiro che dovrei essere.
Completamente dipendente da una ragazza. Non una ragazza qualunque. Bella Swan.
Con la mente impiego meno di un secondo per tornare ad un mese fa, a quella notte in camera sua, nel suo letto. Così eccitante, così eccitata. Ripenso ai brevi e ritmati movimenti del suo bacino contro di me, e mi è impossibile non avvertire ogni tipo di brivido lungo il mio corpo.
Ricordo il suo seno, caldo e gonfio sotto i miei polpastrelli; ricordo la sua lingua intrecciata alla mia; è tutto così lontano, eppure così vivo. Vivo non solo nei miei ricordi, nella mia mente… ma anche nel mio corpo. I brividi si trasformano in eccitazione, pensando al suo viso trasformato dal piacere, alle sue cosce dischiuse. Riesco ad avvertire la dolcezza e il calore dei suoi umori sulle mie dita, riesco a sentire i suoi gemiti nelle orecchie.
Avverto la risposta del mio corpo a tutti questi stimoli, e nonostante la fredda pioggia che batte sui vetri, nonostante la mia bassa temperatura corporea, sento il fuoco scorrermi dentro.
Non riesco a smettere di pensare a lei, e mi sento beato nel farlo.
Penso a lei e la immagino qui con me, di nuovo fra le mie braccia.
Penso a lei nuda, con me, in balia delle mie labbra, delle mie mani.
Voglio sentirla ancora pronunciare il mio nome, voglio sentire ancora la sua voce calda e soffice implorarmi di farla godere.
Voglio godere con lei.
Basta un attimo. Mentre sogno ad occhi aperti cose sbagliate ma allo stesso tempo bellissime, non posso fare a meno di assecondare il richiamo del mio corpo. Con la mano comincio ad accarezzarmi la zona più gonfia dei pantaloni che indosso, e sollevandomi sul letto, appoggio la schiena alla spalliera.
Mi tocco, e penso a lei; ai suoi capelli morbidi fra le mie dita; al suo collo profumato e fragile, ricco di terminazioni nervose che lo rendono sensibile e delicato, una tentazione troppo forte per la mia lingua.
Tiro giù la zip e sbottono i pantaloni. La sensazione di calore interiore è ancora più forte, mitigata dal gelo della pelle che ricopre i muscoli tesi, dal freddo che viene da fuori, dal freddo di questa casa.
Nonostante tutto, lo sento. Sento il fuoco percorrermi la mano, fino ad arrivare sotto i boxer.
Ad occhi chiusi, mille immagini scorrono veloci, colorate, vive come se fossero reali, come se stessero avendo luogo in questo momento.
La mano di Bella, al posto della mia, si fa strada fra i miei vestiti, piccola e calda come non mai.
Mi osserva, un lieve sorriso sul volto, mentre con la mano mi accarezza, lenta e piacevole.
Non ha paura di me, il freddo del mio corpo non le crea disagio. Mi lascio andare ancora di più, mentre il movimento della sua mano diventa più veloce.
Senza smettere, si allunga accanto a me, sinuosa e leggera; come se fosse nata per agire così; come se non volesse far altro. Mi bacia e la sua lingua si fa strada fra le mie labbra in modo selvaggio.
La sogno in questo modo, audace, vogliosa, e non smetto di toccarmi, di darmi piacere.
Con la mano procedo in movimenti sempre più veloci, sempre più ravvicinati, così come sono ravvicinate ed accese le immagini che la mia mente produce.
Bella, su di me, nuda. Perfettamente all’unisono con me, muove il bacino tenendo le mie mani ferme proprio lì, sui suoi fianchi. Come a dirmi ‘aiutami, aiutami a muovermi’,
Scariche elettriche mi attraversano tutto il corpo; dalla testa ai piedi ogni centimetro della mia carne grida il suo nome, grida Bella. Brevi flash si accompagnano all’elettricità che percorre il mio membro, gonfio e caldo: ora posso avvertirlo anche io, è caldo. Non c’è sangue dentro di me, eppure mi sento bollente come se ci fosse.
Di nuovo, il viso di Bella si affaccia nella mia mente.
E’ ancora su di me, si muove con la passione e le movenze di una dea, il volto attraversato dal piacere che io le dono. Mi chiama, facendo corrispondere la fine del mio nome all’ennesima spinta. Portandomi in Paradiso.
Fermo, contro la spalliera del letto, i pantaloni quasi alle ginocchia, la mia mano scivola veloce sull’asta ingrossata e dura.
Manca poco, lo sento. Manca poco all’esplosione del fuoco che mi scava l’anima che non ho più, manca poco all’apice del piacere. E quasi a fare eco alla voce di Bella che mi pulsa nella testa, inizio a chiamarla anche io.
La voce mi esce roca, rotta dai brividi e dal godimento, ma riesco comunque a percepirla.
Bella… Bella…
La chiamo, facendo corrispondere la fine del suo nome al movimento della mano.
Su e giù… Bella.
Su e giù… Bella.
Su e giù… Bella.
Sono in completa estasi, rapito dalle immagini create dalla mia fantasia e dal piacere procuratomi dal mio stesso corpo. Manca davvero pochissimo, sento la schiena tendersi sotto la pressione dei nervi eccitati
Avverto il mio respiro affannato, e ne avverto un altro, vicinissimo.
Apro gli occhi di scatto, facendo perfino fatica nel mettere a fuoco il resto della stanza.
Per la prima volta dopo più di un secolo la mia vista mi dà dei problemi.
Qualcosa però riesco a vederla.
In piedi, accanto al letto, c’è Bella. Non è il frutto della mia fantasia, è lei. In carne ed ossa.
Non riesco a ritrovare la lucidità necessaria, riesco solo a guardarla, anche se la vista è ancora offuscata. Mi guarda anche lei, gli occhi accesi e caldi mi ricordano gli occhi che ho visto quella notte, in camera sua.
Come ho fatto a non sentirla arrivare? Da quanto tempo è qui? Mi stava osservando?
E mentre mi faccio queste domande, riesco a vedere meglio. E’ Bella, in carne ed ossa, accanto al mio letto.
Completamente nuda.
9.Tu sei bellissima
Metto a fuoco l’immagine sforzandomi come mai prima d’ora, e ne ottengo una visione paradisiaca. Ferma sulle sue gambe, Bella mi osserva dall’alto, gli occhi fissi sul mio viso, attraversato da milioni di emozioni. Quella che di sicuro prevale adesso è la paura. E la curiosità.
Da quanto tempo è qui? Si è completamente spogliata… per me?
Guardo il suo corpo in quello che è meno di un secondo; le braccia lungo i fianchi, distese e tranquille, non lasciano spazio alla vergogna. Non le usa per coprirsi, segno che per lei non è un problema restare nuda di fronte a me. Il suo viso a forma di cuore tradisce un lieve sorriso, accentuato dagli occhi aperti e curiosi. Sento chiaramente il battito del suo cuore, sta correndo in modo selvaggio, furioso. I suoi seni troneggiano in avanti, i capezzoli sono turgidi, e non posso non notare la somiglianza fra il loro colore e quello delle sue labbra, di poco dischiuse.
La pancia non è completamente piatta, e le sue rotondità non fanno altro che farmi desiderare di afferrarla e toccarla, toccarla tutta. I fianchi morbidi, le cosce perfette… la immagino avvinghiata a me, non posso evitare neppure questo.
In poco meno di un secondo, cerco di ricompormi, mettendomi a sedere sul letto e coprendo le mie nudità, quasi con un senso di vergogna a causa di ciò che stavo facendo qualche minuto fa.
“Bella… io… mi dispiace” le dico, forzandomi di alzare gli occhi dal suo seno, e provando a tenerli fissi nei suoi. “Perdonami per ciò che hai visto” continuo, sollevandomi di scatto e dirigendomi verso la pila di vestiti poggiati sul pavimento.
Non sono piegati con precisione, ma non sono neppure gettati alla rinfusa, segno che è qui da un tempo sufficiente per aver visto tutto.
Il suo cuore corre ancora più veloce. Si avvicina, scalza, i passi soffici come se avessero luogo nella neve, e non sul parquet. Mi costringe a voltarmi, e poggiando la mano sinistra sulla mia spalla, si alza sulle punte. Non riesco a non pensare ad Alice sulle punte, proprio ieri… e il ricordo mi mette a disagio, molto a disagio.
“Continua” mi sussurra all’orecchio destro, sfiorandomi di poco con le labbra.
Una sola parola, e vado KO. Il suo profumo è così vicino.
Riesco a percepire ogni singolo profumo che ha addosso.
Quello alla vaniglia, proveniente dai suoi capelli, lucenti e mossi.
Quello caldo del suo alito, al sapore di qualcosa di dolce, forze zucchero, o cioccolato.
Riesco a sentire – e mi sforzo di impedire all’olfatto questo tipo di profumo – le note delicate e dolciastre dei suoi umori. Riesco a sentire l’odore del suo sesso.
Cerco di controllarmi, di non pensare a ciò che mi ha appena detto, e istintivamente mi allontano da lei, indietreggiando, fino ad arrivare al divano, coperto dal telo bianco.
Lei resta immobile, dove l’ho lasciata, accanto ai suoi vestiti. Il cuore rallenta di poco, e mentre cerco di pensare a cosa fare e a cosa dire, si volta, dirigendosi sul letto.
Ecco un’altra visione paradisiaca: la schiena liscia, i fianchi ancora più definiti, le natiche piene si muovono ondeggiando, portandomi in uno stato semi comatoso. Sale carponi sul letto, schiudendo di poco le gambe. Affamato del suo corpo, eccitato e curioso, non posso evitare di posare gli occhi su ciò che lei mi lascia intravedere: un piccolo angolo di Paradiso, di colore rosso vivo, lucente, bagnato.
Lotto contro i miei istinti selvaggi, lotto per restare dove mi trovo, lotto per non saltarle addosso e farla mia in pochi secondi.
E’ tesa, emozionata, lo sento dai battiti del suo cuore; ma è anche curiosa, interessata, posso ben capirlo dai suoi occhi. Mi ha detto “Continua”, si è svestita mentre io ero in preda al piacere… vuol dire che lo desidera, che mi desidera.
Una volta raggiungo il letto, si volta a guardarmi, cercando di ricoprire col suo piccolo e fragile corpo la zona del materasso occupata da me. Rabbrividisce, al contatto con le coperte fredde, e i brividi trasformano i suoi capezzoli in piccole ciliegie ancora più rosse. Lotto ancora, contro la voglia di raggiungerla e baciarle i seni, i fianchi, contro il desiderio di stringerle le natiche ed affondare la lingua dentro di lei, farle gridare il mio nome mentre…
“Jasper… continua”. Con la voce sicura, ma il cuore ancora galoppante, mi riporta alla realtà.
“Bella, non posso… è… è sbagliato, è sbagliato… e anche se io… se prima, durante… io…”
“Hai pronunciato il mio nome, ti ho sentito” mi dice; la sua voce è una tortura, il suo viso è una tortura, il suo corpo nudo a meno di 2 metri da me è la tortura più grande di tutta la mia vita. “Continua a fare ciò che stavi facendo, lì sul divano. Fallo per me.”
Che cosa? Ho capito bene? Vuole che continui… a masturbarmi? Per lei?
Ho capito bene, so di aver capito bene, ma non so cosa fare. Da un lato l’idea mi disgusta; dall’altro mi eccita.
Bella, nuda sul mio letto, che mi guarda mentre mi do piacere.
Non esiste. “Bella, no. Non posso”. Mi chino per prendere i suoi vestiti e darglieli, per farla rivestire, ma resto di sasso, pietrificato da ciò che vedo.
Bella è ancora sul mio letto, è ancora nuda, è ancora bellissima.
Le sue gambe però sono dischiuse, e – poggiata la schiena alla spalliera – le dita di una mano girano lente attorno al seno. Si avvicinano al capezzolo, mentre le gambe, piegate e dischiuse dondolano l’una contro l’altra.
Avverto una sensazione di nausea, di vuoto.
Sospiro, forse più del dovuto.
La guardo impietrito, mentre – come una piccola Lolita – risponde al mio sguardo, divertita e maliziosa. Il cuore non smette di correrle in petto, proprio sotto quel seno con cui gioca, davanti ai miei occhi, senza vergogna.
Smetto di lottare. Contro il mio desiderio, contro la voglia che ho di toccarla, di baciarla.
In meno di un secondo sono sul letto, in ginocchio accanto a lei. Il movimento veloce come la luce la coglie di sorpresa, ma la mia mano trova immediatamente la sua, bollente, e riesco a calmarla con questo semplice gesto.
Lento, per non spaventarla, mi avvicino al suo viso, e ancora più lento, appoggio le mie labbra sulle sue. Un semplice ed innocente tocco, e sono l’uomo più felice della Terra.
Anche la bocca di Bella è bollente, come il resto del suo corpo. Avverto il calore provenire dal collo, dal basso ventre. Cerco di controllarmi, mentre la sua bocca si schiude, mentre sento farsi strada la sua lingua nella mia.
Con entrambe le mani le afferro il viso, e l’attiro vicino a me, mentre continuo a riempirmi la bocca del suo profumo, dolce; non aspettava altro. Non oppone resistenza, e si avvicina con grazia, sinuosa e leggera proprio come l’ho immaginata qualche minuto fa.
Mi passa una mano fra i capelli, sospirando; con l’altra scende sui pantaloni, e certa di ciò che sta per compiere, li sbottona. Dovrei fermarla, ma non ci riesco. L’adoro, adoro ogni suo movimento, adoro vederla così. Tira giù la zip, e smette di baciarmi.
“Ti spiace se continuo io?” mi chiede sottovoce, il suo profumo troppo vicino perché io possa realmente capire quello che mi sta dicendo.
Scuoto il capo, non riuscendo a dire altro. Ancora più sicura di se, infila la mano nei boxer e inizia a toccarmi. I brividi mi percorrono tutti. E’ talmente calda che mi sento bruciare dall’interno, mi sento come se dal basso ventre il mio corpo stia prendendo fuoco.
Mi guarda negli occhi, e mi tocca.
Resto immobile, sdraiato accanto a lei, e l’osservo mentre con la mano mi dà piacere.
Da un lato mi sento in Paradiso; dall’altro mi sento come se mi mancasse qualcosa, come se non fossi sufficientemente appagato. Non riesco a godere completamente di questo momento, e non è a causa di Bella.
Forse sono teso, forse so che in fondo sto sbagliando tutto, so che dovrei smetterla.
Ma non riesco; il mio corpo risponde al tocco di Bella eccitandosi, e mi eccito ancora di più, quando lei mi chiede di sollevare il bacino e mi abbassa i pantaloni e i boxer.
L’aiuto, in pochissimi secondi, rimanendo – dalla vita in giù – senza nulla addosso.
“Sei… bellissimo” mi dice, osservando i muscoli delle gambe e distogliendo per un attimo lo sguardo dal mio membro.
Mi alzo sui gomiti, trovando immediatamente, quasi lo stesse aspettando, le sue labbra, e baciandola allo stesso tempo con dolcezza e con veemenza. “Tu sei bellissima” le dico.
Sorride, rendendosi – come me – conto che ho la voce rotta dall’emozione.
Si solleva dalla spalliera e si porta in basso, col capo all’altezza del mio bacino.
Oh, no.
“Bella.” le dico in un sussurro, cercando di controllare l’eccitazione. “Bella, non devi… non…”, ma di nuovo, resto di sasso. Con un movimento veloce e leggero, stupendomi ancora una volta, sale a cavalcioni su di me. Osservo la sua schiena liscia, e non so letteralmente dove mettere le mani.
Vorrei accarezzarle i capelli che le cadono sulle spalle, sfiorarle i fianchi e aggrapparmi alle tonde natiche; le appoggia con naturalezza sul mio petto, mentre il suo volto è rivolto ai miei piedi.
Il fuoco che ho dentro continua ad ardere, al pensiero di ciò che sta per accadere.
Sento le sue mani calde sulla mia gambe, all’altezza dell’inguine, e d’istinto le accarezzo un braccio.
Lenta, si china verso il mio sesso e allo stesso tempo indietreggia il bacino verso il mio viso, sollevandolo.
Appoggia le ginocchia sul letto, ai lati delle mie spalle.
L’aiuto, facilitandole i movimenti; poso il capo sul cuscino per guardare meglio ciò che mi sta regalando.
Il Paradiso.
10.Cicatrici
Il Paradiso ha il colore di una rosa. Ha il profumo dell’aria fresca che si respira al mattino, quando il sole spunta e la riscalda con i suoi raggi. Il Paradiso ha la consistenza morbida e piena che solo il Paradiso di Bella può avere.
E’ mia. E’ mia. Non riesco a pensare ad altro, se non al fatto che in questo momento Bella non è di nessun altro, se non mia.
Nuda, su di me. Mia.
Facendo attenzione ad ogni piccolo movimento, inizio ad accarezzarle le natiche, allargandole di poco, per ammirare meglio la rosa che si trova a pochi centimetri dalla mia bocca. Un profumo fresco e pulito mi assale dopo meno di un secondo. Mi scontro con le mie voglie più carnali, e cerco di controllarmi.
E mentre l’accarezzo, sento la sua bocca su di me. Calda, calda come quel sole che di mattina riscalda l’aria, mi bacia il glande. Un bacio, due baci, tre baci. Avverto le sue labbra più schiuse, ad ogni bacio. Avverto la punta della lingua.
Continuo a toccarle le gambe, e provo ad avvicinarmi al centro di quella rosa che brilla; piccola, eccitata, morbida come un cuscino di piume. Voglio annusarla, voglio che il profumo più intimo di Bella mi resti dentro per sempre.
Lo faccio, l’annuso, con quello che mi sembra un gesto delicato.
Solo che mentre mi avvicino, l’animale che è in me esce allo scoperto, e non resisto.
Con le mani ferme fra le natiche e le gambe, con le dita rivolte all’interno, le allargo le labbra; freme al mio tocco, e senza dire nulla, accoglie il mio membro in bocca. Ancora più calda, ancora più eccitante. Non resisto. Con la bocca, le sfioro le labbra, spostandomi col capo fino a raggiungere il clitoride, fino a trovarlo, fino a titillarlo con la lingua. Freme di nuovo, e le scappa un gemito.
Oh, favolosa, stupenda, eccitante Bella.
Con la mano accompagna i movimenti più sicuri e più veloci della bocca, portandomi nuovamente in Paradiso.
Con un dito la tocco più in profondità, mentre la bocca è ormai fissa sul suo clitoride. Lo succhio, assaporandone il profumo, attento a non ferirla con i denti affilatissimi. Lo lecco, godendo nel sentire i suoi gemiti di piacere. Con dito continuo a darle piacere; lo strofino, bagnato, su quella piccola zona sensibilissima che ho proprio davanti agli occhi.
E mentre lo faccio scivolare, sembra che lei faccia lo stesso con me; mi accarezza l’asta, tutta; mi tocca fra le gambe, procurandomi un’onda furiosa di piacere, che a malapena riesco a trattenere.
Bella è mia, e la mia lingua è sua. Adoro sentirla godere in questo modo… mentre lei fa godere me. La lecco con piccoli movimenti veloci, e con movimenti più lenti; vado a fondo, riempiendomi la bocca del suo piacere, dissetandomi quasi.
Finché qualcosa cambia.
La sento tremare; sento chiaramente che sta tremando; le gambe, la schiena.
La pelle d’oca di cui è ricoperta è un messaggio fin troppo chiaro.
Ha freddo. E’ completamente infreddolita.
“J-J-J-Jasper… sc-scusami” mi dice, raccogliendosi su se stessa, mentre mi passa una gamba sul capo e si rannicchia accanto a me, sul letto.
Stupido che non sono altro, avrei dovuto pensarci io!
Quanto sono stupido! Stupido! Stupido! Stupido!
Vorrei stringerla a me, ma so che così facendo non farei altro che peggiorare la situazione.
Sono uno stupido egoista.
“N-Non è colpa tua” dice a bassa voce, aggrappandosi al mio maglione e costringendomi a guardarla. Vorrei nascondermi in una caverna per mille anni, piuttosto che guardarla così.
Mi sorride, passandomi un dito sulle labbra. La guardo mentre lo fa, immobile.
“Si, Bella, è colpa mia. Tu sei così fragile… io avrei dovuto pensarci, ed evitare tutto questo.”
Mi guarda, cambiando espressione. Diventa più cupa, triste.
“Non sentirti anche tu in colpa. Non lo fare. Non allontanarmi anche tu”.
E nel dirlo si aggrappa nuovamente al maglione, avvicinandosi di più. Capisco a cosa si riferisce. A chi si riferisce.
Non voglio che soffra, Bella non deve soffrire. Non ora, non adesso. Non con me.
Con un movimento veloce come un lampo, la sollevo in braccio, e dopo aver eliminato il lenzuolo bianco dal letto, l’avvolgo nel piumone color bronzo.
Mi osserva mentre mi prendo cura di lei, con premura; riesce ad avvicinarsi a me anche attraverso la coperta, e riesco a sentire il calore del suo corpo attraverso le fibre del tessuto e la piuma d’oca.
E poi ci penso.
Sono davvero un povero stupido, perché non l’ho pensato prima?!
“Bella, mi permetti di prenderti in braccio?” le chiedo. Ho una paura gigantesca di poterle dar fastidio, di farla riprendere a tremare, come prima.
“Si, Jasper… certo che puoi” mi risponde con la sua voce calma, e gentile come sempre.
La sollevo usando entrambe le braccia, tenendola nel piumone, ed alzandomi automaticamente dal letto.
Sono ancora mezzo nudo. Sono ancora completamente eccitato.
Non riesco a calmarmi, non riesco. Non riesco a non pensare che fra le mie braccia ho Bella nuda… Bella, che fino a qualche minuti fa mi stava addosso, eccitata come non mai.
Attraverso la camera da letto ed esco in corridoio, senza smettere di guardarla.
So dove voglio andare, conosco questa casa perfettamente, è impossibile che possa inciampare.
Dopo 5-6 passi, apro con un semplice gesto la porta del bagno di Rosalie, ed entro di lato, con Bella che mi guarda incuriosita.
“Perché mi hai portata qui?” mi domanda, effettivamente curiosa. L’adagio sul mobile con specchio che fino a ieri ospitava le spazzole, i profumi, il trucco della mia amatissima sorella, e le strofino le mani sulle braccia, come per riscaldarla.
“Ora vedrai”. Le rispondo ad un centimetro dalle labbra, e la bacio. In un attimo una delle sue mani è fra i miei capelli, l’altra trova immediatamente il mio sesso. Lo accarezza, muovendo la mano in basso e verso l’altro. E’ così spontanea, così eccitante.
Mi stacco da lei e mi avvio all’enorme vasca rotonda, di legno grezzo.
Rosalie e le sue manie di grandezza. Forse stavolta mi saranno utili.
Apro l’acqua calda, e la lascio scorrere dopo aver chiuso il tappo.
“Vuoi fare un bagno?” mi dice, alle mie spalle.
“Più o meno” dico io, tornando da lei e passandole le dita fra i capelli.
Quanto vorrei toglierle il piumone da dosso, allargarle le gambe, prenderla qui, su questo mobile. Ma non posso, devo trattenermi.
Mi bacia di nuovo, con ancora più passione di prima. Mi succhia la lingua, e allo stesso tempo porta la mano dov’era prima, afferrandomi come per non lasciarmi più.
“Allora dovrai toglierti questo maglione” mi sussurra all’orecchio.
Porta le mani alla mia vita, ed inizia a togliermi la maglia. Senza aspettare altro tempo, l’aiuto, spogliandomi definitivamente.
Resto completamente nudo, eccitato; un mucchio di piume d’oca a separarmi dalla mia Bella.
Nell’aria c’è solo il rumore dell’acqua che scorre dal rubinetto – la cui temperatura sta iniziando a scaldare l’ambiente – il suono del suo respiro ed il battito del suo cuore, che d’improvviso inizia a galoppare senza tregua.
Mi osserva, dalla testa ai piedi. So cosa sta osservando in particolare. I suoi occhi vispi e curiosi non riescono a mentire, anche se le sue guance diventano scarlatte. Avvicina una mano al mio braccio, ma si ferma.
“Jasper, perché hai…” e si blocca, con la mano a mezz’aria.
“Tutte queste cicatrici?” le dico sorridendo. Provo a tranquillizzarla, in caso abbia paura. Uso il sorriso, ed anche un po’ del mio potere.
Ci riesco.
“Si… pensavo che… voi… che voi non poteste essere feriti. Mai”.
Piccola Bella, mi guarda con i grandi occhi marroni, in attesa di una risposta.
Le sollevo la mano, quella mano che non è sfuggita lo scorso anno alla furia di James, e le do un lieve bacio sulla cicatrice a forma di mezzaluna. “Le mie cicatrici sono uguali alla tua, Bella. Sono state inferte da altri vampiri, gli unici che possono ferirmi”. Le bacio ancora la cicatrice, più fredda rispetto al resto del corpo, e proseguo sul polso, sull’interno del braccio.
Faccio poco caso al piumone che le scivola dalla spalla, mentre lieve e delicato le accarezzo la schiena, le bacio il collo.
Risponde alle mie coccole con dei sospiri dolcissimi, e prende ad accarezzarmi con altrettanta dolcezza. La mani, le spalle, il torso. Con la punta delle dita sfiora ogni cicatrice, dalle più piccole fino a quelle più grandi, come quella che disegna un baffo obliquo che va dalla base del collo fin quasi allo sterno. Le sfiora è mi dà i brividi.
Brividi che sono nulla, se paragonati a ciò che provo quando me ne bacia una, proprio quella che finisce al centro del mio petto. Con un dito la sfiora, e con le labbra la bacia, con delicatezza, ma allo stesso tempo con ardore.
E’ come se avesse baciato il fuoco che ho dentro, come se avesse di nuovo aperto la porta all’animale che è in me.
Il piumone le cade anche dall’altra spalla, lasciandole il busto totalmente scoperto. I seni sono floridi, rigogliosi; i capezzoli sono le estremità eccitate di due coppe perfette, due coppe che non attendono altro che la mia bocca.
Accompagnato dal suono melodioso del suo respiro affannoso e del suo cuore galoppante, mi abbasso fino ad accogliere fra le labbra un seno, mordendolo quasi. Reagisce con un gridolino di piacere. “Non smettere, no…” mi dice, accorgendosi del mio timore di averle fatto male.
Non smetto. L’attiro a me dai fianchi, e continuo ad assaporarle il capezzolo, mentre con le dita le stuzzico l’altro. Non mi frena, anzi. Con entrambe le mani mi tiene il capo fermo, tenendomi i capelli stretti nei piccoli pugni.
Le bacio lo spazio fra i seni, mentre – affamato, vorace – passo all’altro.
“Non smettere, Jasper… non smettere… mai” dice con la voce rotta dai sospiri.
Ha di nuovo i brividi, ma non a causa del freddo. Prova piacere, il piacere che io le do.
“Non smetto, Bella” le dico in risposta, sollevandomi a baciarle il collo, a leccarlo con la punta della lingua lì dove il sangue pulsa di più.
La desidero, la voglio.
Anche lei mi desidera. Le sue mani sono ovunque, su di me.
“Jasper…” un sussurro, la sua voce. Ma riesco a sentirla.
“Bella…” le faccio eco, il fuoco nelle mie parole.
Mi bacia, e mentre si scosta mi morde il labbro inferiore.
Lo mordicchia, succhiandolo.
Per fortuna la mia pelle è molto più resistente della forza dei suoi denti.
Mi scappa un gemito, e contemporaneamente le afferro i fianchi passando le mani sotto il piumone. Le stringo la carne morbida, calda come sono calde le sue labbra quando mi dice “Prendimi… Jasper, prendimi”.
Le tolgo il piumone dai fianchi, con un solo gesto.
La sollevo in braccio, come prima, in camera, e continuando a baciarla mi avvicino alla vasca di legno.
Mi inginocchio con poco sforzo, e quasi non vuole separarsi da me mentre l’immergo nell’acqua calda.
In meno di un secondo vedo il colore del suo corpo cambiare, a causa del calore dell’acqua che fa circolare meglio il sangue. Le guance diventano rosa, così come la sua bocca.
Le do un bacio sul collo, accarezzandole la spalla.
L’acqua pian piano la riscalda, facendola rilassare ancora di più, nell’immensa vasca rotonda.
Mi alzo da terra, pronto ad entrare in acqua con lei, ma mi ferma.
“No, aspetta. Non entrare”. Mi guarda dal basso, con gli occhi accesi e le punte dei capelli bagnate. L’acqua le arriva sotto al seno, gonfio e bello… bellissimo.
Che stupido… se entro in acqua, rischio di farla raffreddare in 5 secondi.
Dopotutto la mia non è stata una grandissima idea.
“Hai ragione… è meglio che resti qui…” dico sorridendo e tornando in ginocchio, sentendomi davvero uno stupido.
E sentendomi in imbarazzo, vista la situazione bizzarra. Io fuori dalla vasca, lei dentro.
Entrambi nudi, entrambi eccitati, entrambi desiderosi dell’altro.
“Forse mi sono espressa male; non intendevo dire che devi restare fuori. Almeno non per tutto il tempo…” mi parla sfiorando una cicatrice con l’indice della mano. Si avvicina al bordo della vasca, e mi prende una mano, baciandomela.
“Alzati” mi dice. E non riesco a disubbidirle… come sempre.
Stavolta è lei a mettersi in ginocchio, e si avvicina col viso al mio membro eccitato, perfettamente all’altezza della sua bocca.
I capelli le scivolano sul seno, e se li sposta, come a premettermi di guardarli meglio.
Con una mano mi afferra l’asta, dura, di marmo… usa l’altra per avvicinare il bacino alla bocca.
Mi guarda ancora una volta, dal basso.
“Voglio succhiarti, Jasper. Per questo ho bisogno che tu stia fuori dalla vasca”.
11.Idee
Come fa una bocca così delicata e piccola darmi così tanto piacere?
Non lo so, non mi interessa.
Mi basta sapere che ora quella bocca è chiusa sul mio pene, e mi sta letteralmente portando via l’anima. E’ affamata come lo era la mia poco fa. Vorace, veloce, ingoia ogni singolo centimetro; con la mano lo tiene fermo, come fosse un gelato; con la lingua lo lecca dal basso, dai testicoli, fino a salire su sulla punta bollente, e rossa. Non c’è sangue dentro di me, eppure mi sento come se ce ne fosse. Non ho mai provato queste cose con una ragazza come Bella, con un’umana.
Bella continua a guardarmi dal basso, mentre l’acqua le riscalda il corpo divino.
“Tienimi la testa, guidami” mi dice, ansimando.
Sembra che farlo le stia dando lo stesso piacere che dà a me.
Le afferro i capelli in una coda alta, e facendo molta attenzione a non stringere troppo e a non farle del male, guido i movimenti del suo viso. Lei appoggia entrambe le mani sui miei fianchi, lasciando a me il compito di guidarla totalmente.
E’ così eccitante, così morbida. I seni le ballano, quando velocizzo le spinte, e le fantasie più perverse si fanno strada nella mente.
“Bella… sei fantastica…” è tutto ciò che riesco a dire; risponde sorridendomi con gli occhi, mentre affonda le unghie nella mia pelle.
Le lascio i capelli, che tornano sulla schiena bagnata, e mi piego leggermente sulle ginocchia, fino ad arrivare all’altezza del seno.
Voglio possederla in ogni modo, e lo vuole anche lei. Lo vuole anche lei perché capisce subito cosa voglio fare, e mi aiuta. Mi aiuta a far passare l’asta sui suoi seni, rossi come due melograni. Con una mano passa il glande su un capezzolo, che diventa immediatamente il chicco di un melograno. Devo assaggiarlo, non resisto. Mi chino a baciarlo, ma lei mi ferma.
“No, ridammelo…” mi dice, la voce roca, allungando la mano verso il mio membro. Sorride, ed arrossisce.
“Sissignora” le rispondo, imitando il tono che avrei usato alla fine dell’800 con una dama di qualche corte lontana.
Vogliosa, riprende a passarsi la punta del pene da un seno all’altro, e poi in mezzo. Con entrambe le mani lo avvolge fra i seni, e li muove in alto e in basso.
Dove ha imparato queste cose? Quando le ha immaginate? E perché è così dannatamente brava?
Muovendomi allo stesso suo ritmo continuo a far scivolare il pene sul suo corpo, impazzendo.
Quando arriva in alto, con la lingua umida e di fuoco, ne colpisce la punta con un colpetto quasi sadico.
Poi gli dà un bacio. Poi lo accoglie di nuovo in bocca.
“Sei così brava…”. E lo è davvero. Non ho mai provato sensazioni di questo tipo, mai.
Il calore del suo corpo, della sua bocca, è magnifico.
“Grazie…”. Risponde sorridendo e guardandomi negli occhi, prima di far sparire nuovamente il pene in bocca. Lo avvolge con la lingua, ad un tratto lo addenta con estrema delicatezza, costringendomi ad un grido.
“Ti ho fatto male?” mi chiede, in preda al terrore.
“No, Bella, non potresti mai… mi stai solo facendo godere …”.
Continua a succhiare con la più bella bocca della Terra, continua a darmi piacere.
Chiudo gli occhi per rilassarmi, e lei continua.
Mi lecca, mi bacia, mi succhia, mi accarezza ovunque.
Fino all’apice. “Bella, sto per…” riesco a dirle in un sussurro.
Capisce al volo e si scosta, portando il membro sui seni morbidi.
Apro gli occhi mentre gemo di piacere, mentre chiamo il suo nome, mentre vengo.
Mi osserva godere, eccitata e curiosa. Mi attira a se e mi bacia con talmente tanta passione, che quasi mi sento mancare.
“Grazie, Jasper” mi dice, sussurrando al mio orecchio.
“Sono io che devo ringraziare te, Bella.”
Si lascia completamente andare, distendendosi sul bordo di legno della vasca, e facendo scorrere l’acqua sul corpo, per sciacquarsi.
Il vapore caldo nell’aria dà una sensazione di pace, di benessere.
“Posso entrare?” le chiedo.
“Si, certo” mi dice, scostandosi di poco. La vasca è talmente grande che potrebbero starci altre 2 persone, oltre me e lei.
Il tepore dell’acqua è piacevole, e riesco a scinderlo dal tepore del corpo di Bella.
Riesco ad avvertire diverse tipi di calore provenire dai diversi punti del suo corpo.
E non appena avverto l’incendio che ha fra le gambe, mi eccito di nuovo.
Non è passato neppure un minuto, e sono nuovamente di marmo. Nuovamente desideroso di lei.
Non resisto; non mi controllo.
“Bella, posso sciacquarti io?” le domando, accarezzandole il viso bollente.
Mi risponde con un sorriso, ed aiutandomi con entrambe le mani prendo l’acqua calda e gliela butto sulle spalle, sul collo, sul seno. Lo tocco, lo massaggio, e contemporaneamente l’avvicino a me. Ci ritroviamo uno di fronte all’altro, e continuo a buttarle l’acqua sulle gambe, accarezzando anche quelle; sulle braccia, sfiorandole; sui capelli. Getta il capo indietro, mostrandomi il collo, e glielo bacio.
Si avvicina ancora di più. Passando le gambe attorno ai miei fianchi ed intracciandole dietro la schiena. Posso sentire meglio il calore provenire dal suo sesso. E’ talmente forte, potente… concentrato in un unico punto.
Una delle mie mani è in acqua, e con le dita le tocco quella rosa magnifica che ha fra le cosce.
Come un pezzo di ferro che incontra una calamita, resto avvinghiato… come in una morsa.
“Toccami… così…” dice, avvicinandosi con i fianchi, facendo affondare ancora di più le dita in quel Paradiso.
“Alzati” dico con la voce ferma. Ho un’altra idea in mente.
Appoggiandosi alle mie spalle si solleva in piedi, curiosa come non mai.
“Girati, appoggia un piede qui” le dico indicandole il bordo piatto della vasca. “Tranquilla, ci sono io” le dico, quando mi guarda come se potesse cadere da un momento all’altro.
“Cosa vuoi fare…” mi dice, donandomi nuovamente la visione celestiale del suo sedere, piccolo e sodo, morbido e caldo.
“Ora vedrai” e le faccio scorrere l’acqua tiepida sulla schiena, per non farla raffreddare di nuovo.
Veloce, essa scivola sulla sua pelle liscia, dalle spalle alle piccole fossette rotonde che si trovano prima delle natiche, fino a scendere fra le gambe, aperte grazie alla posizione del corpo.
Di nuovo, ha capito cosa ho in mente, e si inclina lievemente in avanti, per permettermi di guardarla meglio.
Ignorando l’acqua che le scorre sulle natiche – Dio, non ho mai pensato a questo lato del non dover per forza respirare – mi immergo fra le sue cosce, assaggiando il suo sapore.
Le scappa subito un gemito. “Jasper… è caldo… ma è anche freddo” dice, mugolando.
Ignorando l’acqua che mi scorre sul viso, le lecco le labbra, passando la lingua di piatto su tutto il suo sesso, fino a raggiungere il clitoride.
Lo succhio fra le labbra con ferocia e allo stesso tempo con amore, con delicatezza.
La penetro con un dito, da dietro, e poi con due, mentre l’acqua le scorre addosso.
“Voglio vederti mentre lo fai…” dice, e si volta, obbligandomi a sistemarmi meglio. Solleva di nuovo una gamba e l’appoggia sul bordo della vasca, dove prima c’era l’altra.
Mi porge la sua rosa in bocca, e dondolando il bacino avanti e indietro mi afferra i capelli con entrambe le mani, per guidarmi.
Non ho bisogno di respirare, di riprendere fiato, di ricaricare i polmoni. Affondo la lingua dentro di lei come a penetrarla, e lei impazzisce, come sono impazzito io qualche minuto fa.
“Si… si…” è ciò che le mie orecchie sentono, assieme al battito sfrenato del suo cuore. Se non fossi sicuro del contrario, penserei che potrebbe uscirle dal petto.
Le stringo le natiche, tenendola vicina al viso, per amarla meglio, per darle più piacere.
Si muove ritmicamente, lenta.
Fino a quando anche il suo piacere esplode. Ed esplode sulla mia lingua, nella mia gola.
Mi stringe i capelli ancora più forte, quando gode, e pronuncia più volte il mio nome, rotto solo dai gemiti, e dalle grida di piacere.
Le lecco il nettare dolce e profumato che le cola fra le gambe, le bacio il clitoride gonfio con la massima delicatezza.
Da seduto, osservo il suo seno rilassarsi, le sue guance passare da rosse a rosa.
Sento il suo cuore rallentare.
L’aiuto a sedersi nella vasca, dove l’acqua è tiepida, perfetta per entrambi i nostri corpi. Mi guarda con un sorriso beato stampato sul volto, incapace di dire nulla.
Siamo seduti di fronte, e con un solo movimento sono accanto a lei. Le scosto una ciocca di capelli bagnati dalla guancia, e gliela bacio, sfiorandola appena. “Grazie, Bella” le dico dopo averla baciata.
“Grazie a te…” mi dice, voltando il viso e baciandomi sulle labbra. Mi accarezza la guancia, mentre lo fa, e il suo calore è di nuovo la mia casa.
E’ così perfetta, così perfetta… per me.
Passerei altri 150 anni in questo modo, se solo potessi.
I miei pensieri vengono interrotti subito dalla sua risata. “Cosa ti fa ridere?”
“Tante cose…” dice.
“Dimmene una” insisto, giocando con l’acqua.
“Te la immagini la faccia di Rosalie se ci vedesse adesso… nella sua vasca?” e riprende a ridere.
Probabilmente le prenderebbe un infarto. Il primo vampiro della storia a morire per un infarto.
Bella non sa che Rosalie sa. E soprattutto ignora che anche lui sa.
Non intendo dirglielo adesso. Non ora che è qui con me; mia, solo mia.
Non ora che ho mille altre idee in mente.
12.Due giorni
Il corpo di Bella, accanto al mio. Liscio come la seta, tante piccole gocce d’acqua lo ricoprono.
I capelli bagnati, fra cui scivolano le mie dita sono profumatissimi e solleticano i miei sensi. E’ meravigliosa, è perfetta. E’ mia.
Tutto ciò che desidero è farla mia completamente, guardare di nuovo il suo viso attraversato dal godimento. Affondare dentro di lei e ascoltare i suoi gemiti, i suoi gridi di piacere, portarla a…
“Jasper!? Jasper! Sei di sopra? Jasper!!!!”
Oh, no… Esme. Cosa vuole da me, perché mi chiama?
Sabato 18 Marzo 2006
Anni e anni per perfezionare la mia tecnica; anni e anni passati a controllare il respiro, l’intensità del pensiero. Anni e anni passati a ricordare com’era farlo davvero.
Ho imparato con molte difficoltà, eppure ci sono riuscito. Ho cercato di ricordare quando ero umano e lo facevo, ho cercato di ricreare le stesse condizioni umane. Sono al buio, sono steso sul letto, completamente rilassato. E mentre posso approfittare dell’assenza di Alice, vengo interrotto.
Esme, ti odio. Hai interrotto il sogno più bello di tutta la mia vita.
Io e Bella… il sogno più bello di tutta la mia lunghissima esistenza.
“Dimmi, Esme” le rispondo con il mio solito tono distaccato, aggravato dal fastidio che nutro per essere stato interrotto sul più bello.
“Tesoro, vieni un attimo qui…” mi dice con un sorriso molto tirato, battendo la mano pallida sul divano su cui è seduta. “Voglio parlarti”.
Evidentemente il mio cattivo umore si riflette sul resto degli abitanti della casa, perché mentre mi avvicino al divano urto violentemente Rosalie, che mi risponde con più cattiveria del solito. “Ehi, guarda un po’ dove metti i piedi. Dio santo, sembri uno zombie più che un vampiro! Sono l’unica in questa casa a vedere il lato positivo della faccenda?! Insomma!”
Emmett arriva dalla cucina e raggiunge al volo la sua compagna. “Rose, cerca di calmarti. Jasper è sconvolto come noi tutti per la notizia. Pensa ad Alice… pensa… pensa ad Edward”. Le appoggia una mano sulla spalla, quasi a cercare un conforto che però non arriva.
“Proprio perché penso ad Edward riesco a vedere il lato positivo che tutti voi non vedete” dice con tono saccente, e si avvia fuori come un razzo, il cellulare in mano. Chissà chi sarà il malcapitato che dovrà sorbirsi il suo veleno.
Mi siedo accanto ad Esme, e cerco di calmarla usando il mio potere.
“Jasper, so che sei in pena per Alice” mi dice, usando il suo sguardo dolce, da mamma. “Non hai detto una parola da quando è partita per Forks… vedrai che in un modo o nell’altro presto ci farà sapere qualcosa”.
Povera Esme. Cerca di consolare me, ma è chiaramente distrutta. Parla a me, ma è chiaro che parla anche a se stessa. Prima la partenza di Edward. Ora Bella. Povera Esme. Una madre come lei non dovrebbe mai patire simili sofferenze. L’attiro forte al mio petto, avvolgendola con entrambe le braccia.
Eppure. Eppure io non ci credo. Non riesco a credere che Bella si sia uccisa, non può essere vero.
Bella è troppo forte, troppo cocciuta, troppo ostinata per fare una cosa simile.
La visione di Alice deve aver mostrato qualcosa di sbagliato. Non può essere accaduto sul serio.
Non alla Bella che conosco io. Non alla Bella che stavo sognando fino a qualche minuto fa.
Anche perché… se fosse vero. Se Alice non si fosse sbagliata…
No, non posso prendermi il lusso di pensare ad una cosa del genere.
Ho ingannato la realtà degli ultimi 2 giorni immaginando una realtà diversa, in cui la mia Bella è dolce, forte, coraggiosa. In cui la mia Bella non ha paura di niente, in cui non tenterebbe mai il suicidio.
E se mi stessi illudendo anche ora? Come poco prima, sul mio letto?
Dovrei essere più razionale, ma mi riesce difficile in un momento del genere.
Lentamente, ma con forza, si fa strada dentro di me l’idea che la visione di Alice non sia sbagliata. Mi sento sempre più disperato, come Esme. Come Carlisle, che giace inerme sul divano accanto a sua moglie, e non riesce neppure a battere le palpebre. Fissa il vuoto; non voglio neppure immaginare quali siano i suoi pensieri.
Ah, come vorrei tornare a sognare.
E come vorrei aver avuto il coraggio di parlare a Bella, mesi fa. Come nel mio sogno, come ho desiderato. Sono stato un codardo, e il risultato è questo. Bella probabilmente è morta. E non saprà mai ciò che provo per lei. Non saprà mai del mio affetto, dei miei pensieri, del mio amore nei suoi confronti.
Come potrò vivere ancora per altri 100, 1000 anni in questo modo? Come vivrò?
“Esme, ho bisogno di stare un po’ da solo, scusami” le dico senza voltarmi, mentre mi alzo dal divano e raggiungo il piano superiore. La camera da letto è ancora immersa nel buio, ma non faccio fatica ad avvicinarmi al mio vecchio baule. Trovo il disegno del mio compagno d’armi, Luigi, e lo guardo alla luce calda della lampada che c’è sul comodino.
Gli occhi vivi e il sorriso accennato della bambina mi colpiscono come se guardassi il disegno per la prima volta.
Bella, tu non sei morta. Ti prego, non esserlo. Non puoi essere morta, non devi.
Sono anche disposto a non rivolgerti più la parola, ad ignorarti per l’eternità… ma non morire.
Ho bisogno dei tuoi occhi, del tuo sorriso.
Ho bisogno di te.
Come un bambino che ha paura del buio, mi rannicchio su un fianco, e ripenso a tutto.
Rivivo mentalmente tutto. Ogni giorno, ogni sua singola parola, ogni mio singolo gesto.
Sono stato un vigliacco, sono stato un vigliacco.
E se Bella è morta, se è davvero morta, è solo colpa mia. Solo ed esclusivamente colpa mia.
13.Piegaciglia
“Bella, se continui a muoverti finirò per farti del male”.
“Alice, non capisco proprio perché devi… Ahia!”.
“Ecco, te l’avevo detto. Cerca di stare ferma per cortesia. E’ solo un piegaciglia, non un ferro incandescente. Rose, passami il mascara”.
E’ tutto il pomeriggio che vanno avanti così. Giocano a vestirla, pettinarla e truccarla… come fosse una bambola. Sanno bene che a Bella queste cose non piacciono; l’anno scorso è successa la stessa storia; eppure si ostinano a torturarla in quel modo.
E a torturare me, visto che nonostante le mura e le porte chiuse riesco comunque a sentire tutto.
Il bagno in cui giocano usando Bella come bambola è quello di Rosalie.
Il bagno di Rosalie, quello con la vasca di legno.
Basta. Non devo pensarci più, non posso più continuare a pensare ad un sogno. E’ un sogno, punto. Sono passati mesi.
Bella ed Edward sono usciti miracolosamente vivi dal casino in cui il mio comportamento di quella sera li ha cacciati. Entrambi hanno rischiato la vita, a causa di un mio gesto.
Se con Edward i rapporti sono tornati normali, con Bella la situazione è un po’ diversa. Frequentiamo la stessa scuola, spesso e volentieri gira in casa nostra, viene a vedere le nostre partite, esce a fare shopping con Alice; eppure non le ho mai parlato molto da quando è tornata dall’Italia dopo aver salvato Edward. Con lei sono il solito Jasper, sempre sulle mie, sempre distaccato da tutti.
E credo che questo mio comportamento non le dispiaccia poi così tanto. Neppure lei si è mai avvicinata a me oltre il ‘buongiorno’ e ‘buonasera’ colloquiale. Come biasimarla, avrà ancora paura che possa farle del male. E poi… e poi è così presa dal suo amore per mio fratello.
Mio fratello, che in questo momento è a Seattle a comprarle un regalo. Mentre io sono qui, a far finta che Bella non sia in casa mia, a far finta che il suo profumo non mi invada le narici fino a farmi soffocare. A far finta. Come sempre.
“Jasper! Abbiamo bisogno di te! Corri!”. In un lampo sono nel grande bagno di Rose, illuminato dalla luce appesa al soffitto e dalle lampadine che disegnano il bordo dello specchio cinematografico appoggiato sul mobile.
Il mobile su cui l’ho adagiata, avvolta nel piumone; il mobile su cui l’ho baciata. Su cui le ho baciato i seni morbidi.
Basta. Alice è qui, non posso permettermi errori.
“Resta qui e usa il tuo potere, così magari Bella smette di agitarsi in continuazione e io riesco a truccarla” mi dice Alice, completamente presa nelle sue attività. Bella è adagiata su una poltrona di pelle rossa con lo schienale reclinabile, le mani affondate sui braccioli.
“Ehi, Jasper” mi dice con un filo di voce, evidentemente terrorizzata alla vista di quello che sembra un semplice pennello da fard.
“Ehi, Bella” le rispondo con un sorriso, ed immediatamente avverto l’effetto del mio potere su di lei. Rilassa le spalle, e rilassa le braccia.
Mascara, fard, ombretto e rossetto: quante cose inutili, Bella è perfetta così com’è, naturale. E proprio perché è una ragazza perfetta non direbbe mai di no alle strambe voglie di Alice.
Rose si occupa dei capelli: li sta avvolgendo in uno chignon basso, che cade sul collo coperto parzialmente dalla camicia. Dubito che questa sia la sua mise per il ballo di fine anno. Alice non le permetterebbe mai di venire con un jeans ed una camicia.
Anche se a me piacerebbe lo stesso in quel modo.
Controllati, Jasper. Alice è a mezzo metro da te, ed Edward potrebbe tornare da un momento all’altro.
“Ecco fatto, i capelli sono magnifici!” esclama trionfante Rosalie. “Il mio lavoro qui è finito; ora se non vi dispiace, vado a cambiarmi.”
“Io ne ho ancora un po’ con le unghie e lo smalto. Due minuti al massimo e ti raggiungo” le fa eco Alice.
“Oh, no! Anche lo smalto?! Alice, dai, le mie unghie sono orribili, chi vuoi che noti lo smalto…” Povera Bella… è davvero agitatissima.
Fermo accanto al mobile con lo specchio, trovo i suoi occhi e mi concentro per calmarla. Ci riesco di nuovo, e lei se ne accorge. Risponde al mio sguardo con un sorriso.
“Grazie” mi dice.
“E’ bello potersi rendere utile” le rispondo, con quello che vorrebbe essere un sorriso. Probabilmente mi esce fuori una smorfia dell’orrore. Non è l’unica ad essere agitata.
“Ben detto” aggiunge Alice rivolgendomi uno sguardo dei suoi, pieno di allegria e buonumore. Velocizza i movimenti fino a diventare quasi invisibile all’occhio di Bella, e in meno di un minuto le lima le unghie e le mette lo smalto. “Ecco fatto. Adesso resta ferma qui, mentre vado anche io a cambiarmi. Impiegherò i soliti 5 minuti, anche meno”.
E si avvia come un razzo verso la camera da letto, lasciando Bella a rimirarsi con orrore le mani, e me appoggiato al mobile, lo sguardo perso nel vuoto.
“Beh, allora vado anche io a…” cerco di dire in fretta, ma allo stesso tempo è lei a parlare.
“Grazie, Jasper” dice senza sollevare lo sguardo dalle mani. Il cuore le batte più veloce del solito.
“Figurati, Bella. Non ho fatto nulla di strano”. Cerco di essere il più naturale possibile, di nascondere bene ogni tipo di sentimento che vada oltre la diplomazia e l’indifferenza.
Con gli occhi fermi sulle mani, muove in alto il capo, e lo rivolge verso di me. I suoi movimenti sono talmente meccanici ed innaturali che il motivo è ovvio. Sta facendo di tutto per non guardarmi, ora che siamo rimasti da soli.
Il cuore le batte ancora di più, e quasi rapito da quel suono melodioso, sprofondo nel ricordo.
Questo bagno, il mio sogno, la vasca, io e lei nudi nell’acqua.
Edward! Sta tornando, sento il suo odore molto vicino al bosco. Devo andarmene di qui. E pensare a qualcos’altro.
“Jasper, vorrei dirti che…” la voce di Bella mi colpisce come un pugno in pieno viso.
Non posso lasciarla continuare. Edward sta per tornare a casa.
“No. Non posso. Non posso, Bella, scusami. Devo andare a prepararmi per il ballo.”
E la lascio lì, nel bagno di Rose, le mani di nuovo affondate sui braccioli della poltrona rossa.
Lo sguardo nuovamente terrorizzato. Non più a causa del piegaciglia o del pennello da fard.
A causa mia.
14.Blue Moon
Nel suo smoking, Edward sembra il principe azzurro di una favola moderna, più pallido e meno umano delle persone che ci circondano. Eccezion fatta, ovviamente, per i suoi fratelli e le sue sorelle. In questa favola moderna, io sono la versione più brutta e meno poetica di Cenerentola; l’unica differenza è che lei – durante la corsa – perse solo la scarpetta. Se io improvvisassi una corsa in questo momento, di certo perderei la vita.
Rosalie mi ha prestato un paio di scarpe che conserva da decenni. Per fortuna c’è Edward a sorreggermi, altrimenti su queste scarpe riuscirei a resistere non più di un minuto. Il tacco non è alto, ma la mia capacità di mantenere l’equilibrio è azzerata.
Faccio rapidamente il giro della sala e gli occhi mi cadono sui miei compagni di classe, impegnati come noi a ballare sulle note di Glenn Miller. In verità è Edward che balla: io mi limito a farmi accompagnare, come al solito.
Il tema del ballo è “Il favoloso Mondo degli Anni 30” e tutto evoca quell’epoca: le luci calde appese al soffitto, l’abbigliamento dei camerieri che ai tavoli servono succhi di frutta e qualche bicchiere di vino, l’abbigliamento di ogni persona presente. Perfino i membri della piccola orchestra sono vestiti a tema, e suonano musica di un’epoca a me lontana.
Il mio abito è lungo, con una coda di almeno mezzo metro; ovviamente essa è causa della mia paura degli ultimi minuti: temo di inciamparci dentro e finire a terra. Il vestito è di seta color azzurro chiaro, con le spalline di merletto e uno scollo lievemente pronunciato, sia sul davanti che sul retro. Le scarpe che Rosalie mi ha gentilmente concesso di indossare sono color crema e fanno il paio con lo scialle di merletto che al momento è appoggiato su una delle sedie del nostro tavolo. Al collo ho un lungo filo di perle, che mi rendono molto più adulta e molto più chic.
Edward è a proprio agio e mi fa volteggiare sulla pista senza il minimo sforzo.
“Gli anni ’30 ti donano molto” mi dice con la bocca appoggiata all’orecchio.
“Se lo dici tu…” rispondo cercando di mantenermi ben salda alle sue mani. Sento lo strascico dell’abito che tocca il parquet e la paura che qualcuno possa inciamparci o che io stessa possa farlo è tanta. “Possiamo fare una pausa: credo di aver minato abbastanza la sicurezza dei presenti con le mie giravolte” aggiungo.
“Certo, amore”.
Ci avviamo al tavolo che ospita Rosalie e Alice. Emmett e Jasper sono al buffet: riempiono entrambi dei piattini con abbondanti antipasti e tartine. Mi chiedo chi di loro li mangerà; probabilmente fingeranno come ogni volta, e come ogni volta il cibo sparirà dai piatti senza che io mi sia resa conto della fine che ha fatto.
“Visto, Bella? Tutto quel terrore, oggi pomeriggio… e invece guardati, sei uno splendore!”. La voce squillante di Alice ci accoglie mentre io ed Edward prendiamo posto al tavolo rotondo.
Le lancio un’occhiata implorante, e in risposta mi sorride col suo migliore sguardo da folletto.
“Per quello che conta, per me saresti stata comunque uno splendore… anche in pigiama”. La mano di Edward trova immediatamente la mia, e nei suoi occhi vedo tutto l’amore che prova per me.
E pensare che pochi mesi fa ho rischiato di perdere tutto questo. Edward, la sua famiglia, persino le torture medievali di Alice. Stavo per perdere ogni cosa. Ora tutto è tornato alla normalità.
O quasi.
Edward è ancora formalmente bandito da casa Swan e quando mi capita di parlare di lui con Charlie, avverto mio padre diventare rigido e nervoso; purtroppo non riesce ancora a farsi andar giù che Edward sia tornato, che tra di noi sia tutto nuovamente come prima.
Non ho notizie di Jacob. Ho provato più volte a mettermi in contatto con lui, ma evidentemente mi odia talmente tanto che preferisce non rivolgermi più la parola. La faida eterna fra vampiri e licantropi ricade su di me, ed io non posso fare nulla per evitarlo.
Poi c’è Jasper. Da quando siamo tornati dall’Italia abbiamo scambiato si e no 10 parole, compresi i saluti e i monosillabi. Ogni volta che provo ad avvicinarlo, qualcosa o qualcuno ci interrompe. Spesso, quelle rare volte in cui ci troviamo a casa sua – da soli – d’improvviso mi dice che deve allontanarsi per fare una telefonata, per scrivere una lettera ad un amico lontano, o semplicemente per prendere un po’ d’aria.
E’ chiaro come il sole che mi evita. Lo ha fatto anche oggi, mentre Alice e Rose erano via.
Ho provato a parlargli, ma è quasi fuggito. Anzi, è proprio scappato via.
Vorrei potergli parlare per qualche minuto e chiedergli il perché di così tanta freddezza. Temo che si senta in colpa per ciò che è accaduto al mio compleanno e vorrei dirgli che non ne ha motivo.
Non ce l’ho con lui. Considero tutti i Cullen come la mia seconda famiglia e voglio che anche Jasper lo sappia. Che non mi eviti quando siamo assieme, che mi parli come fa Emmett. Diamine, perfino Rosalie si sta dimostrando più gentile!
Forse c’è dell’altro. Forse mi evita perché il mio odore gli dà fastidio. Evita di starmi troppo vicino perché ha paura di poter reagire come a Settembre. Io non ho paura di una cosa simile. Per diversi motivi: credo che stavolta Alice riuscirebbe a vedere una situazione simile; sono convinta che Edward setacci spesso la mente di Jasper, alla ricerca del minimo segnale che possa indicare un pericolo per la sottoscritta. Infine, io mi fido di Jasper. Non ho paura di lui.
Nessuno ha mai chiesto il mio parere su questa faccenda, ma dentro di me credo che lui non abbia mai desiderato uccidermi. Non ce lo vedo, Jasper; non riesco a vederlo come un assassino.
So che è – rispetto agli altri – un giovane vegetariano, quindi sono cosciente del fatto che in passato ha ucciso degli esseri umani. Però non posso credere, non voglio credere che abbia desiderato la mia vita.
“Ehi, Bella, sei ancora fra di noi?” La voce di Emmett mi riporta alla realtà. Lui e Jasper sono tornati dal buffet e un’attenta Rosalie sta armeggiando con coltello e forchetta per tagliare una fetta di prosciutto che chissà poi dove metterà.
Davanti a noi, decine di coppie ballano a ritmo di un pezzo Charleston: alcune ragazze hanno dei tacchi più alti dei miei, chissà come fanno a non rompersi l’osso del collo.
“Sì, certo. Mi passi un piatto? Ho voglia di tartine”. Ne afferro una al sapore di paté d’olive e burro e la bagno con un bicchiere di acqua frizzante. Gli occhi di Edward seguono ogni mio movimento, rapiti come sempre.
Decido di approfittare del momento.
“Quasi quasi vado a riempirmi il piatto di queste” dico alzandomi dalla sedia. “Sono davvero buone”.
“Lascia che vada io, Bella”. La mano di Edward si posa sulla mia spalla, per fermarmi.
“No, Edward. Nessuno mi farà del male, tranquillo”.
Posa le labbra sulla mia fronte e il suo profumo per un attimo mi fa vacillare. Afferro lo scialle di merletto e lo appoggio sulle spalle; mi dirigo al buffet, alla cui estremità orientale, quasi vicino alla porta della sala, Jasper sta amabilmente colloquiando con un amico. In mano ha un panino al formaggio grande quanto un muffin e lo agita con maestria mentre parla di non so cosa. Nessuno potrebbe mai dubitare del fatto che prima o poi lo mangerà. Nessuno tranne me.
Mi avvicino cercando di mantenere un atteggiamento sicuro sui tacchi e sereno in volto.
Ho paura che non appena mi veda si inventi una montagna da scalare e scompaia come fa sempre.
“Ciao, Cooper”. Mi inserisco nel discorso con un saluto; Jasper mi osserva come se fossi un insetto, segno che – come potrebbe essere altrimenti? – la mia presenza gli dà fastidio.
Cooper si congeda quando si rende conto che il vino è quasi finito e si dirige al tavolo presso cui i camerieri riempiono svelti bicchieri e bicchieri di bianco Chardonnay.
Sto per rivolgermi a Jasper, quando la voce squillante di uno dei membri dell’orchestra ci interrompe. “Ed ora, via con la gara di ballo! Formate tutti una coppia e preparatevi a vincere il titolo di Coppia degli Anni 30!!!”.
Mi volto all’improvviso verso il nostro tavolo e sorrido. Rose – con un abito monospalla nero e i capelli pieni di onde bionde – è avvinghiata ad Edward; la piccola Alice è quasi aggrappata al nerboruto Emmett: lui indossa uno smoking bianco, che lo rende ancora più grande. Lei sembra una ballerina di Cabaret, con tanto di copricapo con piuma. Edward sembra molto contento di partecipare all’improvvisa gara di ballo e da lontano mi mima con le labbra la parola DIVERTITI.
Mi volto verso Jasper e lo trovo con gli occhi color del miele, limpidi e sereni. Mi sorride come se avesse appena scoperto un tesoro. “Andiamo, Bella. Non vorrai farmi perdere la gara?”
Gli sorrido anche io e gli porgo la mano. Ci dirigiamo verso gli altri, mentre una ragazza vestita con un abito paiettato color smeraldo inizia a cantare Blue Moon.
15.Chi ha detto che non possiamo?
“Conosci la storia di questo brano?” le chiedo mentre balliamo. Quasi non sento più la mano che le cinge la vita. Mi sforzo con tutto me stesso per ignorare il calore del suo corpo, la morbidezza della sua carne. Mi sforzo di pensare a tutto tranne a ciò che mi passa davvero per la mente.
Sono certo che Edward è in ascolto. Per questo motivo non ho battuto ciglio quando mi sono reso conto che avrei dovuto danzare con Bella. Anzi, ho cercato in ogni modo di sembrare felice e entusiasta: il minimo dubbio, la minima mia paura sarebbe stata intercettata da Edward.
“No, me la racconti?”. Gli occhi di Bella sono illuminati dal bagliore delle lampade, sembrano ancora più luminosi del solito.
“A volte capita che in uno stesso mese vi siano 2 lune piene. La seconda luna piena è detta Blue Moon. La Luna Blu è stata sempre considerata una rarità, un evento più unico che raro. Questa canzone risale al 1934 e parla dei sentimenti di un uomo”. Mi guarda completamente rapita da ogni singola parola.
“Si sente fortunato, perché mentre è solo ed abbandonato, inaspettatamente, trova l’amore. Raro appunto, come una Luna Blu.” Ascoltiamo le parole del pezzo e Bella sorride, quando si rende conto del significato del brano, dopo la mia spiegazione.
In lontananza, Edward e Rosalie ballano e parlano tra di loro, ma non voglio sapere di cosa; Alice ed Emmett riescono a risultare molto aggraziati, sebbene assomiglino ad una formica e ad un gorilla.
“Dove hai imparato queste cose?” mi chiede lasciandosi cullare nella danza lenta. “Oh, non dirmelo. Probabilmente in un’altra vita ti esibivi nei club col tuo gruppo e la cantavi mentre uomini e donne brindavano alla faccia del Proibizionismo.”
“Più o meno” sorrido, cercando di apparire il più rilassato possibile.
“Non sapevo che ballare ti piacesse così tanto… in realtà pensavo che anche stavolta saresti fuggito da me… lo fai sempre…” Arrossisce mentre mi parla e abbassa lo sguardo in maniera impercettibile. Il suo profumo mi dà alla testa. Edward mi osserva, non posso pensare niente.
“Ma no, che dici! Non scappo da te, Bella”. Sono falsissimo perfino alle mie orecchie. Fa che Edward non si accorga di nulla.
“Sicuro?”
“Certo. Gli ultimi mesi non sono stati i più facili, ma stai tranquilla: non scappo da te. Fai parte della nostra famiglia ormai”. Calco sull’ultima frase sperando che mio fratello colga in essa un significato d’affetto e di apertura verso la sua ragazza.
Non importa se adesso più che mai avrei voglia di stringerla. Non importa se il freddo del mio corpo le dà i brividi. Riesco a vederne gli effetti, sotto la seta dell’abito.
Moonlight Serenade prende il posto di Blue Moon.
Continuiamo a ballare nella stessa posizione. Un passo a destra, uno a sinistra. Più che ballare, ci stiamo dondolando. Mi volto a guardare le altre coppie, e mi rendo conto che tutti i componenti si sono avvicinati. Alice abbraccia Emmett cercando di raggiungere la sua schiena con le mani, ma non ci riesce. Rose balla guancia a guancia con Edward.
Io e Bella manteniamo almeno 2 passi di distanza l’uno dall’altro.
Guardo Edward. Guardo Alice.
“Bella, perderemo questa gara, me lo sento” dico sorridendo.
“Scusami, Jasper… io sono negata, scusami davvero” dice avvampando.
Piccola, dolce Bella.
Mi avvicino di un passo, e con la mano destra posata sulla sua schiena l’avvicino di più. Mi guarda con gli occhi aperti e arrossisce di nuovo. “Tranquilla,” dico, ascoltando i battiti veloci del suo cuore “non voglio farti del male”.
“So che non vuoi farmi del male” risponde sorridendo e rilassandosi. “L’ho sempre saputo” continua, riferendosi al suo compleanno.
Balliamo vicini in questo modo e piano piano sento il suo cuore calmarsi. E’ piccola e fragile fra le mie braccia, calda e morbida. Vorrei smettere di dondolare e stringerla più forte, abbracciarla.
Al diavolo, chi ha detto che non posso?
Fermo i piedi sulle note finali del pezzo di Glen Miller e la stringo a me, cercando di risultare quanto più dolce e fraterno possibile. Si lascia trascinare fra le mie braccia senza opporre resistenza, fino a raggiungere il mio petto.
Il suo calore mi invade, nonostante i vestiti e nonostante la mia pelle, spessa come il marmo.
Arriva dritto al cuore, e per un attimo sembra che anche il mio possa battere.
Mi cinge le spalle con le mani e sento che si avvicina di più, quasi a volersi attaccare a me.
E’ una sensazione indescrivibile, di pace unica, di calore e amore.
“Grazie” mi sussurra quando si allontana, rossa in viso come il colore delle fragole.
“Per cosa?”
“Per aver finto.”
Come? “Come? Cosa stai dicendo, Bella?”.
“Non credo che tu sia stato completamente sincero stasera. E credo anche di aver capito perché. Ad ogni modo, grazie per averlo fatto”.
Resto interdetto per qualche secondo. Non so proprio cosa risponderle, anche perché pensavo che non si sarebbe mai accorta di nulla. Invece ha notato il mio cambiamento. E se l’ha notato lei, è possibile che l’abbia notato anche mio fratello.
“Bella… io non… non so di cosa tu stia parlando” provo a dirle.
Arrossisce e il cuore riprende a batterle forte. “Pensavo che tu… che io… non avrei dovuto dire nulla, lascia stare, Jasper, lascia stare”.
Con gli occhi lucidi si allontana da me e si avvia verso il nostro tavolo.
Edward si stacca da Rose quasi con violenza, e la segue.
Io resto in piedi, da solo, in mezzo alla pista.
16. Tacco,Armani,Peperone
Per fortuna Edward non può leggermi nella mente. Per fortuna.
“Bella, amore, cos’è successo?”. Ha raggiunto il tavolo prima di me. Lo segue anche Alice, che nel frattempo ha recuperato Jasper da dove l’ho lasciato.
“Oh, Edward…”. Porto le mani al viso e inizio ad arrossire.
Al tavolo accorrono anche Rosalie ed Emmett, in evidente imbarazzo.
Come sono felice che Edward non possa frugare nei miei pensieri e capire il motivo del mio gesto.
“Bella, ti prego, parlami. Dimmi cos’hai… come posso aiutarti?” mi chiede, sempre più preoccupato.
“Edward, sono un disastro! Non ho fatto altro che inciampare nel vestito e calpestare i piedi a Jasper per tutto il tempo… ti prego, portami a casa! Ne ho abbastanza di questo ballo!” gli rispondo continuando a tenermi le mani sul viso.
“Per favore, portami via” ripeto abbassando le mani e portandole in grembo. Intravedo lo sguardo scandalizzato di Rosalie e ne capisco subito il motivo: avrò di certo rovinato il trucco.
“Bella, sei così sconvolta perché non sai ballare?”. La voce di Edward passa dal preoccupato all’incredulo.
“Certo… per cos’altro altrimenti?” gli dico guardando lui e gli altri vampiri che mi circondano. Jasper mi guarda con gli occhi inespressivi, lo sguardo gelido e fermo di sempre. Emmett trattiene a stento una risata, mentre Alice mi sorride come farebbe una vecchia zia.
Edward mi stringe a se con uno dei suoi abbracci più caldi ed affettuosi. “A volte sei capace di farmi impazzire” dice baciandomi i capelli. Gli cingo la vita con le braccia ed è come stringere un pezzo di marmo.
Prima invece… quando Jasper mi ha abbracciata…
Guardo nella sua direzione e lo trovo nella mia stessa posizione, stretto ad Alice, adesso felice e sorridente. Molto più sorridente, molto più spontaneo di quando ballava con me.
Era come se stesse fingendo di stare bene, mentre in realtà voleva solo scappare.
Mi ha detto che non mi evita, ma non gli credo.
Mi ha detto che non vuole farmi del male e a questo io credo.
Stasera ha finto… ha ballato con me e lo ha fatto con fin troppo piacere. Oggi pomeriggio è scappato dal bagno di Rose non appena gli ho rivolto la parola. E’ sempre così quando siamo soli.
Quando invece i suoi fratelli ed Alice sono nei paraggi è diverso: è accomodante e cortese, proprio come quando abbiamo ballato.
Lo ha fatto per non sembrare scortese e maleducato… agli occhi di Edward.
Lo ha fatto perché Edward può leggergli nella mente.
Nella mente di Jasper c’è qualcosa che mi riguarda; qualcosa che lui non vuole far sapere ad Edward. Non può trattarsi di una cosa pericolosa… non voglio credere che Jasper abbia… sete di me. Non di nuovo, non di nuovo.
“Bella.” È Alice a parlare, mi sta sorridendo con lo stesso calore di poco fa.
“Alice?” dico, risvegliandomi quasi da un sogno.
“Come puoi pensare di essere un disastro, andiamo! Fino a prova contraria, non sei caduta neppure una volta, segno che la lunghezza del vestito è perfetta… non a caso l’ho scelto io… e poi non mi pare che Jasper sia tornato zoppicante dalla pista. Vero, Jasper?”. Si rivolge a lui come per incoraggiarlo a dirmi qualcosa di carino.
“Certo… certo. Bella, sei stata un’ottima compagna di danze” dice guardandomi con immenso calore. Mi sento immediatamente più calma, più tranquilla e so che oltre alle sue parole ha usato anche il suo potere.
“Questo, ad esempio, sarebbe un gesto che potrebbe dar fastidio a Jasper”. Col suo tacco alto, Alice si avvicina alla scarpa del suo compagno per quello che mi sembra un secondo. Quando sposta il piede, sorride come un piccolo elfo natalizio e tutti rimaniamo a bocca aperta: all’altezza del terzo dito vi è un foro che lascia chiaramente vedere il calzino scuro di Jasper. Il buco ha la forma precisa e netta del tacco di Alice; è buffo e anche terrificante, se si pensa alla grazia avuta da Alice nel crearlo.
Jasper le lancia un’occhiataccia. “Beh, grazie”.
“Oh… mi spiace” dico arrossendo di nuovo. Edward mi tiene la mano, accarezzandola dolcemente.
“Ecco… dal momento che tu non potrai mai riuscire a calpestargli i piedi in questo modo non farti troppi problemi. Vero, Jasper?”
Le lancia un’altra occhiataccia e si gira a guardare me, con gli occhi limpidi e più tranquilli. Mi sorride ed annuisce col capo.
“Vuoi comunque andare a casa?” mi chiede Edward, la sua voce vellutata al mio orecchio.
“Sì, per favore…” dico, cercando di non mostrargli tutta la mia insicurezza.
Il giorno dopo
“Quando saranno di ritorno?”. Lo chiedo sempre quando Edward va a caccia e mi lascia a casa sua. Sta via per poco tempo, ma a me sembra comunque un’eternità.
“Bella, sembri un disco rotto” mi risponde Rose, seduta al computer. Sta ordinando dei vestiti da un sito italiano… credo sia Armani.
Edward, Emmett e Alice sono andati a caccia nei dintorni, non dovrebbero impiegare molto. Carlisle è all’ospedale ed Esme sta curando la ristrutturazione di una casa a Port Angeles.
In casa siamo in 3: io, Rose e Jasper. Io e Rose siamo nel salotto, Jasper è chiuso in camera sua. Non l’ho ancora visto, e sono qui da qualche ora.
“Rose, Jasper sta bene?” chiedo con voce bassa. So che in qualche modo lui può sentirmi, ma provo ad ogni modo a nascondere la domanda.
“Certo… pensi che abbia il raffreddore?” chiede mentre clicca sui vari modelli di pantaloni e camicie estive.
“Beh… mi chiedevo cos’avesse… tutto qui. Quando io sono in casa se ne resta sempre chiuso in camera…”.
Rose capisce il mio pensiero, e si volta a guardarmi con uno sguardo rassicurante. “Bella, stai tranquilla. Jasper non ha nulla contro di te. Non pensare ancora a quella faccenda. Dimentica. Vedrai, in breve tempo tornerà quello di sempre”.
“Stavate parlando di me?”. La voce di Jasper precede il suo ingresso sulle scale. Le scende tenendo le mani in tasca, sorridendo ad entrambe.
Mi sorride ed io arrossisco come un peperone. Ha di certo ascoltato la mia conversazione con Rosalie. “Scusami… non volevo sembrare ficcanaso” dico, intrecciando nervosamente le dita.
“Ti va di andare a fare quattro passi? Alice ha previsto un acquazzone per la serata… che ne dici se ci godiamo il resto del pomeriggio all’aperto?”. Mi parla come farebbe Charlie, oppure Edward. Non posso credere che quello che ho davanti sia il solito Jasper.
“Io? Con me?” balbetto diventando ancora più rossa.
“No, con me” interviene sarcastica Rose. “Andate a farvi un giro, su. Questa casa diventa perfetta per la sottoscritta quando è vuota”. Sorride con un ghigno diabolico e mi lancia il giubbotto dalla sedia accanto alla sua.
Jasper mi precede alla porta che dà sul retro, e mi segue richiudendosela alle spalle.
Procediamo lentamente per qualche decina di metri, senza proferir parola, fino a fermarci ad un grosso masso. Mi volto verso di lui, che si è seduto su uno spuntone. Sta guardando verso il fiume, sembra molto concentrato.
Avverto una strana sensazione: potrebbe sembrare paura, timore, ma non lo è.
E’ come un morso della fame, come un crampo allo stomaco. Sento che sta per dirmi qualcosa.
“E’ giunta l’ora che tu sappia la verità” dice. E mi guarda con gli occhi più chiari che io abbia mai visto ad un membro della sua specie.
17. La verità
“Rose, Jasper sta bene?”. Chiede di me. Lo fa a bassa voce, sperando forse che io non riesca a sentirla.
Piccola, ingenua Bella. Riesco non solo a sentire la sua voce: sento il suo respiro leggero ma tremante, come se fosse in ansia per qualcosa; sento il battito del suo cuore, tranquillo e soave come quello di un bambino. Sento il calore che la sua pelle emana: arriva fin qui, all’ultimo piano.
“… quando io sono in casa se ne resta sempre chiuso in camera…”. Bella non è stupida, ha capito qualcosa. Ha capito qualcosa e fa domande. A Rose, la persona meno adatta per una cosa simile.
Esco dalla camera e in meno di un secondo sono sulle scale. “Stavate parlando di me?”. Cerco di sembrare il più gentile ed affabile possibile: non voglio insospettire mia sorella e non voglio far allarmare Bella; non appena mi vede, diventa rossa in viso e il cuore inizia a pompare molto più sangue. Se solo potessi accarezzarla… stringerla a me per un attimo…
“Scusami… non volevo sembrare ficcanaso” risponde, abbassando gli occhi sulle mani.
“Ti va di andare a fare quattro passi? Alice ha previsto un acquazzone per la serata… che ne dici se ci godiamo il resto del pomeriggio all’aperto?”. Alice non ha previsto un bel niente, ma io ho bisogno di stare solo con lei. Dopo aver ballato assieme… dopo averla stretta a me… ho bisogno di parlarle, ho bisogno di capire cosa pensa, perché mi ha detto quelle cose dopo l’abbraccio. Perché ha mentito ad Edward, perché si è staccata da me all’improvviso.
“Io? Con me?”. Il cuore le batte più forte, mentre le sorrido per invitarla a seguirmi sul retro. Infila il giubbotto, sebbene non faccia troppo freddo; le cedo il passo all’uscita e l’affianco mentre camminiamo, diretti al fiume.
Resto in silenzio e lei fa altrettanto. Il suo cuore fa le capriole.
Mi siedo sulla grossa pietra che piace tanto a Emmett e osservo il fiume, l’acqua che scorre limpida, i rami degli alberi coperti di foglie verdi.
“E’ giunta l’ora che tu sappia la verità”. Mi volto verso di lei dopo aver detto la cosa più stupida del mondo. Ho usato il tono di un cowboy che sta per ammazzarne un altro.
Jasper, controllati. Sei con Bella… la cosa più importante per te. Cerca di ragionare.
Posso davvero dirle la verità? Chi sono io per rovinarle la vita? Di nuovo, per giunta.
Sapere la verità avrebbe effetti devastanti su di lei… per non parlare delle conseguenze che ci sarebbero nella mia famiglia: Edward, Alice… E poi, dopo averle detto “Bella, ti amo” cosa spero di ottenere? Un “Jasper, ti amo anch’io”? Impossibile.
Sicuramente fuggirebbe via impaurita e, anche se Edward non può leggerle nella mente, verrebbe a sapere tutto in un attimo.
Bella mi guarda, aspetta che le parli. Ha il cuore in gola. “Bella, stai calma. Il tuo cuore scalpita” le dico sorridendo.
Dio, quanto sono belli i suoi occhi…
Arrossisce. Sento chiaramente il sangue che sale alle guance. Ha l’odore dei fiori più profumati, del cacao più nobile, della terra secca che si bagna d’estate con la pioggia. E’ l’odore più invitante di tutti.
Jasper, controllati.
“Cosa vuoi dirmi?”. Le trema la voce, il cuore non cessa di galoppare. Che stupido, l’ho soltanto spaventata. Sono un emerito deficiente.
E siccome lo sono, mi comporto da tale.
Le prendo la mano destra, e la porto all’altezza del mio ginocchio. E’ calda come il fuoco. La tengo fra la mia come se fosse di cristallo, come se fosse nitroglicerina e potesse scoppiare da un momento all’altro.
Lei ha quasi smesso di respirare.
E’ soffice, morbida. Non le sono stato mai così vicino, mai come ora.
Ed è allo stesso tempo un piacere ed una tortura.
“Niente… niente, Bella. Niente d’importante” le dico a voce talmente bassa che per un attimo temo che non mi abbia sentito.
“Jasper… lo so che mi nascondi qualcosa.” Ritrae la mano dalla mia e le infila entrambe nelle tasche del giubbotto. Muove un passo fino a mettersi di fronte a me e nonostante il cuore le batta all’impazzata mi guarda dritto negli occhi, ostinata e cocciuta come solo lei sa essere. “Perché ieri sera hai ballato con me? Perché hai accettato così di buon grado? Solo qualche ora prima sei fuggito come fai sempre…”
La voce le trema e i grandi occhi marroni sono pieni di lacrime.
“Dimmi la verità. Hai detto che è giunto il momento che io sappia la verità. Dimmela” insiste.
“Vuoi la verità?” le chiedo alzando il capo e fissandola dritto in faccia. Quando i nostri occhi s’incontrano, sento un’altra capriola provenirle dal petto.
“Sì”. Altre due capriole.
Mi alzo dalla pietra, siamo a pochi centimetri l’uno dall’altro. Siamo entrambi con le mani in tasca; lei, più piccola di me, ha il capo piegato in alto e si sforza di tenere il mio sguardo. Io la guardo dall’alto e trattengo l’istinto di afferrarla e stringerla, senza dirle nulla.
Invece parlo. “La verità è che ti amo. Ti amo, Bella. Sono innamorato di te da più di un anno ormai. Ho lottato per nasconderlo a me stesso, lotto ogni giorno, ogni minuto per nasconderlo a tutti, ma non riesco più a tenermelo dentro. Vorrei che tu fossi mia, per sempre. Vorrei renderti immortale e trascorrere il resto dell’eternità con te. Non sai quanto è difficile per me starti lontano, non sai quanto impegno metto ogni giorno per cercare di apparire normale, agli occhi di Edward e di Alice soprattutto. Bella, io ti amo; quando ho rischiato di perderti… quando ho rischiato di perderti… mi sono sentito l’ultimo uomo sulla Terra. So che ami Edward, so che per noi non esiste futuro: mi accontenterò di vederti felice al suo fianco, mi accontenterò di vederti felice con lui.” Riprendo per un secondo il fiato. “Volevi la verità. L’hai avuta”.
Mi guarda come se avesse visto un fantasma.
Non può essere morta, eppure il suo cuore ha smesso di battere.
Nel volto ha dipinta un’espressione di incredulità mista al terrore.
Sta per svenire. O peggio, per vomitare. Oppure sta per picchiarmi selvaggiamente, rischiando seriamente di farsi male.
Ma ecco che pian piano sento di nuovo il suo battito. E’ leggero, tranquillo. Il suo viso torna a colorarsi dopo essere apparso per qualche secondo bianco come un lenzuolo.
Mi guarda negli occhi ed accenna un mezzo sorriso. Mi sorride?
Le ho appena detto che l’amo e mi sorride?
“Jasper, per favore, sii serio. Vuoi dirmela o no questa verità?”.
Mi sorride di nuovo.
“Tu che mi ami… andiamo”.
Diventa più seria.
“Si tratta di una cosa molto grave, vero? Tu… tu… tu mi odi, vero? Mi detesti… è per questo che mi eviti. C’è qualcosa in me che ti ripugna, vero? Dimmelo, Jasper… ti prego.”
Ha di nuovo gli occhi pieni di lacrime.
Non mi ha creduto. Le ho detto la verità e non mi ha creduto.
Avrei preferito tutto, avrei preferito qualsiasi altra cosa.
Avrei di gran lunga preferito essere picchiato.
Non mi ha creduto. Per lei è impossibile che io possa amarla. Ha creduto che stessi scherzando.
Mi sento come se qualcuno mi avesse cacciato il cuore dal petto e, pur tenendolo ancora collegato al corpo, vi avesse infilzato dentro mille aghi, davanti ai miei stessi occhi.
Mi sento come se mille lame si conficcassero nella gola, nello stomaco.
Sento l’odore di Edward: è vicino, meno di un kilometro.
“Stanno tornando” le dico senza alcuna emozione.
Mi volto dalla parte opposta a quella da cui Alice e gli altri stanno arrivando ed inizio a correre.
Lascio Bella accanto alla grossa pietra, le mani ancora nelle tasche del giubbotto.
In viso è bianca, di nuovo come se avesse visto un fantasma.
18.Parole
Qualche ora più tardi.
Prima o poi, a furia di pensare così tanto, mi scoppierà il cervello. Me lo ritroverò sul cuscino come in una scena orribile di qualche film splatter di terza categoria. Jasper mi nasconde qualcosa, ed è una cosa talmente grave, brutta, che ha preferito coprirla con un’assurdità. Perché non può amarmi davvero, giusto? E’ impossibile che mi ami. Lui ha Alice, assieme vivono in completa simbiosi… è assurdo che ami me.
Si è preparato il discorsetto fin nei minimi dettagli, oggi pomeriggio. Ha giocato sicuramente sul fatto che gli avrei creduto. Sciocco.
Deve aver utilizzato anche il suo potere, perché per un attimo… una frazione di secondi… ho pensato che dicesse sul serio. Mi sono sentita mancare la terra sotto i piedi quando ha detto che mi ama: quello sarà stato il momento in cui ha usato la sua abilità, chiarissimo.
Il mio atteggiamento al ballo lo ha messo alle strette, e si è sentito in dovere di inventarsi qualcosa di più futile, di meno importante. Probabilmente Edward e Alice sanno tutto: magari si è consultato proprio con loro, per inventare una balla di queste dimensioni.
No, Edward non avrebbe mai potuto. Mai. Lui mi avrebbe detto quale verità si nasconde dietro il comportamento del fratello, lo avrebbe fatto immediatamente. E Alice avrebbe costretto il suo compagno ad essere sincero.
Se Edward non mi ha detto nulla, vuol dire che non sa. Quindi forse è meglio che non gli racconti di questo pomeriggio, delle cose che Jasper mi ha detto. Anche se non c’è da preoccuparsi, no?! E’ impossibile che lui mi ami, che voglia trascorrere il resto dell’eternità con me… è assurdo ed impossibile.
Meglio mettere a tacere il cervello per stasera, in fondo sono con Edward. E quando sono con lui, nulla ha più importanza. Ci siamo solo noi due.
Secondo le regole di Charlie, ad Edward è consentito farmi visita per poche ore al giorno. Che idiozia, credo che già ai primi del Novecento queste cose non esistessero più.
Invece esistono ora, nel 2000, a Forks. Per fortuna mia però, e per sfortuna di Charlie, il mio ragazzo/vampiro è capace di entrare in casa senza fare il minimo rumore. E’ anche capace di leggergli nella mente e di avvertire ogni minimo rumore, per cui le nostre visite si estendono sempre oltre l’orario stabilito da mio padre.
Di solito, Edward esce dalla porta principale e sale in camera mia usando la finestra.
Lo ha fatto anche stasera.
Ogni volta, per me, è come la prima. Quando mesi e mesi fa lo ritrovai inaspettatamente sdraiato sul letto e rischiai quasi di svenirgli fra le braccia. L’emozione, il cuore che batte, la paura che da un momento all’altro questo lungo sogno possa finire: tutte queste sensazioni non mi abbandonano mai.
Così come non mi abbandona il desiderio per il vampiro che è sdraiato accanto a me.
Ci divide una coperta di pile… nonostante sia estate, la sua temperatura corporea mi causa sempre un mare di brividi. Brividi che sono nulla, rispetto a quelli che vorrei mi desse con maggiore frequenza.
Il nostro contatto fisico non può superare certi confini, che Edward ha stabilito a chiare lettere, ma io lo desidero. Desidero le sue labbra, desidero conoscere il suo sapore, scoprire se è buono almeno quanto il suo profumo. Desidero che mi baci in posti diversi dalle guance, dalle labbra, dalla fronte e dalle mani.
Mi volto verso di lui, in cerca del suo torace. Poggio una mano sulla t-shirt blu e la sensazione è quella di una pietra scolpita da Michelangelo. Una pietra che ha la consistenza soda e marmorea del suo petto, tonica e ferma dei suoi addominali.
Percorro con le dita e con il palmo della mano l’intero spazio che va dal collo allo stomaco di Edward.
“Bella”. La sua voce suona come un antifurto. Ho cercato di violare il caveau della Banca Masen Cullen, Fedele ed Integerrimo fin dal 1918.
E’ straziante desiderare con così tanto ardore e non poter avere. Sapere che l’oggetto del tuo desiderio ti desidera a sua volta e non poter fare nulla.
Mi sollevo su un gomito. “Finirò per trovarmi un amante” gli dico con fare offeso. “Qualcuno che soddisfi i miei desideri e che si lasci almeno accarezzare.”
I suoi occhi color topazio incontrano i miei e con la mano mi accarezza subito la guancia. “Bella, amore, sai quanto è difficile per me…”. Gli impedisco di continuare.
“Sciocchezze. Lo sai come la penso: anche se tu volessi, non riusciresti a farmi del male. E poi… non avevo in mente nulla di scabroso, volevo solo accarezzarti un po’”. Arrossisco. Me ne accorgo perché la fredda mano di Edward diventa ancora più fredda.
“Bella…” Lascia la parola a mezz’aria e mentre i suoi occhi diventano più tristi, riesco a scorgere nel suo tono il rammarico, la frustrazione.
Vorrebbe, ma non può.
Appoggio il capo sul cuscino e mi avvolgo nella coperta.
“Non preoccuparti, non è importante” dico, quasi a convincere me stessa.
“Hai freddo?” chiede notando la coperta sempre più stretta attorno al mio corpo. “Vuoi dormire?”
“Non ancora”.
Resto in silenzio per qualche minuto. Lui mi imita alla perfezione.
“Bella?” dice dopo più di 5 minuti.
“Edward?” faccio eco io.
“Ho pensato ad una cosa… vorrei parlarne con te” dice a bassa voce, usando un tono particolarmente sommesso.
Mi volto nuovamente sul fianco sinistro, restando con la testa sul cuscino. Lui si volta nello stesso momento e ci ritroviamo a pochi centimetri di distanza. Cerco di ignorare le labbra piene, il naso perfetto e gli occhi che mi osservano con dolcezza e con amore.
Gli sorrido, invitandolo a parlare.
“Tu vuoi delle cose da me… e io non posso dartele. Dio solo sa quanto vorrei… quanto vorrei accarezzarti di più, baciarti con più frequenza e con più ardore. Io ti desidero da morire, Bella.” Le parole di Edward mi danno il capogiro.
Mi desidera da morire. Mi desidera.
“Sì…” dico in un sussurro.
“Tuttavia,” continua “credo che ci siano altri modi per dimostrarti il mio desiderio, per dimostrarti quanto ti desidero, quando vorrei amarti di più, in un modo più… più… più fisico”. Riesco – nonostante il cuore galoppante ed il capogiro – ad avvertire la tensione nelle sue parole.
“Sì…” ripeto a voce ancora più bassa.
“Mi consenti di dimostrartelo?” dice con gli occhi vivi ed un lieve sorriso accennato.
Annuisco, non sapendo cos’altro fare e cos’aspettarmi da lui. Dovrei togliermi la coperta di dosso? Dovrei sorridergli? Avvicinarmi e baciarlo? Provare a togliergli la t-shirt?
“Se potessi, Bella… se io potessi… se potessi, ti bacerei molto più spesso. Se potessi, ti bacerei non solo sulle labbra: ti bacerei in posti che sogno di poter baciare… in posti più morbidi delle labbra.”
Il mondo è finito. Il mondo è finito, io sono morta. E questo è il Paradiso.
“In posti come il seno… non l’ho mai visto, eppure lo sogno ad occhi aperti. Lo immagino tondo, grande abbastanza da entrare nella mia mano; sogno di accarezzarlo, di baciarlo centimetro dopo centimetro. Sogno di assaggiarlo, sentirne il sapore fra le labbra. Il sapore della tua pelle, Bella.”
Mi parla restando sdraiato accanto a me, girato sul fianco. Ha un braccio piegato sotto la testa, l’altro e libero e con una mano ha preso ad accarezzare la coperta che mi avvolge. Resto in silenzio, ho paura che parlando il Paradiso possa trasformarsi nella mia stupida camera da letto a casa di Charlie.
“Ho pensato più volte a come sarebbe averti nuda fra le mie braccia. Ho pensato al colore della tua pelle più delicata, quella della schiena… ho immaginato tantissime volte… di ricoprirla di baci, lievi come il battito di una farfalla, caldi come il fuoco di un camino. Bella… ti ho guardata dormire qui, in questa stanza, e a volte ho desiderato farti mia”.
Mi scappa un sospiro. E’ come se il cuore mi stesse scivolando via dal corpo, per finire non so dove. I battiti sono così veloci che non riesco neppure a contarli.
Edward accarezza la punta delle mie dita con le sue: le ha trovate sotto la coperta.
Mi sento ribollire il sangue nelle vene.
I suoi occhi iniziano a diventare più scuri.
“Quando dormi, è un piacere guardarti. Guardare il tuo corpo, poter indugiare su particolari che quando sei sveglia evito di guardare troppo, per non apparire troppo volgare. Come questo… ad esempio.”
La sua mano si sposta dalle dita, sotto la coperta, al mio fianco, sulla coperta. Ne traccia la linea scendendo fino a raggiungere le natiche. Le sfiora per quello che mi sembra un nanosecondo, e poi torna sotto le coperte, alle mie dita.
Sospiro di nuovo.
Gli occhi del vampiro sdraiato nel mio stesso letto sono ancora più neri.
Il topazio lascia il posto alla melassa più scura: è eccitato come me.
Dovrei aver paura, ma non ne ho. Ho voglia di ascoltare ancora ciò che ha da dirmi.
“Bella…” mi dice posandomi un dito sulla bocca, facendolo scivolare da destra a sinistra.
“Edward…” dico con la voce che mi trema.
“Ti voglio” dice con un sol fiato.
Schiudo leggermente le labbra e, guardandolo dritto negli occhi, gli bacio la punta dell’indice.
19. Long night part 1
La pelle di Edward è fredda. Sul mio corpo ha lo stesso effetto che avrebbe un cubetto di ghiaccio. Avverto i brividi corrermi giù, lungo la schiena. Avverto mille piccole scariche elettriche che unite formano un incendio; un incendio che si irradia dal cuore, verso lo stomaco e poi in basso… sempre più in basso.
Gli bacio la punta del dito chiudendo gli occhi, temendo di poter far qualcosa che possa costringerlo a smettere, che possa fargli cambiare umore. Tutto intorno a me gira, e dentro sento l’incendio espandersi a tutto il corpo. Schiudo ancora di più le labbra, fino ad assaggiare la sua pelle con la lingua. Il contatto mi dà un’altra scossa, e riapro gli occhi.
Edward mi guarda, gli occhi sono neri come la pece ormai. Sono fissi sulle mie labbra, come se fosse in attesa di qualcosa.
Con la lingua gli sfioro il polpastrello e con delicatezza lui lo spinge di mezzo centimetro verso di me, in bocca. Lo avvolgo con le labbra e lo bacio, abituandomi al gelo della pelle, al freddo esteriore che fa a cazzotti con ciò che leggo nei suoi occhi.
Mi desidera. Mi desidera e me l’ha detto, molto chiaramente. Si è spinto fin dove non si era mai spinto finora. Ed io lo amo per questo. Lo amo e lo desidero, come lui desidera me.
Intreccio le dita alle sue. Lo faccio giocherellando con le punte, fino a trovare riparo, con la mia piccola mano, nella sua, grande e gelida.
La porta a se senza dire nulla e ricambia il gesto.
Mi bacia i polpastrelli, dal primo all’ultimo. Annusa le mie dita ad occhi chiusi e con il tocco di un angelo mi bacia lo spazio fra le singole dita; mi bacia il palmo, schiudendo appena le labbra e lasciandomi sentire il suo respiro fresco sulla pelle.
Lo desidero come non ho mai desiderato nessun altro uomo in vita mia. Non m’importa del fatto che possa farmi del male, uccidermi. Ho bisogno del suo corpo, ho bisogno di sentirlo dentro di me.
Lo voglio.
“Edward…”
“Bella…”
“Edward, parlami… parlami ancora, parlami di nuovo…” Non riesco a non sospirare, a non sentire il fuoco che esce dal mio corpo ad ogni singolo respiro.
Sospira profondamente e lascia passare dalle labbra un lieve sorriso. “Parlarti… come se fosse facile adesso… Bella, non puoi capire come mi sento adesso. Non puoi immaginare quello che provo…”
Sciocco. “Sì che posso invece. Vorresti lasciarti andare… vorresti fare qualsiasi cosa per starmi più vicino di così. Vorresti amarmi in modo diverso, in modo più fisico. Ti senti combattuto, fra quello che vorresti fare e quello che devi fare…”
Un altro sorriso, i suoi occhi sono chiusi. E’ completamente rilassato.
“Bella, tu mi sopravvaluti… le mie sensazioni in questo momento sono molto più terrene… molto più… carnali”
Sorrido anche io, e arrossisco.
“Bella… mi prometti una cosa?”
“Tutto” dico senza aspettare neppure un secondo.
“Promettimi che non griderai.” Apre gli occhi mentre pronuncia l’ultima parola.
Cerca di guardarmi nel modo più amorevole possibile, ma il nero senza fondo mi incute un po’ di timore.
Edward mi ama, non mi farebbe mai del male. Lo so.
“Te lo prometto” gli rispondo, ignara di cosa sta per accadere.
Mi lascia la mano e si solleva, mettendosi a sedere. Un unico movimento, veloce come una saetta e silenzioso come solo lui sa essere.
Con entrambe le mani scosta i lati della coperta di pile. Usa il massimo della lentezza in ogni gesto. Dalla coperta appare il mio piccolo corpo; le mani sono unite sullo stomaco. Cerco di controllare il respiro e spero il mio cuore galoppante non sia visibile dalla maglietta.
Si abbassa su di me, mi accarezza i capelli. Mi sorride, e mi sfiora le labbra.
Fredde le sue… bollenti le mie: resto immobile, non voglio che smetta, voglio sapere cosa viene dopo, cosa succede.
Mi scosta i capelli dal collo e con la bocca scende proprio lì, nell’incavo sotto al mento. Sposto la testa indietro e lascio che mi baci. Mi sfiora con tutta la calma di questo mondo, con la lingua.
La sento, fredda, che percorre il collo da giù a su. Impiega quello che mi sembra un secondo e torna su, alle labbra.
Gli occhi di Edward sono aperti, come i miei. Mi guarda mentre percorre con la punta della lingua il contorno delle labbra.
Ho paura di morire. Non a causa sua però. Ho paura che mi venga un infarto o qualcosa di simile. Quanto ancora potrò resistere senza perdere la calma e buttargli le braccia al collo? Quanto?
Con una mano, sposta le mie dallo stomaco. Con la punta delle dita, mi solletica in vita.
Inevitabilmente, mi scappa un sorriso e mi muovo. Soffro tremendamente il solletico, lo sa.
“Non gridare” mi ricorda. Non so perché, ma quelle parole mi eccitano.
Con la punta delle dita solleva la maglietta che indosso e infila la mano sotto.
Sto morendo, lo sento. Il tocco delle sue dita mi farà morire.
Senza smettere di guardarmi negli occhi, prende ad accarezzarmi la vita, con i polpastrelli.
Mi accarezza lo stomaco, la pancia.
I miei sospiri sono sempre più profondi. Trattengo il respiro fino a contrarre gli addominali quando con le dita si spinge fino al bordo degli shorts.
“Sei così calda” mi dice a pochi centimetri del mio viso.
Vorrei parlare, ma siccome sto morendo non riesco a proferir parola. Gli unici pensieri che ho sono sfocati, confusi. Tutti però riguardano Edward: Edward accanto a me, Edward su di me, Edward dentro di me.
“Bella…”. Si avvicina al mio orecchio con la bocca, ma sento chiaramente che le sue dita, dal bordo degli shorts, si spostano in basso. Accarezza il tessuto di cotone dei pantaloncini come se stesse toccando la Sacra Sindone. Arriva sempre più giù, e per me è automatico… vitale… schiudere le gambe. Gli cingo le spalle con entrambe le braccia, mentre il nostro respiro inizia ad impazzire.
Il mio cuore fa la stessa cosa quando si rende conto che le dita di Edward sono sempre più giù, sugli shorts. Avverto nuove scariche elettriche provenire dal basso ventre e confluire dove lui ha le dita.
Mi accarezza e, mentre mi tocca attraverso il cotone, lo sento ansimare. E’ vicino al mio orecchio, sento il suo alito più caldo, segno che anche lui è eccitato come me.
“Bella…” dice continuando a massaggiarmi il clitoride. “Bella… ho bisogno di…”
Ecco. Ora lo dice. Ha bisogno di fermarsi. Deve fermarsi prima di arrivare ad uccidermi. Ha bisogno di andare via, ha bisogno di mettere a tacere la sete che gli leggo negli occhi andando a caccia. Deve fermarsi.
“Sì…” dico preparandomi al colpo.
“Ho bisogno di spogliarti. Ho bisogno di spogliarti, ho bisogno di toccarti tutta… di sentirti nuda. Posso?”
Ne ho la conferma: sono morta.
Annuisco col capo, tenendo le braccia stese lungo i fianchi. Non riesco a fare altro.
Edward si sposta, inginocchiandosi sul letto, fra le mie cosce dischiuse.
Mi sento vulnerabile e spaventata al tempo stesso.
Cos’accadrà? Come sarà?
Dal basso, il corpo di Edward è ancora più imponente e più bello del solito.
Il profilo degli addominali spicca dalla t-shirt blu e nuovi brividi mi attraversano dai capelli fino ai piedi.
Con le dita leggere mi accarezza le gambe, dalle caviglie fino ad arrivare all’interno coscia.
Mi guarda mentre lo fa, e la sua eccitazione è la mia eccitazione. Con la mano mi afferra delicato una gamba, e l’allarga di più.
Mi scappa un gemito, quando con l’altra torna al bordo degli shorts.
Resta in ginocchio davanti a me, e piano piano li abbassa da un lato.
Dovrei aiutarlo? Muovere in qualche modo le braccia? Sollevarmi sui gomiti?
Non so cosa fare, non so cosa dire. Sono troppe le emozioni che ho dentro, troppe quelle che vorrei esternare.
Edward afferra non solo il bordo dei pantaloncini, ma anche quello della coulotte che ho sotto. Ansima quando sente il calore della mia pelle. Il freddo della sua fa ansimare anche me, tanto che inizio a tremare.
“Bella… stai bene?” mi dice all’improvviso, resosi conto del mio stato.
“Spogliami in fretta” dico. “Non resisto più” lo imploro.
Respira a fondo, e con la delicatezza che solo Edward Cullen può avere, mi sfila in un colpo solo pantaloncini e coulotte: sollevo le gambe per aiutarlo e d’istinto le chiudo, una volta rimasta nuda.
Mi vergogno.
Lui resta con i miei indumenti in mano per qualche secondo, poi li getta a terra e si sdraia al mio fianco. Mi accarezza il viso.
“Bella… vuoi fare l’amore con me?”
*
Dieci minuti prima…
“Che idiota! Avrebbe potuto dirlo! Magari non a tutti, ma a me avrebbe potuto dirlo! Avrei parlato con Bella… l’avrei preparata… le avrei comprato qualcosa di carino da indossare! Oh, che idiota!”. Sento Alice salire le scale ed infilarsi in camera nostra, in tutta fretta.
“Alice, cos’hai?”. La parola Bella ha immediatamente catturato la mia attenzione. Oggi pomeriggio ho corso fino al confine stabilito dal Trattato, sono rimasto nell’erba fino a sbollire la delusione, la rabbia, il dolore. Poi sono tornato a casa, ed eccomi qui: il solito Jasper.
“Ho visto qualcosa. Edward ha deciso.” Si siede sul letto, dove io sono disteso, ed incrocia le gambe.
“Cos’ha deciso?” le chiedo cercando di risultare il più naturale e tranquillo possibile.
“Di fare l’amore con Bella. Stanno per farlo proprio adesso. Che diamine, avrebbe potuto parlarne con me, no?! Sono sua sorella o cosa? Uff”.
Cosa? Cosa? COSA?
Cerco di sollevarmi dal letto con la flemma che mi contraddistingue di solito: la voglia però è quella di prendere il letto e scaraventarlo nella vetrata che dà sul fiume, distruggere la porta, scendere di sotto e smembrare ogni vampiro di questa famiglia, uscire di corsa e raggiungere casa di Bella, arrampicarmi fino alla sua camera ed uccidere mio fratello.
Non può succedere. NO. NO!
Le ho dichiarato il mio amore, non mi ha creduto e ora fa l’amore con Edward.
Sembra un racconto dell’orrore.
“Beh…” dico con calma, usando parole chiare, semplici e prive di alcuna connotazione emotiva. “E il Trattato? Edward sa cosa pensano i lupi circa la trasformazione di Bella…”
Alice si volta verso di me, e mi guarda con approvazione e con preoccupazione. “Hai ragione… per un attimo l’ho dimenticato. Credi che dovremmo parlarne con Carlisle? Magari lui sa qualcosa che noi non sappiamo… oppure può chiedere ad Edward di fermarsi.”
Parliamone con Carlisle. Parliamone con la Guardia Nazionale. Parliamone anche col Papa se necessario, ma facciamo di tutto perché Edward si fermi. DEVE fermarsi. Non può. NO.
Bella, la mia piccola e dolce Bella.
“Sì, sarà meglio andarne a parlare con Carlisle.” Parlo come un uomo che ha trovato una talpa in giardino e si accinge a chiamare la disinfestazione. Dentro però sento mille voci che gridano, che mi supplicano di andare da Bella, di andare da Bella adesso.
“Non capisco perché non potevamo usare il telefono”. La voce di Emmett non tradisce nessun affanno, sebbene entrambi stiamo correndo nel bosco da qualche minuto per raggiungere casa Swan.
“E’ meglio andare di persona. E poi è Carlisle che ce l’ha chiesto” dico con tono da angioletto. La verità è che sono stato io a proporre di andare a casa di Bella a fermare Edward, calcando sulla necessità di fermarlo dal commettere una sciocchezza. Il Trattato, i licantropi… nella mia arringa ho tirato fuori anche i Volturi. Alla fine hanno concordato con me: è meglio che Edward rifletta perbene sul compiere un passo del genere.
Che idiota, mio fratello. Ha lottato contro tutti qualche settimana fa, quando Bella ci ha fatto votare per la sua trasformazione, ed ora è tranquillo nel fare l’amore con lei. La prima volta di Bella… piccola, dolce… e lui non ci pensa neppure per un attimo. Che idiota.
Passano 20 secondi in cui sia io che Emmett sfrecciamo senza dire una parola.
Rallentiamo a poco più di un km da casa di Bella.
Svuoto la mente da ogni pensiero sospetto.
Sono certo che tra qualche secondo potrà sentirci.
“Lascia che ci parli io” dice Emmett.
*
“Sì, Edward, lo voglio”. Senza attendere neppure un secondo, mi bacia con la passione e il coinvolgimento mai avuti prima. Le nostre lingue si intrecciano e per un attimo temo di nuovo di morire. Il cuore mi batte all’impazzata e non m’importa che lo senta anche lui. Voglio che lo senta, che senta quanto lo desidero, quanto lo amo.
Mi bacia senza freni, non teme di potermi fare del male, non teme di potermi uccidere.
Vuole fare l’amore con me.
“No… no…” mugola mentre mi bacia sul collo.
“Cosa…” dico passandogli le dita nei capelli morbidi.
“No… perché… perché… PERCHE’!?”. Si stacca da me tanto velocemente che neppure me ne rendo conto. Si inginocchia di nuovo sul materasso, e si volta a guardare verso la finestra.
“No” è tutto ciò che dice, apparentemente alla tenda.
“Edward… cosa c’è? Ho fatto qualcosa… ho detto qualcosa…” chiedo balbettando. Ho paura.
“No, amore mio. No”. Mi avvolge nella coperta di pile, quasi a rispettare la mia parziale nudità. “Non siamo soli” aggiunge.
E mentre cerco di capire il significato delle sua ultime parole, lo vedo scendere dal letto e ruggire quasi, sempre rivolto alla finestra.
“Emmett e Jasper sono qui. Vogliono che mi fermi. Pensano… pensano che sia pericoloso.” Mi guarda, con gli occhi neri e colpevoli. “Li ha mandati Carlisle” aggiunge.
Di nuovo, non so cosa dire e cosa fare.
E’ pericoloso, è vero. Ma a loro cosa importa? Perché Carlisle ci tiene tanto alla sessualità del figlio? E poi ci penso.
“E’ per Jacob, vero?” dico andandogli incontro nella coperta, a piedi scalzi sul pavimento.
“Sì” mi dice, stringendomi e accarezzandomi la schiena.
Sposto la tenda gialla e vedo 2 sagome nere uscire a passo d’uomo dal bosco. Riconosco Emmett, grande quasi come uno degli alberi pieni di foglie; riconosco Jasper, il passo sicuro e deciso.
Era troppo bello per essere vero. Avrei dovuto immaginarlo.
“Datemi qualche minuto” dice Edward. Le 2 sagome nere annuiscono e mi rendo conto che hanno sentito la sua voce nonostante il vetro, le pareti e la distanza, di almeno 50 metri.
“Mi dispiace, Bella. Ho pensato che… volevo… volevo fare l’amore con te. Voglio fare l’amore con te. Ma forse hanno ragione loro, ha ragione Carlisle: è pericoloso. Come ho fatto a non pensarci? Sono stato… sono stato avventato, sconsiderato, del tutto irresponsabile. Mi dispiace… questa sera sono stato il peggior fidanzato della storia. Puoi perdonarmi?”.
“Perdonarti? Non dire stupidaggini, Edward. Da stasera, se possibile, io ti amo ancora di più. E’ stato… è stato meraviglioso…”. Arrossisco e lui mi solleva il viso per baciarmi.
Avverto un suono strano provenire dall’esterno.
“E’ Jasper. Sta pensando che devo sbrigarmi, tuo padre potrebbe accorgersi della numerosa presenza maschile dentro e fuori casa e non esserne per nulla contento”.
Mi stringe per l’ultima volta, almeno per stasera. “Buonanotte, amore mio. Sogni d’oro”. Mi bacia i capelli.
“Buonanotte, Edward. Ti amo.”
Lo guardo volare dalla finestra ed unirsi a Jasper ed Emmett.
Resto ad osservarli finché, con passo lento ed umano, arrivano al confine del bosco.
Edward ed Emmett spariscono fra gli alberi: dietro di loro, Jasper.
Si volta, e con lo stesso passo sicuro e deciso di prima, si dirige verso casa mia.
20. Long night part 2
“Non vi uccido qui solo perché Bella ci sta guardando”. La voce di Edward è un sibilo. Dovrei essere dispiaciuto per averlo interrotto, del resto io sono suo fratello e lui è un vampiro che in più di 50 anni non è mai andato oltre un casto bacio sulle labbra. Mi riesce molto difficile però.
“Andiamo… ne avrai di tempo quando l’avrai trasformata”. Emmett scherza come al solito, ma il ruggito che proviene dal petto di Edward gli calma ogni tipo di umorismo.
Uso in maniera blanda un po’ del mio potere per calmarli entrambi.
Da casa di Bella camminiamo fino al bordo del bosco, in silenzio. Ci fermiamo.
Bella come l’ha presa? chiedo senza aprire bocca. E’ una domanda innocente, non sospetta.
“Penso di averle fatto una pessima impressione, se è questo che intendi. Stavamo quasi per… Non ha detto nulla, ma sono certo che sia rimasta scossa” dice Edward, rivolto verso gli alberi.
Quindi vi abbiamo interrotti proprio mentre…? penso cercando di apparire il più fraterno possibile.
“Sì, dannazione. Sì” risponde stringendo i pugni.
“Ehi, voi due… Yoghi e Bubu: posso capire qualcosa anch’io?”.
La battuta di Emmett strappa ad Edward un sorriso. “Stavo dicendo a Jasper che il vostro intervento ci ha interrotti proprio mentre stavamo per…”
“Sì, genio, quello l’ho sentito. Mi manca la parte di Jasper”.
“Gli ho chiesto come l’ha presa Bella e lui mi ha detto che probabilmente è rimasta scossa.” Mi giro verso Edward e gli parlo con sincerità. “Vedrai che si calmerà”.
“Beh…” esordisce Emmett con quello che sembra un ghigno dell’orrore. “Perché non mandi lui a parlarle? Qualche minuto e Bella si calmerà sotto l’effetto magico di Bubu, l’orsetto dal farfallino blu.” Finisce la frase pizzicandomi le guance come farebbe una vecchia zia che incontra il nipote dopo qualche anno.
Io ed Edward lo guardiamo sbigottiti.
“Emmett, stai bene?” è Edward a parlare.
“No che non sto bene. Sono stato interrotto anche io prima di venire qui ad interrompere te. Se non vi spiace, ho fretta di tornare da Rose…”
“Va bene… ma perché Yoghi e Bubu?” Edward è ancora più sbigottito.
“Non lo so, non lo voglio sapere. Allora, che facciamo? Ok, decido io: Edward, tu torni con me a casa, Carlisle vuole parlarti. Jazz, tu vai da Bella e le dici che per stanotte il mondo continuerà a girare. Intesi?”
Vorrei gettargli le braccia al collo e sbaciucchiarlo, come un nipotino che non vede la vecchia zia da qualche anno.
Invece resto tranquillo e getto un’occhiata ad Edward. “Vai” mi dice.
Lui ed Emmett si avviano nel bosco, pronti ad iniziare la folle e rapida corsa che lì porterà fuori città, fino a casa.
Io mi volto e guardo in alto, verso la finestra di Bella.
Cammino fino a raggiungere l’albero che alto arriva fin quasi al tetto. Edward ed Emmett sono lontani, li sento correre. Seicento metri, ottocento.
Il vetro si solleva e Bella si affaccia, in quella che mi sembra una coperta. “Jasper, perché sei qui?” chiede bisbigliando.
Se Charlie si svegliasse proprio adesso… “Bella, posso salire?” chiedo senza pensarci un attimo.
Sgrana gli occhi e quasi le manca il respiro. “Io… adesso… aspetta!” bisbiglia di nuovo.
Sparisce dalla mia visuale ed accende una piccola luce. Riesco a sentire il fruscio del pile sulla sua pelle. Sento il rumore di un cassetto aperto e chiuso, un altro fruscio sulla pelle… stavolta è cotone: si sta rivestendo, il che vuol dire che era nuda.
Un’ondata di invidia e di gelosia mi percorre dalla testa ai piedi. Cerco di placarla.
Si affaccia, indossa quella che mi sembra una felpa con cappuccio. “Vengo ad aprirti” dice in un sussurro.
“Bella, so scalarla anche io una casa…” le dico aggrappandomi ad un ramo dell’albero e ritrovandomi il suo viso di fronte in un solo secondo.
Dio, come sono profondi i suoi occhi. Sono a circa dieci centimetri dai miei. Le sorrido e sento che il cuore le fa un salto in petto.
Si sposta dalla finestra e mi lascia entrare. Ho visto questa camera solo nei miei sogni, non è molto diversa da ciò che ho immaginato. Nei miei sogni però, l’odore di Edward non era così forte: è ovunque. Sulla sedia a dondolo, sulla scrivania. Dal letto proviene l’odore più persistente ed ingoio di nuovo una cucchiaiata di invidia.
“Edward mi ha chiesto di calmarti” le dico senza girarci troppo attorno. In un’altra occasione sarei stato probabilmente più sensibile, più gentile. Ma l’odore di mio fratello, il pensiero di ciò che stavano facendo qui, il ricordo di oggi pomeriggio… è troppo, per me è troppo.
Indossa una felpa grigia, i pantaloni sono quelli di una tuta blu.
La guardo, e penso.
Le ho detto che l’amo e non mi ha creduto. Mi ha quasi riso in faccia.
La guardo, e quasi la odio. Come ha potuto? Come ha fatto a non credermi? I miei sentimenti sono talmente ridicoli da non esser meritevoli neppure di considerazione? E’ questo ciò che pensa?
E’ chiaro che la pensa così. Ed è chiaro che non riesco ad odiarla.
“…preoccuparvi in questo modo per me”. Carpisco solo l’ultima parte della sua frase, perso totalmente nei miei pensieri.
“Scusami, potresti ripetere?”. Ho le mani in tasca, mi guardo attorno come chi è alla ricerca di una casa da comprare e si trova all’interno della prima di una lunga lista.
“Ho detto che sono calma, non avreste dovuto preoccuparvi in questo modo per me”. Si tortura i lacci del cappuccio, fissando il pavimento di legno.
Faccio la stessa cosa, e noto che è scalza. “Le ciabatte non ti piacciono?” le chiedo. Dannazione, dovrei farmi gli affari miei, perché invece sto qui a torturarla?
Arrossisce, come se l’avessi rimproverata perché è a piedi nudi. Si china e le afferra, erano sotto la scrivania.
Sembra passata un’era da quando le ho dichiarato il mio amore. Da quando le ho detto che vorrei regalarle l’eternità, un’eternità con me. Per lei le mie parole non hanno avuto alcun significato. Per me erano tutto.
“Ecco fatto” dice dopo aver messo le ciabatte ai piedi. “Contento?”
“I piedi sono i tuoi, Bella”. Più pungente del solito, ottengo una reazione che mi spezza il cuore: abbassa ancora di più lo sguardo e arrossisce.
L’ho mortificata. Che imbecille.
Mi avvicino di qualche passo e senza misurare i movimenti, l’impeto, il desiderio, le prendo il viso fra le mani. “Non volevo deriderti. Scusami, scusami Bella. Non volevo” le dico, costringendola a sollevare gli occhi da terra e a guardarmi.
Lo fa e il cuore prende a fare le capriole, come questo pomeriggio.
Mi piace quand’è così: mi piace sentirle battere il cuore. Mi fa sentire speciale, mi fa sentire quasi simile ad Edward.
Come se anche io potessi farla emozionare, darle il batticuore come fa lui.
Mi accorgo che forse la mia reazione è stata troppo esagerata per lei, quindi ritiro le mani e le riporto in tasca. Restiamo entrambi in silenzio per qualche secondo; un silenzio troppo imbarazzato, troppo rumoroso.
Dovrei parlarle, calmarla, invece sono qui in silenzio e mi sto facendo prendere dall’agitazione: forse ha fatto bene Emmett a chiamarmi Bubu.
“Scusa” ripeto, cercando di smorzare in qualche modo la tensione.
Apre la bocca, per dire qualcosa, ma non le esce nulla. Si schiarisce la gola e avvampa allo stesso tempo.
Un’altra capriola. Il suono più dolce per me.
“Non scusarti”. Ritrova la voce assieme alla voglia di guardarmi negli occhi. Mi lancia anche un sorriso.
Un’altra capriola.
Le sorrido, felice di quel suono come un bambino.
Un’altra capriola, quando si rende conto che sto sorridendo.
Un altro sorriso.
Un’altra capriola. E un’altra. Il cuore di Bella galoppa selvaggio guidato dal mio sorriso.
Sorride e batte forte. Batte più forte ed io sorrido di più. Le dono ogni sorriso come se la sua vita dipendesse dalla mia gioia nel vederla accanto a me. Sorrido per lei, felice di averla qui, anche se in una circostanza del tutto assurda e priva di senso.
Siamo vicini. Troppo vicini. Ci dividono poche decine di centimetri. Potrei coprirli con un solo passo, attirarla a me e darle un bacio.
No.
No, non lo faccio. Resto così, con le mani in tasca, a guardarla mentre arrossisce, palpita e inizia a rispondere ai miei sorrisi. Forse pensa che stia usando il mio potere, ma non è così: ride perché vuole farlo, non perché io la costringo a farlo.
Piccola, dolce, dolcissima Bella. Con la tua felpa grigia e i pantaloni blu. Con le ciabatte e i capelli raccolti in una coda bassa. Piccola. Dolce. Bella.
“Luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia.”
Mi accorgo di aver parlato ad alta voce quando mi rendo conto che il suo cuore subisce un’accelerata pazzesca.
Non ho soltanto parlato ad alta voce. Ho citato Nabokov. Ho citato Lolita.
Arretro di un passo, mentre Bella mi guarda nello stesso modo in cui mi ha guardato oggi pomeriggio: come se avesse visto un fantasma. I suoi grandi occhi marroni mi osservano, aspettano che io dica qualcosa.
Ma io arretro, arretro fino alla finestra. Arretro come un bambino che si trova di fronte ad un burrone e fa un passo indietro, per non caderci dentro.
Bella mi viene incontro, quasi a trattenermi. Non dice nulla, né io le dico nulla.
Continua a guardarmi, continuo a rispondere al suo sguardo.
Inclino il capo verso destra e allungo la mano verso il suo viso; non dovrei farlo, ma lo faccio. Ignoro la necessità di ritrarmi, do retta ad un’altra necessità, ad un altro bisogno: le accarezzo la guancia, chiudendo il palmo sulla sua pelle calda, morbida, rosa.
Non si nega, non si ritrae.
Vorrei piangere, adesso. Vorrei piangere e riempire l’intero mondo di lacrime. Perché? Perché sta capitando a me? Perché sono destinato a questo inferno?
Provo a sorriderle, come a dirle Dimentica quello che ho appena detto, come hai fatto quando eravamo al fiume.
Appoggia una mano sulla mia e chiude gli occhi. Li chiudo anche io. Voglio che il tempo si fermi, voglio rimanere così per sempre.
Restiamo così per almeno 30 secondi.
E’ lei a parlare per prima.
“E’ vero…”
Apro gli occhi, e due fili lucidi le corrono dagli occhi in giù.
“E’ vero” ripete. “Mi ami”.
Continua a piangere, fino a che il viso le è ricoperto di lacrime.
Singhiozza.
L’attiro a me e la stringo con tutta la dolcezza che posso. Dovrei essere felice, perché finalmente ha capito, finalmente mi crede, ma non lo sono.
Vederla piangere così mi fa sentire di nuovo come l’ultimo uomo sulla Terra.
C’è solo una cosa che posso fare per farla stare meglio, per farla smettere di piangere in questo modo disperato.
E la faccio.
21. Criminale
Settimane dopo
Che assurdità.
Tutta questa storia di andare a trovare mia madre è stata un’assurdità.
Ok, si è trattato solo di tre giorni.
Ok, siamo andati in Florida, non in Giappone.
Ok, ho avuto modo di vedere il sole per più di 2 ore di fila, un evento più unico che raro a Forks.
Resta comunque un’assurdità: ho provato in ogni modo a rimandare, ma non ce l’ho fatta… quando Edward Cullen si mette una cosa in testa è difficile se non impossibile fargli cambiare idea.
Ho tirato in ballo Charlie, cercando di convincere Edward che mio padre non sarebbe stato contento di un viaggetto solitario. Quanto a lui, mio padre… ho cercato perfino di farlo indispettire, ma niente.
Tre giorni a Jacksonville, tre giorni lontana da Jasper.
Le cose sono cambiate molto tra di noi, in maniera radicale quasi. In un modo inaspettato, shockante, devastante. Ripenso spesso a tutto quello che è successo in tutto questo tempo, e mi sembra un sogno.
A volte però, questo sogno ha i connotati di un incubo.
Quella notte, la notte in cui ho finalmente capito cosa prova per me: quella notte ha cambiato tutto. E’ stata una notte speciale, che non dimenticherò mai e sono certa che neppure Jasper la dimenticherà.
Me l’ha detto, me lo dice sempre.
Non a parole, lui parla poco di ciò che prova. E’ come se avesse messo un macigno sui suoi sentimenti, sul suo cuore. Delle sue emozioni però mi parla con gli sguardi, con i piccoli gesti che conosciamo solo noi due. Me lo dice quando passa al negozio dei Newton a comprare un sacco a pelo e indugia di più nel salutarmi quando va via, me lo dice quando sceglie dei brani particolari da far suonare nello stereo di casa Cullen, me lo dice quando assieme guardiamo la luna, stesi nel bosco.
Né io né lui dimenticheremo quella notte. Una notte strana, una delle più strane che ho vissuto in questa città. Paradossale, emozionante, e a tratti irreale. Non la dimenticherò. Così come non dimenticherò mai la donna che ho visto due giorni dopo.
Chissà che fine ha fatto… l’ho vista solo in quell’occasione, poi più nulla.
Agli occhi di tutti, e con tutti intendo i Cullen, io e Jasper siamo i soliti: io troppo intimidita da lui per parlargli, lui troppo glaciale per andare oltre il ciao formale ed educato.
Qualche giorno fa però ho avuto paura: prima che Edward se ne uscisse con questa assurdità della Florida, Alice a mensa ha avuto una visione.
Non so cos’ha visto, sia lei che Edward non me l’hanno voluto dire. Ho temuto che Alice avesse visto me o Jasper diretti all’Albero, il posto in cui ci incontriamo di nascosto; ho temuto che la sua visione riguardasse noi.
Era questo il motivo principale della mia riluttanza verso questo viaggio: non volevo lasciare Forks, non volevo allontanarmi. Temevo che qualcosa di brutto sarebbe potuto accadergli, che Edward mi stesse portando via mentre Alice restava qui ad ucciderlo.
Ed eccomi qui, a svuotare la valigia; da un lato contenta perché in fondo rivedere mia madre mi ha fatto davvero piacere, dall’altro nervosa: tre giorni al sole mi hanno fatto quasi dimenticare il cattivo tempo di questa città. Per non parlare dei discorsi di Renèe sul mio rapporto con Edward. Non le sfugge nulla. Eppure ha ragione, su ogni cosa che mi ha detto. Io e lui siamo una cosa sola, lo saremo per sempre, per l’eternità.
Poi, come se non bastasse… Jacob. Le cose sono sempre più complesse su quel fronte e non so come risolverle.
Il cellulare mi risveglia dai mille pensieri che mi attraversano la mente.
“Stessa ora, stesso posto?” dice il messaggio.
E’ Jasper.
Vuol dire: possiamo vederci all’Albero a mezzanotte?
“Ok”.
Jasper ha bisogno di andare a caccia da solo: è questa la scusa che ha trovato per i nostri incontri. Mi chiedo se Alice sospetti qualcosa… com’è possibile che non l’abbia mai visto nelle sue visioni o seguito? E Carlisle, Emmett? Ho perfino pensato che tutti sappiano tutto, ed aspettino il momento opportuno per dircelo. E per ucciderci.
Come potrei spiegare ad Edward… in che modo potrei fargli capire che… che io e Jasper…
Io non ho una scusa come la sua, infatti ho sempre paura che Edward sia dietro un cespuglio ad aspettare il momento buono per dirmi “Dov’è che vai col tuo bel pickup in piena notte?”. A nulla servono e sono servite le rassicurazioni di Jasper circa il fatto che i nostri incontri avvengono sempre quando Edward è a caccia con Emmett, e quindi la probabilità che ci scopra è pari allo zero.
Mi sento come una criminale a volte, come una fuggiasca che si nasconde dalla polizia.
Eppure non posso farne a meno, non posso evitare di incontrarmi con lui. Non dopo quella notte, non dopo ciò che è successo due giorni dopo alla radura.
Spengo il cellulare e lo nascondo nel cassetto dell’intimo, in bagno.
Scendo al piano di sotto a preparare la cena per Charlie.
22. Idiota
Eccola che arriva. Ogni volta è come la precedente: si acquatta fra le foglie come un agente segreto. Pensa sempre che qualcuno possa scoprirla.
Non cambia mai. Eppure le ho assicurato decine di volte che qui nessuno può trovarci, che questo forse è l’unico posto sulla Terra in cui possiamo stare tranquilli: né Alice, né Edward penserebbero mai di venire qui.
Senza contare che riesco a sentire ogni più piccolo rumore nel giro di qualche kilometro, per cui anche in caso di visite spiacevoli, saprei comunque come tagliare in fretta la corda.
Non le vedo da tre giorni: troppo. Tre giorni senza di lei sono troppi, ora più che mai.
Non posso farne a meno, è più forte di me. Ci sono alte probabilità che tutto questo sia sbagliato, ma non riesco a farne a meno.
Procede lungo il sentiero a passo svelto: indossa un impermeabile grigio che le arriva fino alle caviglie, da cui spuntano un paio di stivali verdi. Trattengo a stento un sorriso, ma le mostro tutta la mia gioia stringendola a me, non appena si fa più vicina.
“Bella, Bella, Bella. Mi sei mancata da morire”. E’ morbida, soffice. Il suo profumo è quello di tre giorni fa, ma è comunque il più bello di tutti. Dovrei essere più posato nei miei gesti, lo so. Dovrei trattenermi dal mostrarle quanto sono felice di vederla; non è salutare, sia per lei che – soprattutto – per me.
Mi stringe con lo stesso mio trasporto. “Jasper, mi sei mancato anche tu. Non vedevo l’ora di rivederti”.
Le accarezzo i capelli, fino a scendere sulle guance.
Sono fredde, e di certo le mie mani non aiutano.
“Vieni, andiamo”. Mi tira per la mano e mi lascio tirare. Pochi passi e siamo davanti all’Albero.
Ci fermiamo entrambi vicini al tronco alto e largo.
Le prendo le mani e le porto alle labbra, baciandole. “Mi sei mancata. Mi è mancato tutto questo…”. Sono patetico, so di esserlo. Sono ridicolo e patetico, che ci faccio qui? Un’idea simile non mi sarebbe mai dovuta passare per la mente, invece ho agito come un povero idiota, lasciando carta bianca ai miei sentimenti e mandando al diavolo la ragione, la razionalità.
“Dài… in fondo sono stata via per poco tempo”. Le guance le si colorano di rosso, quel rosso che ormai sono abituato a vedere spesso e che ancora mi fa girare la testa.
La prima sera che siamo venuti qui, le guance di Bella erano dello stesso colore del sole al tramonto. Aveva paura per ciò che stavamo per fare; era allo stesso tempo titubante ed euforica.
Ho usato un po’ del mio potere per calmarla, prima di afferrarla e abbracciarla.
L’ho stretta a me come se fosse una reliquia, come se potesse sbriciolarsi da un momento all’altro. Erano passati solo 2 giorni da quando lei ed Edward avevano provato a… per fortuna non è accaduto nulla quella sera e non è accaduto nulla nei mesi successivi.
Accantono il pensiero di Edward in pochi decimi di secondo, e torno sulla terraferma.
C’è Bella con me. “Hai ragione, ma quando non ci sei, sento terribilmente la tua mancanza”.
Mi sorride, e appoggiando entrambe le mani sulle mie spalle si solleva sulle punte. Raggiunge il mio orecchio. “Sei pronto?”. Usa quella voce: la voce che non usa mai a scuola o con Alice o con Edward.
Me l’ha detto, quella voce è solo per me.
Sono pronto.
Le passo una mano sotto il ginocchio e con l’altra le reggo le spalle.
Misuro la distanza del salto come sempre, e come sempre riesco ad essere preciso e delicato.
“Non capisco perché non hai costruito una scala. Tutte le case sull’albero ne hanno una” dice mentre l’appoggio a terra. Si siede nel solito angolino, sul solito cuscino blu.
“Se usassimo una scala non avrei più una scusa per prenderti in braccio” le dico sedendomi accanto a lei e sentendomi come un bambino di 8 anni. Se nelle mie vene scorresse del sangue, molto probabilmente arrossirei come un bambino di 8 anni. Sono davvero un idiota. Un povero idiota innamorato, che non riesce a mettere fine a questi incontri, a questa follia.
Nei rari momenti di lucidità riesco a guardarmi dall’esterno e a provare persino pietà per me. Mi sto facendo soltanto del male, eppure è il male più dolce della mia vita, perché c’è Bella con me.
Il suo profumo mi dà alla testa.
Allenta l’impermeabile, chiuso con una cintura annodata. Si guarda attorno, compiaciuta del fatto che sia tutto già pronto.
“Mi prometti che una volta potrò venire prima di te? Muoio dalla voglia di accendere io le candele, di fissare il telo protettivo, di stendere la coperta… me lo prometti?”
Per ovvi motivi di sicurezza sono sempre il primo a venire qui, ad ogni incontro. Il mio olfatto mi consente di rilevare la presenza di animali, di umani e di capire se siamo davvero al sicuro da occhi indiscreti.
Del resto siamo a 50 metri dal confine con La Push.
“Te lo prometto”.
E’ impossibile per me resistere a quella voce.
Sono un povero idiota.
23. Addio
Settimane dopo
“Allora finisce tutto così?”. La voce mogia di Jasper mi colpisce come mille schegge di vetro affilato: nel cuore, nella gola, nelle gambe. Mi appoggio al tronco dell’Albero, cercando un appiglio per non cadere. Lui mi guarda con lo sguardo che conosco bene, lo sguardo che gli ho visto una sola volta, quasi un anno fa.
“E’ così che deve andare… non possiamo più vederci”.
Si avvicina di qualche passo e mi prende il viso fra le mani. Asciuga la lacrima che mi scorre sulla guancia e il suo tocco brucia come se fosse veleno. In poco tempo mi ritrovo a singhiozzare sul suo petto, stretta al suo corpo di marmo. “Non più”.
Mi accarezza i capelli e sospira profondamente. Mi scosto da lui e sollevo il capo per guardarlo meglio. “Potrai mai perdonarmi?” gli chiedo tirando su col naso. Non c’è qualcosa che io debba farmi perdonare, ad essere obiettivi, però mi sento comunque in colpa. Non posso farci nulla, come al solito mi faccio carico di tutti i problemi.
Mi sorride, un sorriso tirato. “Bella, certo che ti perdono. Come potrebbe essere altrimenti… io ti amo”.
Quelle parole mi fanno ancora arrossire e battere il cuore. Lo sento, galoppante, che mi corre nel petto. Lo sente anche lui, infatti sorride di nuovo. Quando le ha pronunciate per la prima volta, ho pensato che il mondo si sarebbe fermato, che si sarebbe aperta una voragine nel pavimento della mia stanza e che saremmo stati entrambi inghiottiti. Invece non è accaduto. E non è accaduto neppure la seconda volta, quando con noi c’era quella donna.
Tuttavia, le parole di Jasper mi danno ancora i brividi.
“Ho avuto così tanto in questi mesi… non è giusto che mi lamenti perché non ci vedremo più, giusto?”. Cerca di essere positivo, ottimista. Cerca di non mostrarmi il suo dolore, ma riesco a percepirlo comunque.
“Allora” continua, cercando di mostrarsi più tranquillo “per una volta che Edward ci ha provato, gli hai detto di no… ti va di parlarne?”
Mi tiene per mano e ci sediamo sull’erba. “Oh, Jasper, non avrei mai potuto. Edward era così… così arrabbiato verso se stesso…”
“Tipico di Edward…”
“Sì, ma io non avrei mai potuto, mai. E’ stato… difficile trattenermi, ma ci sono riuscita”. Arrossisco di nuovo, pensando a me ed Edward stesi sul prato della radura.
“Quanta pressione sulla mia piccola Bella… ce la farai, ne sono certo. Ne hai passate tante… ne abbiamo passate tante, ma ce la faremo. Andrà tutto bene” dice, attirandomi vicino e passandomi un braccio sulla spalla.
Penso a Victoria, penso ai Volturi e a Jacob. Penso al matrimonio. Un lieve senso di nausea si affaccia assieme all’ultimo pensiero.
Mi appoggio al suo petto freddo e di marmo. “Grazie, Jasper… per tutto”, sussurro.
“Dimmi, sono stato un bravo insegnante?” mi stuzzica dandomi un lieve colpetto sul braccio.
“Sei stato eccezionale, davvero. Ma sicuramente non ricorderò nulla di quello che ho imparato qui… con te”. Arrossisco di nuovo, pensando al tempo passati qui con lui, a tutte le cose che sono successe nella casa di legno.
Con gli occhi incontro quelli di Jasper, ed un altro brivido mi percorre tutta.
Spesso, durante i nostri incontri, mi sono chiesta quanto ci fosse di giusto in quello che facevamo; ne ho parlato anche con lui e mi ha sempre detto “Possiamo smettere quando vuoi, non sei obbligata”.
Ora non sembra molto contento della mia decisione di smettere. Ma ogni cosa ha una fine, e questo vale anche per noi.
“Ricordi la prima volta…?” chiede tenendomi la mano. “Avevi paura e tremavi tutta… poi però… pian piano…”. Sorride con gusto, quasi stuzzicato dal mio rossore.
“Ma dài, Jasper! Non dire così!”.
“Vedrai che quando accadrà, sarà molto meglio di come lo hai immaginato. E’ come quando arriva il momento del primo lancio, dopo mesi e mesi lezioni di paracadutismo: dimentichi tutto ciò che hai imparato, c’è solo l’adrenalina a trasportarti”.
“Oh grazie, sei davvero molto incoraggiante!” gli dico, stringendomi a lui e ridendo.
“Avanti, per l’ultima volta: ripassiamo i fondamentali” dice mettendosi in piedi, come un professore pronto per una nuova lezione.
Jasper… non sarò mai grata a nessun altro come lo sarò a lui. Mi ha mostrato un lato di lui che nessuno conosce, forse neppure Alice. E’ stato capace, durante questi mesi, di fare cose che neppure Edward è riuscito a fare, non mi vergogno a dirlo.
Ha messo da parte i suoi istinti, le sue idee e lo ha fatto per me.
Ha cercato di rendermi felice a modo suo e ci è riuscito. Mi ha donato una delle cose che porterò per sempre con me; si è fatto aiutare da quella donna e mi ha reso la persona più felice del mondo.
Mi sposerò, diventerò immortale come lui, ma niente e nessuno potrà cambiare quello che c’è fra di noi.
Edward ed Alice non capirebbero, per questo abbiamo deciso di nasconderci. Nessuno potrebbe capire.
Sono grata a Jasper, non solo per quello che ha fatto; gli sono grata anche per avermi interrotta quella sera. Ha agito da egoista, è intervenuto per il suo puro interesse, è vero.
Oggi però posso dire che ha fatto bene, che se non avesse interrotto me ed Edward tante cose non sarebbero successe: non conoscerei tutte le cose che conosco adesso, non avrei avuto modo di legarmi a lui in maniera così forte, non avrei potuto imparare ciò che ho imparato.
“Grazie” gli dico mentre mi sollevo sulle gambe. “Grazie per tutto quello che hai fatto per me”. Due lacrime mi scendono di nuovo sul viso e lui è pronto ad asciugarle. Mi passa una mano dietro la vita e mi attira a se; bacia le lacrime con le labbra fresche e con le dita mi fa il solletico sulla nuca.
“Jasp…” è tutto ciò che riesco a dire. Con il solito salto preciso mi porta su, nella casa di legno. Mi adagia con delicatezza sulla coperta e con una mano prende a salire su per la gonna che indosso.
Come ogni volta, tutto inizia a girare. Fatico a restare lucida, in fondo è come se fossi ad un esame.
“…fondamentali, signorina Swan” dice.
Riesco a capire soltanto l’ultima parte della frase, ma sono certa che stia cercando di convincermi a fare qualcosa.
E’ come ha detto poco fa: dimentichi tutto ciò che hai imparato, c’è solo l’adrenalina a trasportarti. Solo che – volendo rimanere in tema col paracadutismo – questo non è il mio lancio ufficiale.
Mio Dio, con Edward sarò un disastro.
Non ricorderò neppure uno dei consigli che Jasper mi ha dato.
“Le mani vanno usate con delicatezza Bella, come se stessi accarezzando un bambino in fasce… Quando ti muovi, non farlo come sei avessi fretta: fallo lentamente… avrete tutto il tempo di questo mondo per il sesso, non avere fretta… Una volta ne ho parlato con Edward, a lui piacerebbe tantissimo se tu…”
Ho sempre cercato di vivere i nostri incontri come delle pure e semplici lezioni sul sesso. Io l’alunna, Jasper l’insegnante. Entrambi ci siamo sempre tenuto dietro la linea sicura a protetta fatta dai vestiti: di rado ci siamo sfiorati in zone strane e lui non è mai andato oltre il ginocchio, come adesso.
E’ fermo lì, con le dita fredde. Solo che io non riesco ad essere come sono sempre stata durante le nostre lezioni. Stavolta è diverso. Per me è diverso, mi sento diversa.
No, Bella. Non puoi.
Pensa a chi hai di fronte, pensa ai sentimenti di Jasper.
Ti ama, ti ama più di qualsiasi cosa al mondo.
Non puoi fargli una cosa simile, pensa a ciò che ti ha detto quella notte.
“Scusami, Bella. Perdonami. Io ti amo, ma non sono nessuno per rovinare la tua felicità, non sono nessuno”. Si è voltato e ha aperto la finestra, per andare via.
“No, resta” gli ho detto, asciugandomi le lacrime con le maniche della felpa. “Resta, non andartene”.
L’ho abbracciato d’istinto, senza pensare a nulla. Ho provato, con quel gesto, a scusarmi per non averlo capito, per averlo deriso quando nel pomeriggio mi ha dichiarato il suo amore. Con lentezza, ho sentito le sue braccia avvolgermi, e mi sono calmata.
Siamo rimasti fermi in quella posizione per alcuni minuti e non è stato difficile. Con quell’abbraccio, ogni muro fra me e Jasper è definitivamente caduto. Il mio timore nei suoi confronti, la sua paura di non riuscire a controllarsi: tutto è sparito in quei minuti.
“Cosa vuoi fare?” gli ho chiesto dopo un po’, quando l’ho costretto a sedersi sul letto con me.
“Non lo so, Bella… Anzi, lo so: devo far finta che questo non sia mai successo. Devo dimenticare tutto”.
Ho misurato bene le mie parole, tacendo e riflettendo per qualche secondo. “Jasper, io non ti amo. Non potrò mai amarti, non potrò mai provare per te ciò che tu provi per me”.
Ha abbassato gli occhi sulla coperta di pile e poi li ha rialzati, con un sorriso appena visibile. “Lo so. Mi dispiace per questa sera… sono stato il più egoista degli uomini, il più egoista e cattivo dei fratelli”.
Gli ho preso le mani come per consolarlo. Il mio calore lo ha risollevato e gli ha donato un altro sorriso. “Non ti preoccupare… credo che alla fine non sarebbe successo nulla. Tremavo come una foglia quando Edward era qui”.
Non ho mai capito perché quella sera aprirmi con Jasper è stato così facile: ne abbiamo parlato più e più volte e siamo entrambi arrivati alla conclusione che doveva andare così.
“Vedrai che il momento giusto per voi due arriverà. Forse tremerai anche allora, ma di certo sarai più tranquilla di stasera. Il tuo cuore batteva talmente forte che io ed Emmett pensavamo che saremmo arrivati in ritardo…”
“Più tranquilla di stasera?! Perché, nel frattempo avrò acquisito sicurezza, avrò fatto pratica? Non credo, Jasper…”
E’ nato tutto così. Un abbraccio ha cambiato il nostro rapporto e lo ha reso più speciale.
Jasper si è offerto di aiutarmi ad affrontare il sesso, di prepararmi per quando quel momento con Edward arriverà.
Ha messo da parte il suo amore per me e ha cercato di rendermi felice.
Ora non posso cedere al desiderio che mi spinge verso di lui, e sciupare tutto.
Non posso lasciarmi andare, non posso.
“Jasper” gli dico col respiro corto. Il suo viso è poco lontano dal mio. “Devo andare, non posso rimanere… non posso…”.
Cerco di ricompormi e di fermare il cuore che batte forte, ma non ci riesco.
“Bella, stai bene? Non ti ho mai vista così… ho forse fatto qualcosa…” mi chiede d’un tratto preoccupato.
“No, no Jasper. Tu non hai fatto nulla. Devo andare, scusami”.
24. Camera 282 part 1
Maledizione, che diavolo ci faccio qui? Dovrei essere a casa, a fare tutte le cose scritte nella lista di Alice: aiutare Esme a rendere presentabile il giardino, aiutare Emmett con le luci sul retro, scegliere la musica con Carlisle. Ho un sacco di cose da fare, e invece sono qui. Sono un idiota, un idiota fino alla fine.
Non ho resistito.
Si tratta di Bella.
“Incontriamoci alle 12 in punto al Red Lion di Port Angeles. Camera 282. E’ urgente.”
Mi sono inventato una commissione improvvisa per conto di Renèe e sono partito con molto anticipo; ed eccomi qui, nella lussuosa e confortevole camera di questo albergo, ad attenderla.
Cosa diavolo l’è preso? Perché vuole vedermi? Perché a Port Angeles e perché in una camera d’albergo?
Questa cosa non mi piace, non mi piace per niente. Da quando ci siamo detti addio all’Albero, fra di noi è tornato tutto normale. Non abbiamo più tirato in ballo i mesi passati, non ci siamo più scambiati sguardi complici, né sorrisi nascosti.
Ora questo invito.
Se potessi, suderei: la sensazione che ho addosso è identica. Sono teso e preoccupato. Alice potrebbe vedere qualcosa, Edward potrebbe seguirla.
Avrei dovuto rifiutare. Invece ho risposto al suo sms con un “Ci sarò”.
Che imbecille.
Mi stendo a peso morto sul letto coperto con un leggero piumino bianco; chiudo gli occhi, provando a pensare.
Domani Bella ed Edward diventeranno moglie e marito. Pensavo che non sarei mai sopravvissuto ad una cosa simile, eppure ce l’ho fatta. Sono riuscito a superare il dolore, la sofferenza; sono riuscito a nascondere a tutti i miei sentimenti. Può sembrare assurdo, ma anche Bella mi ha dato una mano: sa essere così paziente, così dolce ed amorevole… come posso non amarla, come?
Lo è stata anche quella sera… la sera in cui le ho fatto la proposta più assurda che io abbia fatto in più di un secolo di vita.
“Più tranquilla di stasera?! Perché, nel frattempo avrò acquisito sicurezza, avrò fatto pratica? Non credo, Jasper…”
L’ho guardata con gli occhi pieni d’amore e di tenerezza: per un attimo ho rivisto la bambina del disegno di Luigi e mi si è stretto il cuore.
Ho capito che per noi non poteva esserci alcun futuro, mi sono reso conto in maniera (per la prima volta) razionale che in alcun modo sarebbe potuta essere mia.
“Che ne dici se ci proviamo?” le ho detto ritrovando nei suoi occhi un po’ di forza.
“Come scusa?”
“Che ne dici se provo a darti qualche lezione?” le ho chiesto cercando di non badare al suo cuore galoppante e alle sue guance in fiamme. Evidentemente si aspettava di tutto, tranne una cosa simile.
“C-c-c- come?Io? Con te?” ha chiesto tremando tutta.
“Sì” le ho detto raddrizzandomi con la schiena come a mostrarle un’antica armatura posata come per magia sul mio petto.
“Jasper… non ti seguo…” mi ha detto, visibilmente confusa.
Mi sono avvicinato a lei, sul letto, e le ho preso le mani fra le mie.
“Bella, io non posso averti. Non posso fare nulla per cambiare la realtà delle cose e cioè che tu appartieni ad Edward. Siete l’uno la vita dell’altro e questo non potrà mai mutare. Io però posso aiutarti”.
Mi ha guardato all’inizio terrorizzata e sorpresa, poi via via sempre più calma e tranquilla.
Dopo qualche minuto il suo battito è divenuto normale.
“Non posso farti questo” ha detto alla fine, scuotendo il capo come a rifiutare l’idea. “Non posso, non sarebbe giusto, corretto. E poi potrebbero scoprirci… Edward, Alice… No, Jasper, no”.
Per un attimo ho ripensato alla mia proposta e mi sono sentito un cretino. Come avevo potuto chiederle una cosa simile, come? Un estremo atto di egoismo, ecco cos’ero riuscito a porre in essere.
“Scusami, Bella. Perdonami ti prego”. Senza rendermene sono scivolato dal letto e mi sono messo in ginocchio davanti a lei. “Non ho pensato, non ho riflettuto. Sono stato uno scellerato egoista”.
Mi ha sorriso, ed ha inclinato la testa sulla spalla sinistra. “E’ questo che temi, Jasper? Di essere stato egoista? Non è questo ciò che intendevo… pensavo più che altro a Edward, a Alice…sarebbe giusto nei loro confronti?”
Nel suo sguardo e nella sua voce ho letto un filo di apertura, una piccola breccia dettata dalla curiosità. E in quella piccola apertura mi sono buttato a capofitto.
“Beh, non si tratterebbe di un tradimento, se è questo che vuoi dire.” Mi sono sollevato dal pavimento e le ho preso il viso fra le mani. Il cuore ha iniziato a galopparle in petto, ma ho fatto finta di non sentirlo. “Bella, io ti amo troppo per mancarti di rispetto. Non ti mancherei mai di rispetto in quel modo, non farei mai nulla contro la tua volontà. Non posso amarti alla luce del sole e non posso amarti neppure all’ombra, perché tu non ami me: lasciami almeno la possibilità di aiutarti ad amare in modo diverso, in modo fisico… non chiedo altro”.
E così ha accettato. Così sono iniziate le nostre lezioni di sesso, alla casina sull’Albero.
Settimana dopo settimana siamo diventati amici, complici. Abbiamo legato in un modo che non avrei immaginato possibile, soprattutto considerati i miei sentimenti.
In questi mesi ho imparato a controllarli, a controllare e sedare il mio amore per Bella: sono riuscito a farlo confluire in quello che abbiamo fatto assieme, nei consigli che le ho dato, nelle nostre lezioni.
Ho messo a tacere ogni desiderio sessuale, ho impedito all’istinto e alla voglia di uscire allo scoperto. Anche quando eravamo a pochi centimetri di distanza e le spiegavo come muoversi… come muovere certe parti del suo corpo in certi momenti… anche in quei casi sono stato capace di controllarmi.
Ora però mi sento agitato, come prima di quella notte. Come quando il suo profumo mi mandava in tilt il cervello, come quando la morbidezza della sua carne risvegliava in me desideri carnali mai esauditi, neppure con Alice.
Perché ha voluto incontrarmi qui? Perché proprio oggi?
Il sibilo ovattato della sua nuova auto mi risveglia dal mare di pensieri che mi schiacciano sul letto, e in meno di un secondo sono alla vetrata che dà sul parcheggio.
Edward si è intestardito a comprarle un’astronave blindata e antimissile e Bella non ha battuto ciglio: sono più che convinto che in cuor suo rimpianga da morire il vecchio pickup.
Scende dall’auto come se all’interno vi fosse un mostro; indossa un trench blu, annodato in vita.
Mi volto verso il letto e mi rendo conto che l’ho in parte spiegazzato: veloce come la luce, lo sistemo fino a riportarlo all’iniziale splendore e torno accanto alla finestra, cercando di risultare il più naturale possibile.
Sono le 11:45, è in anticipo come me.
Passa meno di un secondo ed inizio a sentire il martellare incessante del suo cuore che si avvicina alla porta della camera. Sempre più veloce, sempre più vicino.
Perché è così agitata? E perché sono così agitato anch’io?
Si avvicina ancora, fino a raggiungere la stanza.
La sento armeggiare con la key card.
Entra in camera e magicamente rivedo la mia Bella. Quella disegnata da Luigi, quella dei miei sogni. Quella che mi ha donato il piacere più grande che io abbia mai provato, quella che ho stretto nuda fra le mie braccia… anche se solo in un sogno.
Resta ferma sulla porta, che si chiude automaticamente dietro di lei.
Ha il respiro affannato e le guance rosse.
Sento che tutti i sentimenti, i desideri, tutte le voglie represse in questi mesi stanno riemergendo: qui, in questo preciso istante. Nel momento più sbagliato di tutti.
Si avvicina tenendo le mani lungo i fianchi. Getta la borsa sulla sedia della scrivania e con la sicurezza che io le ho insegnato ad avere, con il passo tranquillo e posato di chi sa cosa vuole arriva fino a pochi centimetri da me.
Davanti agli occhi ho già la scena successiva, ma lei è ancora più veloce della mia mente.
“Bell…” cerco di dire, ma mi fermo. Lascio che l’istinto prenda il sopravvento. Lascio che finalmente il mio sogno diventi realtà.
Con entrambe le mani mi prende il viso e mi bacia. Le ho insegnato io come si fa, le ho detto come muovere la lingua, come e dove mettere le mani. Le ho insegnato queste cose ed ora le sta mettendo in pratica con me.
“Ti voglio” è tutto ciò che dice. Continua a baciarmi e, senza neppure sforzarsi troppo, mi trascina al letto dal piumino bianco.
25. Camera 282 part 2
Non è un sogno, non sto sognando. Sono in questa camera con Bella, per davvero. Mi sta baciando, per davvero.
“Bella, non posso… noi non…”
“Jasper…” dice staccandosi da me col fiato corto e guardandomi dritto negli occhi. “Ti voglio”.
Il suono della sua voce è talmente eccitante che vorrei mi parlasse all’infinito. Vorrei… vorrei… ma non posso.
Mi balena in mente un’idea, la più forte di tutte: lo sta facendo perché si sente in colpa. Mi ha chiesto di venire qui e mi sta baciando per ringraziarmi di ciò che le ho dato, di ciò che le ho insegnato. Non posso permetterle una cosa simile, non posso.
Le afferro i polsi cercando di essere il più inoffensivo possibile e l’allontano con tatto. “Bella, no. Fra poco più di 24 ore sarai sposata, con mio fratello. Quello che abbiamo fatto… quello che abbiamo fatto devi metterlo in pratica con lui, non con me. No”. Modulo la voce in modo da risultare credibile e sincero.
Ignoro il rossore sulle sue guance. Ignoro il suo cuore che corre proprio come piace a me. Ignoro il mio membro eccitato, sotto i pantaloni.
Come se le mie parole fossero entrate da un orecchio ed uscite dall’altro, Bella si slaccia la cintura del trench e, continuando a fissarmi, lo toglie.
Una t-shirt grigia e una gonna anch’essa grigia, ma di una tonalità più scura.
Si avvicina, è nuovamente a pochi centimetri. “I fondamentali…” sussurra con la voce roca e tremante.
Il cuore fa un’altra capriola e fra le gambe avverto qualcosa che non riesco più a trattenere.
Io, lei, qui. Il letto mi chiama, mi dice “Jasper, cos’aspetti, buttati”.
Mi chiama anche la porta però, con un tono più urgente e disperato: “Cosa diavolo stai facendo, scappa, scappa!”.
“Perché?” le chiedo con la solita voce ferma, cercando di non guardare al di sotto del suo collo.
Mi prende una mano e se la porta sulla guancia destra. La tiene ferma in quella posizione e ci appoggia sopra la sua, calda e morbida. “Jasper, da domani la mia vita cambierà, per sempre. Entrerò a far parte della tua famiglia completamente, e ne farò parte per l’eternità. Da quando io ed Edward pronunceremo le nostre promesse, nulla di tutto ciò che è stato sarà. Pian piano, tutto muterà: io diventerò diversa, come te. Perderò il battito del mio cuore, perderò il colore dei miei occhi, perderò parte dei miei ricordi umani. Non voglio perdere anche te…” Gli occhi sono umidi. Non mi lascia la mano, anzi la stringe più forte.
“Bella, tu non mi perderai mai. Io ci sarò sempre, lo sai. Farai parte della mia famiglia, saremo…”
“Saremo fratelli. Io vivrò la mia nuova vita con Edward, tu continuerai a vivere la tua con Alice. Questa, Jasper, è l’ultima possibilità… l’ultima occasione che ho, che abbiamo… per essere tutto tranne che fratelli. Io… io ti voglio”. Lo dice di nuovo, per l’ennesima volta. E per l’ennesima volta un brivido mi corre dalla testa ai piedi.
Le mie labbra toccano le sue ancora prima che la mia mente ci abbia pensato. Le trovo schiuse, e le bacio con passione, senza pensare più a nulla. Si aggrappa alle mie spalle e mi attira a se, rispondendo al mio bacio.
La lingua di Bella è calda e veloce, troppo veloce. Le sue labbra piene e morbide hanno lo stesso effetto di un fuoco acceso nella neve: sciolgono ogni millimetro della mia pelle fredda, la riscaldano fino ad infuocarla.
Le ho insegnato che ci vuole la giusta dose di calma ed erotismo quando si cerca di spogliare un uomo. Questa lezione non l’ha imparata: le dita le tremano, mentre cerca con foga di sbottonarmi la camicia. Non smette di baciarmi, e dopo averla aperta me la tira fuori dai pantaloni. Il cuore le è arrivato in gola.
Apro gli occhi e la guardo. E’ eccitata, me lo dicono – oltre al battito e al respiro affannato – anche le sue pupille, completamente dilatate.
La sollevo con grazia e la faccio sedere sul letto. Mi siedo al suo fianco. I nostri visi sono vicini, le punte dei nasi si toccano. Con la punta delle dita mi accarezza il torace, sfiorandomi la cicatrice più grande. Ripenso per un secondo al sogno… al bagno di Rosalie.
“Domani sarà tutto diverso” ripete. “Fai l’amore con me, Jasper”.
E sia.
Le sfioro la guancia, fino al mento. In automatico lei si stende, come ha fatto tante volte nella casina di legno. Mi stendo su di lei, attento a non poggiarle troppo addosso e le infilo una mano sotto la gonna, fino al ginocchio. Lo abbiamo fatto decine e decine di volte: non sono mai salito oltre quel punto, mai.
Le lascio mille piccoli baci sul collo, mentre il suo profumo mi riempie le narici. Il profumo più inebriante di tutti.
“Jasper…” bisbiglia, tenendomi il viso affondato nell’incavo fra spalla e collo attraverso le dita ferme nei capelli. Sospira e ogni suo sospiro mi ricorda quanto è eccitata.
Con la punta delle dita salgo sulla coscia, fino a percorrerne metà. Mi sollevo e giro il capo verso le sue gambe, guardandole forse per la prima volta. Sono morbide come il burro, lisce e bollenti. Le raggiungo con le labbra, e lascio mille baci anche lì, in particolare nell’interno coscia.
In automatico, Bella schiude le gambe e solleva il bacino per sfilarsi la gonna.
“No.” Le dico con tono grave. Sostituisco le mie mani alle sue, e mentre lei mi sfila completamente la camicia io le sfilo la gonna.
E’ una dea. E’ molto meglio di ciò che ho sognato, è mille molte più tonda, più bella, più paradisiaca. Indossa un paio di mutandine a vita bassa, nere. Fra il bordo superiore e quello inferiore della maglietta ci sono almeno dieci centimetri, e lì i miei occhi si soffermano.
Ho voglia di baciarle l’ombelico, di solleticarglielo come piace a me.
Ho anche voglia di abbassarle le mutandine, lasciargliele scorrere fino ai piedi e poi buttarle via.
Sollevatasi sui gomiti, Bella mi bacia di nuovo, e stavolta il suo bacio è perfetto. Mi sfiora la nuca e scende sulle spalle, proprio come le ho insegnato mesi fa.
Si sposta sul torso e raggiunge gli addominali. Accarezza ogni singola cicatrice e la cosa mi eccita ancora di più.
In meno di un secondo mi trovo con le spalle sul letto: Bella è su di me, a cavalcioni.
Come piccoli flash, rivedo davanti agli occhi le nostre lezioni: muoviti in questo modo, spostati a destra oppure a sinistra, non temere di…
Questa non è una lezione, e probabilmente lei ricorda pochissimo di ciò che le ho detto.
Nonostante questo, padrona improvvisa di quella lentezza e quella sensualità di cui tanto le ho parlato, si toglie la maglietta con un solo gesto. La lancia a terra, nel punto esatto in cui si trova la gonna.
Un reggiseno, nero come le mutandine. Lo sfioro delicatamente, a partire dalle bretelle fino a scendere sui capezzoli.
Bella mi guarda, e il cuore le rotola in petto.
E’ qui, per me. E’ tutta per me. E’ mia.
Vorrei dirle che l’amo. Che ho sognato questo momento per mesi e che sono emozionato e teso quanto lei, perché anche per me si tratta della prima volta. Vorrei dirle che è tutta la mia vita.
Ma non posso.
L’attiro vicino e la bacio, con dolcezza stavolta, sperando che il mio bacio possa trasmetterle tutto l’amore che ho, tutto l’amore che vorrei darle.
Le accarezzo la schiena, mentre ora sono le sue labbra a lasciare mille baci sul mio collo. Con la punta della lingua raggiunge il pomo d’Adamo e sale da lì fino al mento e poi fino alle labbra. Me le bacia di nuovo.
“E’ molto meglio della casina…” Ha il fiato corto.
Sorrido della sua battuta e la vedo allontanarsi, la vedo scivolare lungo le mie gambe.
Sbottona i pantaloni facendo attenzione: le tremano le dita e non vuole apparire impacciata o insicura. Mi sollevo e le accarezzo i capelli con una mano. “E’ tutto ok…” le dico. In risposta, mi dà un bacio, un bacio che mi manda in tilt il cervello.
Neppure mi rendo conto di essere rimasto con solo i boxer addosso, neri anch’essi.
Bella si muove con leggerezza, con grande sicurezza. L’osservo dal basso e resto incantato dalle sue forme, dal modo in cui le muove. Non è volgare, è eccitante. Sono troppo eccitato, e ben presto se ne accorge anche lei.
Le scappa un gemito quando, dopo essere tornata a cavalcioni su di me, sente la durezza del mio membro a contatto col suo intimo. Di riflesso, spingo in alto il bacino, come se quel gemito fosse stato un comando. Un altro gemito. Un’altra spinta.
Mi sento infuocato, indemoniato. Voglio che sia mia, voglio farla mia. Voglio fare l’amore con Bella, lo voglio più di ogni altra cosa.
E lo desidera anche lei: sento il profumo caldo e fresco allo stesso tempo della sua eccitazione. Voglio anche quella: voglio sentirne il sapore sulla lingua, voglio che sia mia.
Bella si allontana di nuovo e porta con se – mentre scende lungo le mie gambe – i boxer.
Resto nudo, senza rendermene conto.
Sono completamente dipendente dai miei sensi, dai miei istinti. Stacco il cervello e lo metto sul comodino. Anzi, lo butto di sotto, nel parcheggio.
Bella mi allarga le gambe, e nello spazio bianco del piumino si mette in ginocchio.
Non le ho mai parlato specificamente di certe cose; le ho sempre dato consigli blandi e superficiali, confidando nel fatto che certe cose le avrebbe imparate con mio fratello. Per cui mi chiedo: dove ha imparato a fare quello che sta facendo? Dove?
Con gli occhi completamente aperti ed eccitati, osserva il mio pene: è duro e eccitato come forse non lo è stato mai. Lo immagino dentro di lei, lo immagino fra le sue cosce e automaticamente lo sento pulsare e diventare più gonfio.
Lo osserva, con una mano lo prende e inizia a toccarlo. Su e giù, su e giù. Lo fa con lentezza, lo fa come se lo avesse sempre fatto.
Invece mi rendo conto che questa è la sua prima volta. La sua prima volta, con me.
“Bella… sei…” dico mentre continua a farlo scivolare nella mano. E’ meravigliosa, è perfetta.
Diventa divina quando si avvicina alla punta gonfia e lucida con le labbra. Mi lancia uno sguardo mentre tiene l’asta con entrambe le mani e poi l’accoglie in bocca.
“Bella…” è tutto ciò che riesco a dire, mentre mi sento appena giunto in Paradiso.
Il calore del suo respiro, il fuoco della sua saliva. Sono in estasi e continuo ad esserlo quando prende a succhiarmi. Divina, eccitante Bella. Si aiuta con le mani mentre lo fa: ne lecca le punta, completamente scoperta; l’avvolge con la lingua e con essa mi percorre anche l’asta. Quando si muove con la testa, ne approfitta per gettarmi uno sguardo.
Mi trova attento, completamente eccitato. Continua per quelli che mi sembrano i minuti più belli di tutta la mia vita. Sospira, geme quando ce l’ha in bocca e respira in modo affannato mentre me lo lecca.
Ha le guance rosse, il cuore impazzito e io ho voglia di possederla.
Voglio darle lo stesso piacere che sta dando a me, voglio che goda grazie a me.
Mi sollevo sui gomiti e lei si solleva con me. “Ti… ti adoro” le dico, temendo per un attimo di aver rovinato tutto.
Mi risponde con un bacio che mi manda di nuovo KO.
Le accarezzo la schiena, fino a trovare il gancio del reggiseno e glielo sbottono. Le abbasso le bretelle nere e il reggiseno mi cade fra le mani.
Lei si siede accanto a me, fissandomi gli occhi, probabilmente neri come il fondo di un pozzo.
Io non posso non fissarle i seni. Anch’essi sono decisamente più belli di come li ho sognati.
Ne sfioro uno con un dito, fino ad arrivare al capezzolo turgido.
Sospira profondamente mentre lo assaggio. Lo succhio delicatamente come se fosse un piccolo chicco d’uva. Si distende sul letto lasciandomi prendere il sopravvento sui suoi seni, sul suo corpo intero.
Si dona a me, si dona ad un uomo per la prima volta.
Le bacio il seno facendo attenzione a non farle del male, facendo attenzione a non ferirla con i denti. Come prima, mi tiene il capo fermo, dove più le piace, usando le dita fra i capelli.
“Non smettere…” sussurra fra un sospiro e l’altro, mentre con una mano le tocco un seno e con la lingua le stuzzico il capezzolo dell’altro.
Darle piacere è linfa per il mio stesso piacere. Vederla così eccitata, così calda… è un piacere infinito.
Con la bocca scendo fino all’ombelico, fermandomi ogni due centimetri per lasciarle un bacio sulla pelle chiara.
Un bacio sotto il seno.
Un bacio su una costola.
Un bacio su un neo poco distante dal centro dello stomaco.
L’ombelico di Bella è piccolo e tondo come quello di un bambino. Lo bacio delicatamente e ne percorro il contorno con la punta della lingua, fredda.
“Oh… Jasper…”. La sua voce rotta dall’eccitazione è il mio carburante.
Esito per un paio di secondi, prima di passarle la lingua nell’ombelico stesso. Lo faccio di nuovo, indugiando di più con la lingua e dandole allo stesso tempo un bacio. Risponde gemendo, inarcando la schiena e stringendomi ancora di più i capelli.
I suoi occhi sono chiusi, segno che si è completamente abbandonata al piacere.
Scendo più giù con la lingua, fino al bordo delle mutandine. Automaticamente, Bella divarica ancora di più le gambe, come per lanciarmi un segnale. Apre gli occhi e mi guarda, mentre le allarga e si porta le mani sui fianchi, all’altezza dei bordi dell’ultimo indumento che indossa.
Decido di accogliere il suo segnale e le tiro giù le mutandine.
Il fiore del mio desiderio e dinanzi ai miei occhi, e fa male.
E’ talmente bello che fa male.
Non è il Paradiso che ho sognato, no. E’ l’insieme di tutte le cose più belle della Terra + 1.
E’ il punto in cui il mio mondo potrebbe anche terminare, è il mio cuore, il cuore che non ho più.
Quello di Bella galoppa furioso, poco distante dal mio viso, e i suoi occhi sono adesso pieni di timore, di paura.
“Tranquilla…” è tutto ciò che riesco a dire, anche io chiaramente emozionato, proprio come lei.
E’ una prima volta per entrambi. E’ la nostra prima volta.
Mi avvicino lentamente e lentamente mi faccio strada fra le labbra, con un dito. E’ freddo, troppo freddo per lei e il contatto con la sua zona più calda le dà i brividi. Ritraggo il dito, temendo di aver osato troppo. “No, non lo fare… continua…”.
Continuo.
Il suo profumo mi invade la gola e mi fa desiderare le cose più proibite, le cose più carnali di tutte.
Con la punta della lingua le sfioro l’inguine, all’improvviso. E’ fredda anch’essa e Bella sospira di nuovo. Le do un bacio proprio dove sono passato con la lingua e mi sposto al centro, proprio al centro del suo fiore.
La lecco da quel punto in giù e poi da giù verso su. Il bacino di Bella si impenna verso l’alto quando le afferro il clitoride fra le labbra. Lo succhio. Lo stuzzico con la lingua. Lo massaggio con le dita di una mano e con le mie stesse labbra.
“Non smettere… non smettere….”.
Continuo a baciarla e a leccarla. Lentamente, velocemente. Velocemente e poi ancora lentamente.
“Jasper… Jasper…” mi dice dopo qualche minuto di gemiti e sospiri. “Facciamo l’amore…” mi dice, ad occhi chiusi. “Facciamo l’amore…”.
E’ come un secchio d’acqua in faccia ad un bambino che dorme.
Come una folata di vento su una farfalla colorata.
Come due mani ben salde che spezzano una matita in un colpo solo.
Facciamo l’amore. Io e Bella. Io e lei… fare l’amore.
Siamo lontani da tutto e da tutti, siamo entrambi nudi, entrambi vogliosi ed eccitati.
Facciamo l’amore.
No. Non posso. No.
“No” le dico, sollevandomi e mettendomi a sedere. “No.”
Bella riapre gli occhi, sorpresa non solo dal mio No, ma anche dal mio tono.
“Jasper… cosa c’è?” mi chiede, portandosi una ciocca di capelli dietro l’orecchio. Si mette a sedere come me, e porta le ginocchia al petto.
“Noi non possiamo fare l’amore, Bella. Non possiamo.” La consapevolezza prende piede dentro di me, come se qualcuno avesse ripescato il cervello dal parcheggio e lo avesse rimesso al proprio posto.
“Perché? Perché? Cos’è successo, Jasper?”. I suoi occhi adesso sono ancora più sorpresi, quasi spaventati.
“Bella, noi non possiamo fare l’amore, perché tu non mi ami. Non è con me che devi fare l’amore, no. Io ti amo… ma tu ami Edward. E lui ama te. E’ con lui che devi avere quest’esperienza, non con me. Io… io…” Mi fermo, completamente immobile. “Bella, c’è differenza tra ciò che uno merita e ciò che uno desidera: io desidero fare l’amore con te. Lo desidero da sempre, perché ti amo. Vorrei poterti avere e fare mia in ogni modo. Ma non è ciò che merito. Non lo merito, perché c’è qualcun altro che lo merita ancora più di me: Edward.”
I suoi occhi sono pieni di lacrime ed è chiaro che sta facendo di tutto per non scoppiare a piangere.
“Io desidero, ma non merito. Lui… Edward… desidera e oltretutto merita. Non posso fare una cosa simile, non posso fargli una cosa simile, no!”.
Resto in silenzio a ripensare alle mie parole per qualche secondo. “Ti amo. Ti amo, Bella. Ti amo, ti amo, ti amo. Ti amo e ti amerò probabilmente anche quando sarai come me ed avrai dimenticato questo pomeriggio umano. Ma non posso fare l’amore con te. Non lo merito”.
Impiego meno di un decimo di secondo per rivestirmi e tornare sul letto accanto a lei.
Sta cercando di non piangere, e ci riesce fino a quando l’attiro al petto e la stringo forte, accarezzandole i capelli. “Ti amerò per sempre” le dico cercando di non tradire troppa emozione.
“Perdonami” è l’unica parola che riesco a comprendere in tutte quelle che singhiozza, assieme a fiumi di lacrime. E ne ho la conferma: si sente in colpa.
Piccola. Piccola, dolce Bella. Sarai per sempre l’unica donna per me, per sempre.
Resterai nel mio cuore per l’eternità.
Le do le spalle, mentre si riveste: ho deciso che non merito neppure di vederla un’ultima volta nuda.
Edward l’amerà nel modo più giusto. Assieme impareranno cos’è il sesso, impareranno a fare l’amore, a creare – assieme – quel momento speciale e magico in cui il piacere di uno diventa piacere dell’altro, in cui ti sembra di morire e risorgere milioni di volte.
“Jasper…”. La voce di Bella mi riporta alla realtà.
“Bella.” Mi volto per guardarla e le sorrido. Uso una forte dose del mio potere, per calmarla, e lei se ne accorge.
“Grazie” dice mentre mi stringe con la sua poca forza. “Grazie” ripete.
“Niente grazie…” le rispondo. La amo. Sarà complicato considerarla come mia sorella da domani in poi. Sarà dura. Ma ci riuscirò.
“Adesso vai… io resto un altro po’ qui” dico. “Port Angeles merita per qualche altra ora la mia presenza, e immagino che tu abbia un milione di cose da fare per domani”
Si siede sul bordo del letto, accanto a me. “Credo che in questo momento Alice stia facendo l’ultima prova per l’abito di Charlie. Subito dopo tocca a me”.
Un nodo mi stringe la gola mentre penso a Bella in abito nuziale. Lo ricaccio da dove è arrivato, da quel posto del mio corpo in cui un tempo batteva un cuore. “Vai allora, non farla aspettare”.
Le sorrido e l’abbraccio per l’ultima volta. Vorrei che mi dicesse qualcosa per rincuorarmi, per colmare il vuoto profondo che sento adesso. Vorrei che per almeno un secondo potesse amarmi come io amo lei.
Si alza e mentre va verso la porta si ferma e si volta. “Jasper”.
“Sì”.
“Posso chiederti una cosa?”
Puoi chiedermi il mondo, Bella. Lo farei a pezzi e te lo porterei su un piatto d’oro.
“Qualsiasi cosa”
“Questa sera… Edward… beh, questa sera lui sarà da me. Io… io non so se…” e si blocca.
“Bella, hai imparato un sacco di cose. Hai superato qualsiasi esame, sei promossa a pieni voti” le dico, incontrando il suo pensiero inespresso. Edward… ovviamente il suo pensiero è per lui…
Mi sorride, felice che per l’ennesima volta l’abbia rassicurata.
“Grazie” mi dice, restando in piedi.
“Non ringraziarmi… ora vai, Alice ti aspetta”.
Esce dalla stanza con calma, e con calma mette in moto. Sento la Mercedes allontanarsi.
Ti amo, Bella. Ti amo. Da domani tutto sarà diverso, tranne il mio amore per te.
Mi distendo sul piumino bianco, e il suo profumo mi avvolge.
Resto così per qualche minuto, poi prendo il telefono e compongo il numero.
“Tieniti pronto per stasera, ho deciso come festeggeremo l’addio al nubilato di Edward”.
Non lascio ad Emmett il tempo di ribattere e chiudo la comunicazione.
Li interromperò, per la seconda volta.
E sia.
Appendice N. 1
Invito a cena
Due giorni dopo che Bella ha finalmente capito i sentimenti di Jasper.
Non riuscirò mai a trovarla.
Cerco di ricordare la disposizione dei tronchi, dei cespugli e perfino delle foglie, ma purtroppo nulla mi è familiare.
Perché diavolo Jasper ha dovuto darmi un appuntamento proprio lì?
E perché diavolo gli ho detto che sapevo come arrivarci?
Cammino da un’ora, e tutto ciò che mi circonda consiste in muschio, foglie e alberi grandi ed altissimi. Da un momento all’altro, secondo i miei calcoli, dovrei vederla.
La trovo dopo un’altra ora in cui inciampo per ben tre volte e rischio di cadere a faccia in giù su una pietra. Sarebbe proprio l’ideale: presentarmi sanguinante al cospetto di Jasper.
Entro nella radura in punta di piedi, e come sempre è un’emozione fortissima. Il luogo in cui il rapporto fra me ed Edward è cambiato, il luogo in cui la nostra storia d’amore è cominciata.
La luce è poca, visto che sta per arrivare il crepuscolo, ma ciò che vedo è chiarissimo ai miei occhi: al centro della radura, sull’erba fresca, c’è un letto.
Non un letto qualunque, un letto matrimoniale. Mi avvicino col cuore in gola e ne riconosco la fattura; è in ferro battuto, con la testiera ricoperta dello stesso tessuto del piumone. Il colore mi sembra blu scuro, ma non ne sono certa. Mi avvicino e appoggio una mano sul materasso: il piumone è soffice e di colore blu, come avevo immaginato da lontano.
E’ così che Jasper intende darmi lezioni di sesso? Mio Dio… perché ho accettato!
Non posso… non posso! Ho sbagliato ad accettare la sua proposta.
E se Edward venisse qui, se ci scoprisse?
Il pensiero mi attraversa la mente veloce, ed ecco che sento un rumore provenire dalla mia destra.
Mi volto di scatto e sembra che in meno di un minuto il buio sia piombato su questo posto. Il cuore prende a martellarmi nel petto.
“Bella, non aver paura, sono io”. La voce di Edward mi scuote dalla testa ai piedi.
Dovevo incontrarmi con Jasper, perché invece c’è Edward? Perché il letto? Perché tutto mi sembra tranquillo più del dovuto?
Se è qui vuol dire che sa… e se sa allora deve essere infuriato, non così calmo!
“Edward… come… io…” balbetto, e mi manca il respiro.
Lui mi raggiunge a passo calmo e vederlo mi porta via l’ultimo fiato che ho in gola.
Il suo volto è bello come sempre, forse di più. Gli occhi sono dello stesso colore dell’oro e mi donano uno sguardo dolce e amorevole, così com’è dolce il suo sorriso. Mi sorride e come per magia mi scalda il cuore, che batte a ritmo incontrollato, forsennato.
Si ferma ad un passo da me e con la punta delle dita mi sposta i capelli dal viso.
“Ti piace?” mi chiede, indicando col mento dietro le mie spalle, al letto.
Mi giro e tocco di nuovo il soffice piumone con la mano. “Molto” gli sussurro. “Ma… perché tutto questo Edward?”
Con la mano mi avvolge la vita e mi attira a se. Il freddo del suo corpo mi dà i brividi, per un attimo ho paura di svenirgli fra le braccia. “L’ultima volta ti ho lasciata mezza nuda su un letto… stavolta non farò lo stesso errore” sussurra a sua volta al mio orecchio. L’aria fresca che gli esce dalla bocca mi dà altri brividi.
La testa mi gira in un turbinio di emozioni, tutte magiche, tutte meravigliose.
E’ stato Jasper a dirgli di venire qui? Edward non è arrabbiato con noi?
Mi solleva in braccio e mi fa dondolare da sinistra a destra per un paio di volte.
Sale sul letto aiutandosi col ginocchio e mi adagia sul materasso con delicatezza, come se potessi rompermi. E’ ormai buio, ma riesco a vederlo bene, gli occhi si sono abituati all’oscurità.
Siamo nella nostra radura e non temo nulla… sono con Edward.
Con entrambe le mani mi prende il viso e mi bacia: un bacio lungo, di quelli che però sembrano sempre troppo brevi. Con la lingua disegna tante piccole spirali attorno alla mia lingua e le sue labbra sono affamate, affamate delle mie. Rispondo al suo bacio con la stessa passione, dimenticandomi perfino il mio nome.
Ricordo soltanto fino a che punto siamo arrivati l’altra sera… prima che Jasper ed Emmett arrivassero ad interromperci. Gli butto le braccia al collo e piano mi distendo sul letto, esattamente al centro; lui si lascia trasportare su di me, ma fa attenzione a non appoggiarsi troppo… per non farmi male.
“Bella…”
“Edward…”
“Voglio fare l’amore con te”. Lo dice mentre scende sul collo, e poi dietro l’orecchio. Con le labbra mi afferra il lobo e lo succhia, mandandomi in estasi. “Lo vuoi anche tu?” aggiunge.
Come se potessi desiderare altro in questo momento. Come se potessi desiderare altro per ogni giorno della mia vita.
“Ti amo” è la mia risposta. Gli accarezzo la schiena, coperta solo da una t-shirt. Lui risponde percorrendo con la punta delle dita il mio fianco sinistro. Altri brividi.
D’istinto sollevo il ginocchio e schiudo lievemente le gambe e in automatico lui mi afferra la gamba e se la porta su un fianco. Siamo vicinissimi adesso e nonostante i pantaloni riesco a percepire la sua eccitazione.
E’ così duro… lo sento chiaramente, quando si struscia contro di me; continua a baciarmi il collo e si struscia lentamente, come a farmi assaggiare ciò che intende farmi provare più tardi.
Sicura di me come mai prima d’ora, inizio a muovermi in maniera complementare alla sua. Quando lui si fa indietro, io mi sollevo; quando lui spinge il bacino in basso, io resto ferma e mi godo il suo movimento. Con le mani riesco a trovare la fine della sua maglietta, e le infilo sotto: i suoi muscoli sono tesi e di marmo.
“Toglimela” mi dice guardandomi negli occhi.
Solleva le braccia e si lascia spogliare.
Dopo aver gettato la t-shirt nell’erba, resto per un minuto a guardare il suo corpo, scolpito e pallido: i pettorali non sono pronunciati come quelli di Emmett, né asciutti come quelli di Jasper. Sono perfetti. Li sfioro con le dita fino a raggiungere gli addominali. La sua pelle è liscia come la seta e fredda come il ghiaccio: allo stesso tempo sento il bisogno di fermarmi, prima di ritrovarmi le mani gelide, e di continuare, per non perdermi neppure un centimetro della magnificenza che mi si erge davanti.
Edward lascia che lo tocchi senza proferir parola, anzi. Guida la mia mano sulle costole e poi sulla sua schiena. Gli cingo la vita mentre mi bacia e quasi temo che la sua irruenza possa travolgermi del tutto.
Siamo all’aperto, è ormai sera: dovrei avere freddo, invece mi sento come una torcia in fiamme. La fiamma più ardente, quella più calda è lì dove Edward continua a strusciarsi, fra le gambe. Sento la carne pulsare e non posso non ignorare il desiderio.
Geme quando con le dita gli faccio il solletico al centro esatto della schiena.
“Spogliami… spogliami” gli dico fra un bacio e l’altro.
Non se lo lascia ripetere due volte. Mi libera dalla felpa e dai jeans in meno di 5 secondi e il suo respiro diventa affannato quando con entrambe le gambe gli cingo i fianchi.
Adesso lo sento meglio, lo sento di più. Il fuoco che ho fra le gambe diventa ancora più esteso, ancora più imponente. Dovrei aver voglia di spegnerlo, invece no: ho solo voglia di bagnarlo con altra benzina.
Prendo la mano di Edward, stretta sulla mia coscia, e la porto sul seno, ancora avvolto dal reggiseno.
Il contatto mi dà la scossa e mi eccita ancora di più. “Ti amo” gli sussurro mentre mi toglie il reggiseno; sono sempre più nuda e più eccitata. Con la mano mi accarezza con delicatezza e mi dà un altro bacio, prima di scendere proprio sul seno scoperto.
Con la lingua ne percorre il lato, quasi vicino all’ascella; mi da un piccolo bacio proprio accanto al capezzolo; con il pollice e l’indice lo prende e lo stuzzica fino a farmi gemere. “Non smettere” è quel che dico quando pensa di avermi fatto male. “Non smettere… mai”.
Sorride e con le labbra afferra il capezzolo turgido: avverto con chiarezza il suono eccitante della sua bocca che lo succhia, della lingua che lo lecca. E’ come se avessi un cubetto di ghiaccio sul seno.
Mi bacia entrambi i seni per quella che mi sembra un’eternità. Li accarezza con delicatezza e li stringe fra le labbra, attento a non ferirmi. Li avvicina con entrambe le mani e passa la lingua da un capezzolo all’altro facendomi letteralmente impazzire.
Ho così tanta voglia di lui: finalmente sta accadendo, finalmente io ed Edward stiamo per fare l’amore.
Riesco – neppure io so come – a voltarmi sul fianco destro e a farlo voltare con me, fino a scambiarci di posizione. Adesso Edward è sotto di me e io sono su di lui.
Le sue mani sono ferme sui miei fianchi e le dita corrono veloci a disegnare mille figure immaginarie sulla mia pelle: sulle cosce, sulla schiena, sul tessuto delle mutandine, che mai come ora vorrei scomparissero magicamente; sulle braccia, sul seno, sulla pancia.
Sul viso ha dipinta l’espressione della serenità, della felicità. E so che la stessa espressione è dipinta sul mio. Lascio che mi accarezzi tutta e non muovo un solo muscolo quando si mette a sedere con un solo movimento – rapido come un fulmine – per farmi assaggiare nuovamente la sua lingua. E’ fredda, morbida e allo stesso tempo di fuoco.
“Ora tocca a me” gli dico sorridendo, cercando di ignorare il battito del mio cuore.
“A te? Per cosa?”. Finge di non sapere.
“Oh, chi lo sa…” dico, assecondandolo. “Vediamo… cosa potrei fare…”
“Non so… invitarmi a cena?!”
Il doppio senso della sua frase mi lascia per un attimo interdetta, ma poi il suo sorriso nascosto dal buio mi tranquillizza.
Ora tocca a me spogliarlo. Di certo non sarò veloce come lui… e se dovessi sbagliare? Se dovessi fare qualcosa di stupido? All’improvviso l’ansia e il terrore m’invadono, e lui se ne accorge. Mi prende la mani e le porta ai bottoni dei suoi jeans e le guida mentre glieli tolgo.
Restiamo entrambi con un solo indumento addosso. E’ buio pesto, ma gli occhi di Edward brillano di gioia pura. Mi trascina sotto il piumone e riprende a baciarmi. Con la mano, istintivamente, scendo in basso, più giù rispetto ai suoi addominali.
Ciò che trovo mi lascia senza fiato. Coperto dai boxer, il suo pene si erge contro la mia pancia, dritto e duro come il diamante.
Mi scappa un gemito, e ne scappa uno anche a lui quando infilo la mano dal bordo superiore e gli tocco la punta: è fredda, ma è marmorea, soda.
Con la lingua mima nella mia bocca gli stessi movimenti che mima con i fianchi, e in pochissimi secondi mi trovo a massaggiargli l’asta, in basso e verso l’altro.
Il piumone fa da bozzolo al nostro amore, alla sua eccitazione, al fuoco che dal mio corpo si irradia ovunque.
“Sei… sei… fantastico” gli dico, con la voce tremante. Le sensazioni che provo sono uniche, meravigliose: non mi sono mai sentita così in tutta la mia vita.
La sua risposta è in un fruscio, quello delle mie mutandine che da sotto al piumone volano non so dove. Volano anche i suoi boxer e ci ritroviamo completamente nudi, nella nostra radura, alla luce delle poche stelle che le nuvole grigie ci regalano.
Con un dito, Edward percorre lo spazio di carne che va dal mio sterno all’ombelico e si ferma.
Abbassa lo sguardo sotto la coperta e io lo faccio con lui: appoggia una mano sul mio ventre e sospira profondamente. Cerco di non far caso ai brividi che mi attraversano. “Ti amo, Bella” dice, prima di portare la mano alla mia guancia. E’ calda, totalmente calda. Calda di me, calda di noi.
Trattengo a stento le lacrime per il piccolo miracolo a cui sto assistendo. “Ti amo, Edward”.
La sua mano torna presto sotto il piumone e di nuovo si ferma sul ventre. Dopo un paio di secondi scende ancora più giù. Si fa strada fra le pieghe più nascoste del mio corpo con la passione e la dolcezza che solo Edward può avere. Rivedo le sue dita magiche sui tasti del pianoforte e ho l’impressione che stia toccando anche me con la stessa sacralità, con lo stesso amore.
Mille fuochi mi esplodono nella testa, nel cuore, nello stomaco. Ogni suo tocco è pura musica, mi sembra quasi che la mia ninna nanna ci accompagni nei movimenti: io tocco lui, lui tocca me ed è una miriade di colori, di profumi. Ci guardiamo negli occhi, ed entrambi sorridiamo del nostro piacere, e del piacere dell’altro.
“Ora” gli sussurro all’orecchio. Mi dono completamente. Chiudo gli occhi, pronta a riceverlo, pronta a vivere con lui l’esperienza più bella della mia vita.
“Ti amo. Ti amo, Bella, ti amo”.
La voce di Edward diventa via via più bassa, fino a diventare un lieve sussurro, fino a diventare un tutt’uno col buio che ci circonda.
Apro gli occhi e penso di essere impazzita.
Mi trovo ai margini della radura, ed è giorno. E’ giorno come quando sono arrivata qui, è giorno come quando ho visto il letto dal piumone blu. E’ come se fossi tornata indietro nel tempo. Mi volto verso il centro dell’immenso prato verde, ma il letto non c’è. E’ sparito.
Raggiungo a passo svelto il punto in cui Edward è apparso, e lo chiamo. “Edward! Edward, dove sei!”. Mi sento completamente persa.
“Bella.” La voce di Jasper arriva dalla parte opposta a quella in cui mi trovo io.
Mi giro di scatto e lo vedo. E’ in piedi, vicino al tronco di un albero. Resto immobile nel mio punto, aspettando di capire, aspettando che Edward torni da me, aspettando di sentirlo di nuovo dentro di me.
Metto a fuoco la sagoma di Jasper e mi rendo conto che non è solo. Accanto a lui c’è una donna.
Ha due lunghe trecce nere ed è vestita con quelli che mi sembrano abiti di pelle. Metto meglio a fuoco e ciò che ne ottengo mi fa lanciare un grido che va oltre l’inimmaginabile. La donna che è con Jasper ha gli occhi color cremisi: il colore di James… il colore dei Volturi.
Come se i miei piedi fossero diventati di piombo, inizio ad indietreggiare, completamente impaurita.
“Bella”. Jasper mi è accanto in meno di un centesimo di secondo. “Bella, calmati”. Avverto un’immensa sensazione di calore e di calma provenire dal cielo e posarsi sulle mie spalle.
“Chi… chi è?” dico con la voce quasi rotta dal pianto.
“Lei è un’amica” mi dice come se fosse la cosa più naturale del mondo. “Non è qui per farti del male, credimi.”
“Jasper… non capisco… prima io ero qui con Edward… io… era buio, c’era un…” lo guardo cercando di non sembrare una pazza che blatera cosa senza senso.
Mi guarda e sulle labbra gli spunta un sorriso. “Sì, lo so…”.
“Come fai a saperlo? Eri qui? E dov’è Edward? E perché fino a due minuti fa era buio?! Jasper… spiegami… ti prego!”.
Mi prende la mani, che tremano, ed usa il suo potere per calmarmi di nuovo. Ci riesce e si avvicina ancora di più. “Ho voluto farti un regalo. Ti ho regalato un breve attimo con Edward. Ti… ti ho mostrato come… come potrà essere il vostro futuro”. Si ferma e si gira verso la donna che adesso mi sorride. “A dire il vero te l’ha mostrato lei. Io non so cos’hai visto, e non voglio che tu me lo dica”. Abbassa gli occhi sull’erba, mentre io osservo quelli della donna.
Sono incredula, ancora non capisco. “Ma… ma io ho visto… come ha fatto…?”
“E’ il suo potere. Come il resto di noi, anche lei ha il suo dono”.
Si ferma e alza di nuovo lo sguardo. “Perché? Perché hai voluto fare questo?” gli chiedo, sbigottita e in parte delusa.
“Perché ti amo. E perché volevo che tu ti rendessi conto che con Edward andrà bene. Non sapevo come fare, poi ho pensato a lei.” Indica la donna che sorride di nuovo, senza muoversi dall’albero a cui è appoggiata. “Le ho chiesto di mostrarti l’amore, e penso che lei lo abbia fatto abbastanza bene. Volevo soltanto che tu acquistassi più fiducia in te stessa; Bella… tu ami Edward e lui ama te: nulla potrà andare storto fra di voi… ho cercato di fartelo capire… con un piccolo aiuto”.
I suoi occhi mi guardano pieni di speranza. Ha parlato per un paio di minuti, ma io sono ancora ferma al Perché ti amo.
Jasper mi ama, e per dimostrarmelo mi ha fatto questo regalo. Questo bellissimo regalo. Nessuno avrebbe potuto fare tanto. Nessuno.
Forse ha ragione: forse con Edward andrà davvero bene come pensa lui; forse sarà davvero come quella donna mi ha mostrato.
Devo fidarmi di lui, di Jasper. Devo smetterla di vivere di paranoie e di dubbi circa l’oscuro mondo del sesso. E da domani, con Jasper, imparerò a renderlo meno oscuro.
Lo abbraccio senza esitazioni.
Mi stacco e cerco con gli occhi la donna: sta andando via, e mi rivolge l’ultimo sorriso.
“Dove va?” chiedo a Jasper.
“Torna in Amazzonia” risponde, salutando con la mano e mostrando un sorriso felice.
“Come si chiama?”
“Zafrina”.
Appendice N. 2
Il pettine senza nodi
“Allora, quando pensi di dirmelo? Ne è passato di tempo…”.
“Come?”
“Ehi, dai… sai bene che i tuoi silenzi per me sono sempre e soltanto delle conferme”.
“Alice… cosa dovrei dirti?”.
“Dai… tu, Bella… l’Albero. Sul serio, pensi che non vi abbia mai visti?”.
“Cosa vuoi sapere?”
“La ami davvero?”.
“Sì. L’amo. Mi dispiace, Alice. Io l’amo”.
“Perché non me l’hai mai detto?”
“Perché… perché ho avuto paura… e poi non potevo farti una cosa simile…”
“Ma l’hai fatta. L’ami. Hai costruito questo posto per lei, sei andato a Port Angeles, in quell’albergo… la cosa simile l’ha fatta. ”
“Alice, io amo anche te. Tu sei la persona più…”
“Oh, ti prego! Non dirlo neppure per scherzo, non dire una cosa simile! Non offendermi ancora una volta.”
“Scusa… non so cosa dirti Alice… hai visto tutto, sai tutto, quindi conosci i miei sentimenti. Sai come e quanto ho sofferto in tutti questi mesi…”
“E io? A come ho sofferto io non ci pensi? Dimmi una cosa: hai mai pensato al male che mi stavi facendo nascondendomi tutto? Giocando come un burattinaio coi miei sentimenti… prendendo in giro non solo me, ma l’intera famiglia. Ci hai mai pensato? E hai mai pensato a Edward? Jasper… io non so davvero come tu abbia potuto fare una cosa simile. Sono delusa”.
“Altro che delusa. Fossi in te sarei una furia cieca: lo attaccherei al collo e glielo spezzerei con un calcio. Poi passerei alle braccia, e infine alle gambe”. Rosalie si sta mettendo lo smalto, rosso come al solito. “Sono stata convincente nelle vesti di Jasper?” chiede, sollevando gli occhi nella mia direzione. Sono sul letto, a gambe incrociate.
“Direi di no…”
“Alice”, la voce di Rosalie è un sibilo. “Ormai è passato un anno dal matrimonio. Hai taciuto per tutto questo tempo, hai fatto finta di niente, hai sopportato cose che io non sarei mai riuscita a sopportare. Perché?”.
Perché. Non perché abbia deciso di fregarmene, non perché avessi di meglio da fare. Perché.
“Ho i miei motivi” dico, sperando che lei possa capire.
Alza gli occhi al cielo, e mi rendo conto che invece non ha capito.
“Come hai fatto, il giorno del matrimonio, a far finta che non fosse accaduto nulla fra Jasper e Bella? Solo poche ore prima… beh, lo sai, li hai visti.”
Il pensiero di Jasper nudo in quella camera d’albergo… di Bella che gli chiede di fare l’amore… quelle visioni mi hanno accompagnata per parecchio tempo. Per troppo tempo.
Poi qualcosa è cambiato, e mi sono detta che in fondo avrei fatto bene a tacere.
Sento il fruscio dei piccoli piedi provenire dal basso, salire le scale ed avvicinarsi alla mia camera. “Entra, Renesmee!” dico prima che lei sia davanti alla porta.
E’ cresciuta, eccome se è cresciuta. E’ più alta, il viso si è lievemente allungato. Ha l’aspetto di una bambina di circa 6 anni. Si getta di peso sul letto per abbracciarmi, e la stringo accarezzandole i soffici capelli, bronzei come quelli di Edward.
“Zia Alice, vuoi venire con me e Jacob? Stiamo andando ad esplorare…”. Le esplorazioni sono diventate il suo nuovo passatempo. E’ molto veloce nella corsa, e le piace annusare e toccare nuovi fiori, nuove piante. Con Jacob passano intere giornate in giro sui monti o alla riserva, e spesso li seguiamo anche noi.
“Zia Rose… vieni anche tu?” si gira verso la bionda mozzafiato che le mostra le unghie dipinte come a dire ‘Rischierei di rovinarmi la manicure, no grazie’.
“Volentieri, piccolina. Possiamo far venire anche Jasper?” dico io.
“Certo, e anche nonna Esme e zio Emmett”.
“Bene, allora vai a prepararti. Non vorrai sporcare il vestitino che zia Rose ti ha regalato” dico, scompigliandole i capelli e dandole un bacio. “Vai, ci incontriamo al fiume fra 15 minuti”.
Corre via come un angelo, richiudendosi la porta alle spalle con estrema grazia. Il frutto di mio fratello non poteva di certo essere da meno.
“So che per te non è facile capire”, mi rivolgo a Rosalie. “So che nessuno capirebbe il mio comportamento, se si sapesse che so tutto. So tutto e faccio finta di nulla, è vero. Il motivo è appena uscito da quella porta.”
Solleva di nuovo gli occhi e chiude la boccetta di smalto, osservandomi con attenzione.
“Sapevo che Renesmee sarebbe nata, così come sapevo che Bella sarebbe diventata una di noi. Avevo da un lato la certezza di questo futuro, e dall’altro la certezza dei sentimenti di Jasper. Ho riflettuto per giorni sul da farsi, ho pensato se parlarne o no con qualcuno, magari con Esme. Poi ho deciso che avrei taciuto, e l’ho fatto. E’ forse strano e incredibile, ma il mio rapporto con Bella si è sviluppato sulla strada della mia consapevolezza, sul filo della mia conoscenza. Da un lato, Edward e Jasper. Da un lato io e lei.
Non puoi capire lo sforzo che ho fatto per nascondere i miei pensieri ad Edward, nessuno può capirlo”.
Resto in silenzio, e ripenso ai mesi trascorsi, alle notti passate ad attendere il ritorno di Jasper da quella che doveva essere solo una battuta di caccia. Invece lui era su quell’albero, con Bella, ad insegnarle il sesso. Ripenso alla mia prima visione: Jasper che davanti ad uno specchio decide di ignorare Bella, di ignorare l’amore che prova per lei. Aveva deciso, anche se poi non è stato abbastanza forte da portare avanti la sua decisione. Ripenso al ballo, a quando gli ho letto in volto il timore di essere scoperto da Edward. Era convinto che io non sapessi nulla, potevo leggerglielo negli occhi.
E poi altre visioni: quella di Jasper che prepara la casina, quella successiva… lui e Bella a pochi centimetri di distanza, senza mai sfiorarsi. E’ stato difficile capire, comprendere, ma ce l’ho fatta.
Renesmee è la speranza. La speranza per Edward, per Bella. La speranza per me, così come tanti anni fa io sono stata la speranza per Jasper.
Credo di esserlo ancora, dopotutto.
Non posso parlarne, non posso dire a tutti che so: la piccola Nessie sarebbe quella che di più ne soffrirebbe, senza contare le ripercussioni violente e fisiche che una cosa del genere potrebbe avere su Edward e Jasper, in caso di uno scontro. Io probabilmente perderei il mio amato, Bella il suo.
Perché nonostante questo immenso casino, Jasper ed Edward restano i nostri amati. E’ scritto, e sarà così per sempre.
Ho il mio motivo, ed è Renesmee. E’ arrivata ed ha portato finalmente la luce completa in questa casa: è radiosa, è bellissima, è perfetta. Chi sono io per rovinarle l’esistenza?
Forse temo solo che parlando potrei scatenare l’inferno, venirne risucchiata e perdere tutto ciò che ho. Forse sono soltanto ipocrita.
Poco importa. Bella e Rose hanno protetto la bambina quando non era neppure nata; Jacob e il resto dei lupi l’hanno protetta contro i Volturi.
Io lo faccio ora, e continuerò a farlo.
“Sei masochista, davvero”. Rose s’infila una maglia diversa ed un altro paio di pantaloni, più sportivi.
“Forse hai ragione” le dico, sospirando.
“Quindi non ne parlerai con Jasper? Continuerai a far finta di nulla? Niente sono delusa… mi hai preso in giro? Niente di niente?”.
“No, per ora no”.
“E se dovessi avere un’altra visione?”.
“Ci penserò in quel momento” dico, e mi sollevo dal letto per andare al fiume.
“Alice, posso farti una domanda?”. Il suo tono traduce un certo disagio, misto alla curiosità.
“Certo”.
“Tu sai che lui la ama… come… come fai? Come riesci a…?”
Inspiro quanta più aria possibile e le sorrido, come a rassicurarla. “Mettiti nei miei panni: riusciresti ad abbandonare Emmett? Tu lo hai salvato, Rose; un po’ come io ho salvato Jasper. Riusciresti ad abbandonarlo?”
Ci riflette per qualche secondo, il tempo di infilare gli stivali che di solito usa per andare a caccia: ha cambiato idea circa l’esplorazione con Nessie e gli altri. Non trova una risposta, mi guarda perplessa.
Mi avvicino e le poso una mano sul braccio. Sorrido di nuovo. “Su, o faremo tardi”. Non riesce a capire, è impossibile per lei. Poco importa.
Usciamo nel corridoio, e insieme scendiamo al piano di sotto. Emmett e Jasper ci attendono alla porta.
Gli vado incontro e gli prendo la mano. “Andiamo?” dice.
“Andiamo” gli faccio eco.
Si dice che prima o poi tutti i nodi vengano al pettine.
Non sarà questo il caso.
Appendice N. 3
Seattle
Da qui si vede tutta la città: i grattacieli, lo Space Needle, i fiumi di auto che si fanno spazio nel traffico del tardo pomeriggio. Uomini e donne tornano a casa dalle proprie famiglie, pronti per la cena e per una tranquilla serata sul divano, magari a guardare la tv.
Il cielo di fronte a me è grigio, macchiato di nuvole ancora più grigie. Avverto l’odore della pioggia, sta per cadere.
Non me ne preoccupo, in fondo sono al chiuso della mia auto, in un posto isolato, in cui nessuno può vedermi o cercarmi. Seattle, un luogo che qualche anno fa è stato teatro di efferati crimini commessi da vampiri come me… ripenso a quanto accaduto e non posso fare a meno di sorridere.
Ne è passato di tempo, ne sono successe di cose.
Il rumore dell’auto che si avvicina è lieve ed ovattato, ma riesco a percepirlo chiaramente: i miei sensi mi aiutano sempre.
Un brivido lungo il collo e mi sporgo verso lo specchietto retrovisore. L’auto accosta, affiancandosi alla mia, e si ferma.
Con un sorriso quasi compiaciuto, apro la portiera e mi alzo dal sedile, proprio mentre una minuscola goccia d’acqua mi cade sul naso.
Resto ferma accanto alla mia vettura, in attesa che lui faccia lo stesso. Spegne il motore e in meno di un decimo di secondo è al mio fianco. Con gli occhi mi dona un sorriso speciale, calmo e allo stesso tempo eccitato.
“Ciao.”
“Ciao”. Gli faccio eco, e la sua voce sembra ancora una volta più melodiosa della mia.
Altre gocce d’acqua mi cadono sulle mani, sulle guance, sui capelli.
Le ignoro e prendo a camminare, fino a qualche metro prima dello strapiombo che mette fine al belvedere. Alzo gli occhi e il viso al cielo, lasciando che l’acqua mi tocchi, che mi scivoli sulla pelle fredda.
Lui mi raggiunge senza alcun rumore, e mi prende per mano.
Mi scosta i capelli umidi dal collo e lo bacia, con delicatezza. Chiudo gli occhi, sospirando. Gli accarezzo i capelli morbidi e lo trattengo a me, inclinando la testa.
La pioggia prende corpo fra le nuvole e ricade sull’erba, sui nostri vestiti, sulle auto. Ci sfiora e ci avvolge in pochi secondi, fitta e gelida.
Fa da collante alle nostre bocche, che si ritrovano dopo molto, troppo tempo. Si insinua nel colletto della sua camicia assieme alla mia lingua. Si posa sulla mia schiena, seguita dalle sue dita.
Ci ritroviamo in ginocchio sul prato, verde e bagnato; mi bacia ogni parte del viso, tenendomi stretta a sé, come se potessi andar via. Rispondo ad ogni suo movimento con altrettanta passione, trasporto.
Troppo tempo, troppo.
Scivoliamo sull’erba mentre in cielo un fulmine squarcia il grigio scuro delle nuvole. Stacco per un attimo le labbra dalle sue, e con l’indice gli disegno il profilo del viso. Come i miei, i suoi capelli sono completamente bagnati e mille gocce d’acqua continuano a bagnarli.
Mi accarezza i fianchi, assaporando con lo sguardo ogni singolo centimetro del mio corpo. Potrebbe… vorrebbe strapparmi i vestiti in un colpo solo, lo so.
Però mi accarezza con delicatezza, trattiene l’eccitazione e si concede un lievissimo ruggito.
Vederlo così trattenuto mi eccita, non posso negarlo. Gli tolgo la camicia, aprendola bottone per bottone. Con un movimento ben calcolato, riesco a portarmi su di lui, lasciandolo con le spalle a terra. Allarga le braccia, passandole sul terreno bagnato e sprigionando mille profumi, mille odori che mi solleticano i sensi.
“La pioggia…” sussurra. Un umano non si sarebbe neppure accorto del movimento delle sue labbra.
Ricopro di baci il suo petto di marmo, concedendomi di morderlo proprio dove piace a lui, sulla cicatrice più grande. Il ruggito aumenta di volume e stavolta non è solo: c’è anche il mio, più contenuto e meno rumoroso del suo.
Accarezzandogli il viso con una mano, mi avvicino al suo orecchio lentamente. Gli mordo il lobo, fresco… e ne succhio qualche goccia d’acqua.
Geme di piacere. “Bella…”
“Sì?”
“Non resisto… è troppo… troppo tempo, troppo”. La voce quasi gli si incrina dalla frustrazione, e posso ben capirlo.
“Allora non resistere più” dico io, sollevandomi su un gomito quel tanto che basta per potergli mostrare un sorriso.
Non se lo lascia ripetere due volte: con entrambe le braccia mi avvolge e mi bacia con uno di quei baci che toglierebbero il respiro ad un umano. Per circa tre minuti non si stacca da me, continuando a baciarmi.
I nostri vestiti fatti a brandelli cadono poco distanti da noi, inzuppati d’acqua.
Su Seattle cala la notte, e la pioggia continua a bagnare i nostri corpi: le mani di Jasper scivolano sulla mia pelle aiutate dall’acqua, assieme ad essa… fresche e veloci, eccitate e meticolose.
Indugiano sul seno, accarezzandolo e stringendolo con fermezza. Ne bacia i contorni, e si sofferma per qualche minuto a solleticarne la punta con la lingua. Gli stringo i capelli, trattenendolo ancora una volta ben saldo.
Le gocce d’acqua gli scorrono sulle spalle e creano numerosi giochi di luce sullo strano colore delle cicatrici. Mi abbraccia la vita e mi ricopre di baci, famelico.
L’odore di terra bagnata mi riempie le narici, i fili d’erba che sento sul corpo mi solleticano tutta, eccitandomi ancora di più.
E’ eccitato anche lui… riesco sono solo a percepirlo, ma anche a vederlo a sentirlo.
E ciò che vedo e sento è come carburante per il mio ruggito. Sorride, quando si rende conto che sono in fiamme almeno quanto lui.
“Ti sono mancato?” chiede. Le sue dita seguono il percorso che le gocce d’acqua disegnano sulla mie natiche. Me le stringe, portandomi a cavalcioni su di sé.
Non riesco a trovare le parole per rispondergli, e lascio che sia un altro ruggito eccitato a farlo per me.
Mi sento completamente in preda ai sensi, libera e totalmente disinibita.
Un altro fulmine illumina il cielo nero, e mentalmente conto i secondi che ci separano dal tuono, calcolando più o meno la distanza.
Lo accolgo in me proprio mentre il tuono si scaglia sulle nostre teste, fragoroso e impetuoso.
I nostri gemiti si mescolano al rumore della pioggia che cade, e i movimenti dei nostri bacini diventano via via più veloci.
E’ meraviglioso… è perfetto. Per quanto mi sforzi, non riesco a stargli lontana, non posso stargli lontana. Non voglio stargli lontana.
“Devi.”
“Ah!!!” è il mio grido di spavento. Dannazione.
“Devi stargli lontana. Non importa quello che dice il tuo corpo. Devi piantarla con questa storia.”
Zafrina è seduta accanto a me su una delle altalene del bosco. Le ha costruite lei stessa per Renesmee, ma in questo momento mia figlia è a caccia con Jacob, per cui ci siamo noi ad occuparle.
La mia carissima amica amazzone mi guarda con occhi circospetti, temendo di avermi trattata male.
Ha ragione, so che ha ragione. C’è un motivo per cui io e Jasper abbiamo smesso di vederci di nascosto, e quel motivo è Alice. Secondo Jasper lei sa, tutto. E negli ultimi mesi è diventato molto più sospettoso ed inquieto.
A nulla è valso il mio potere, a nulla sono valse le mie rassicurazioni sul fatto che Alice non sapesse nulla. Mi ha chiesto di non vederci più, mi ha imposto di non cercarlo più.
Ma non posso evitare di ripensare ai nostri incontri, non posso evitare di pensare a noi. E’ come un tarlo che mi mangia l’anima, è come un piccolo tarlo che scava dentro di me giorno dopo giorno.
Cerco di metterlo a tacere con i ricordi, col senso di colpa (che però non mi appartiene) e con i sogni ad occhi aperti che Zafrina mi regala.
E’ l’unica a sapere, ammesso che Alice non conosca davvero tutta la verità.
Non so neppure perché gliene ho parlato, ma penso che la ragione sia da imputare al fatto che Zafrina qualche anno fa mi ha fatto un meraviglioso regalo, proprio assieme a Jasper.
E’ tutto così assurdo. Mi sento come una ragazzina mollata dal fidanzato, che cerca disperatamente un modo per tornare da lui. E’ tutto senza senso, e Zafrina ha ragione. Devo piantarla. Devo piantarla anche con i sogni ad occhi aperti.
“Hai ragione, scusami per aver abusato di nuovo della tua cortesia”. Mi sento un po’ in colpa verso di lei.
“Tranquilla, Bella. Hai un marito meraviglioso, una figlia adorabile… concentrati su di loro. Vedrai che il resto passerà molto presto in secondo piano”. Mi sorride col suo sorriso genuino e pieno di bontà.
Edward, Renesmee… riempiono la mia vita e riempiranno la mia eternità.
Ma Jasper… Jasper è… Jasper è Jasper.
No, devo dimenticare. Dimenticare, cancellare, devo smetterla.
Nello stesso momento…
Al diavolo tutto. Al diavolo Alice, al diavolo Edward, al diavolo tutti. Gli umani nelle mie condizioni dicono spesso “Ho solo una vita, devo godermela al meglio”. Io quindi, che di vite ne ho vissute decine e decine e ne vivrò altre decine e decine cosa dovrei fare? Accontentarmi? Appassire come un fiore che non riceve più acqua? Morire dentro finché qualcuno deciderà di farmi morire definitivamente?
No, non posso. Non voglio.
Al diavolo tutto e tutti.
Digito i tasti del cellulare e scrivo l’sms per Bella in meno di un secondo. Lo invio e inizio a pregare che risponda, e che lo faccia in fretta.
Lo fa dopo 43 secondi.
“Ok”.
Sorrido al display e prendo le chiavi della macchina, avviandomi al garage.
31. Ultimo Capitolo
Edward
“Hai fatto?”
“Sì. Arrivo.” Ripiego la lettera in tre punti e la infilo nella busta bianca. Afferro la valigia e mi dirigo verso l’ingresso, fermandomi nella camera di Nessie. Con gli occhi percorro l’intera stanza, soffermandomi sulla scrivania piena di libri e quaderni, sullo spartito su cui io e mia figlia ci divertiamo a scrivere e comporre. Appoggio la busta accanto alla sua penna preferita, quella con cui si diverte a correggere le mie melodie. Se potessi piangere, lo farei. Decido invece di voltarmi, di mettere fine a questo strazio nel più breve tempo possibile.
“Hai preso tutto?” Alice mi aspetta con la sua valigia fra le mani, immobile davanti casa.
“Le cose che ho in questa valigia contano poco, Alice. Sai bene che tutta la mia vita rimarrà qui.”
“Cerca di non essere melodrammatico; andrà tutto bene,” dice. “L’idea di partire non piace neppure a me, ma sai che non possiamo tornare indietro.”
Vorrei tornare indietro invece. Vorrei farlo adesso. Vorrei tornare al giorno in cui Bella ha festeggiato il suo compleanno, e ricominciare da lì. Se solo potessi riavvolgere la mia vita fino ad allora…
“Edward, allora?” L’insistenza di mia sorella mi riporta alla realtà. Alla paura. Al terrore. Mi sento come colui che – appeso ad un filo sottilissimo – inizia a tagliarlo. Manca poco alla caduta, manca poco al baratro.
Chiudo dietro di me la porta di casa, sospirando. “Sono pronto. Possiamo andarcene.”
Bella
Port Angeles. Hotel Red Lion. Camera 282. La luce proveniente dalla porta della camera mi dice che Jasper è già lì. Mi sta aspettando, come la prima ed ultima volta che siamo stati qui.
Tesa, intreccio le dita delle mani mentre a passo spedito mi dirigo lungo il corridoio.
Sai già come andrà a finire. Una volta oltrepassata la soglia della porta, ti ci vorrà meno di un minuto per ritrovarti nel sogno ad occhi aperti di Zafrina.
Ignoro il lato della mia mente che mi impedisce di essere razionale, e mi concentro sulle parole della mia amica amazzone. Edward, mia figlia. La mia famiglia. E’ tutto ciò che conta, tutto ciò che è importante.
Raggiungo la porta, inspirando profondamente prima di bussare.
Jasper
Se avessi un cuore, questo sarebbe il momento in cui proverebbe ad uscirmi dal petto. Ha accettato di vedermi, qui. Ha accettato di restare da sola con me in una camera provvista di letto. Mi sento come un ragazzino di quindici anni.
Sei idiota come un ragazzino di quindici anni, ecco cosa sei.
Apro la porta cercando di mascherare il tremore che ho alle mani. Chissà se anche lei è tesa come lo sono io.
“Ciao,” le dico con un filo di voce. E’ bellissima. I suoi capelli, la sua pelle delicata e morbida, i suoi occhi ora uguali ai miei.
“Ciao,” risponde, abbassando lo sguardo e oltrepassando l’ingresso.
Non posso saltarle addosso. Non posso saltarle addosso. Non posso saltarle addosso.
“Dobbiamo parlare,” è tutto quello che riesco a dire, come un razzo.
“Sì, Jasper. Dobbiamo parlare.”
Emmett
“Pensi che sarò un buon padre, Rose?”
Mi sento insicuro. Perché proprio io? Carlisle è il più adatto per questa cosa, maledizione, è padre da secoli! Invece hanno scelto me. Maledizione. Maledizione. Maledizione.
“Certo che lo sarai. Imparerai ad esserlo, come ogni padre.”
Bella
Devo essere forte. Devo farlo per Edward. E deve esserlo anche Jasper, per Alice. Poco importa il luogo in cui ci troviamo, poco importano i miei istinti. Poco importa il desiderio che leggo nei suoi occhi. Dobbiamo parlare.
“Non siamo due ragazzini, Jasper. Se ci siamo comportati da ragazzini in passato… beh, è giunto il momento di comportarci da adulti.” Mi volto verso l’ampia vetrata che circonda una delle quattro pareti. Evitare di guardarlo è l’unica soluzione. “Io amo Edward. Io appartengo ad Edward… sì, appartengo è il verbo giusto. Gli appartengo da sempre, e ciò che… quello che sento per te… quello che vorrei… beh, non ha importanza. Non deve avere alcuna importanza per me.”
Si avvicina fino a raggiungermi alla spalle, appoggiando entrambe le mani sulle mie braccia. Le sfiora con delicatezza, rimanendo in silenzio per quella che mi sembra un’eternità. Chiudo gli occhi ed aspetto che parli, o che il pavimento si apra, inghiottendomi. Il suo tocco mi avvolge, accendendo milioni di scintille che mi riscaldano dalla testa ai piedi. No, non posso, devo resistere.
“Bella…” sospira profondamente. Come ad arrendersi alle mie parole, o forse ai suoi stessi pensieri, appoggia la fronte sulla mia spalla. L’ennesimo contatto fra i nostri corpi è come benzina sul fuoco per me. “Bella… non riesco a smettere di amarti, di desiderarti, di sognarti. Non riesco a smettere… non so come fare… non so cosa fare.”
Se ne fossi capace, piangerei. Ogni sua parola mi colpisce come una lama affilata, lasciandomi pietrificata. Smetto di respirare. Serro gli occhi sperando di dimenticare ciò che mi ha appena detto. Lui resta immobile, con la fronte china su di me. Ha smesso di respirare, come me.
Jasper
Idiota, ridicolo, stupido. Ecco cosa sei. E patetico, sei decisamente patetico.
Riprendo a respirare e mi allontano da Bella, soffrendo quasi del distacco dei nostri corpi. “Parlami per favore. Dì qualcosa.”
“Jasper… ciò che provo per te… quello che proviamo… è sbagliato.” Si è voltata e ora mi guarda negli occhi. I suoi sono di ghiaccio.
“E’ sbagliato ed ingiusto nei confronti di Edward, e nei confronti di Alice. Tu per primo hai deciso di mettere fine… di mettere fine a tutto. Ora questo ripensamento… io non posso… non merito… io non…” Le parole le muoiono sulle labbra chiare, coperte dal rosa lieve del rossetto. Ha ragione: sono stato io a mettere fine ai nostri incontri, a sollevare un muro altissimo fra di noi. Ho limitato i contatti con lei al minimo indispensabile, lacerandomi nell’animo ogni volta che lei e mio fratello ridevano e scherzavano assieme, desiderando come un disperato di essere io l’uomo accanto a lei di notte, cancellando dai miei ricordi il sapore della sua bocca su di me, il suono dei suoi sospiri, l’espressione di pura estasi del suo viso.
Sono stato io a mettere fine a tutto. Ed ora mi comporto come un quindicenne, patetico e ridicolo.
E’ ciò che sei.
E’ ciò che sono.
“E’ ciò che sono,” dico ad alta voce, senza neppure rendermene conto.
“Cosa?”
“Sono ridicolo, Bella. Sono ridicolo e patetico, ecco cosa sono. Non avrei dovuto mandarti quel messaggio, non avrei dovuto chiederti di venire qui. Sono ridicolo.” Prova a ribattere, ma non gliene do il tempo. “Non dire nulla, ti prego. So che è così, e non potrai farmi cambiare idea. Una parte di me, quella che su questo letto è riuscita a trattenersi il giorno prima del tuo matrimonio, sa di non meritarti. Io non ti merito Bella, lo so. Tu appartieni a mio fratello. Ma poi c’è un’altra parte di me, quella irrazionale, quella patetica e ridicola quella che qualche ora fa pregava davanti allo schermo di un cellulare che tu accettassi di vedermi, qui. E poi c’è Alice… la mia compagna. Lei non merita tutto il male che le sto facendo, che le ho fatto. Nessuno lo merita. Perdonami per averti fatto venire qui, oggi. Perdonami.”
Ignoro la smorfia di dolore che le attraversa il volto. Ignoro la ferita mai chiusa che si riapre all’improvviso dentro di me. Ignoro l’urgenza, il bisogno di stringerla a me e tenerla fra le mie braccia per sempre.
“Perdonami,” ripeto. Apro la porta ed esco, richiudendomela alle spalle. Resto fermo per qualche secondo, in attesa di qualcosa. Di qualsiasi cosa.
Idiota, stai aspettando che ti corra dietro, vero? Sei proprio ridicolo.
Bella
Guido la mia auto diretta verso casa, cercando di dimenticare quello che è appena accaduto a Port Angeles. Impossibile. Ogni parola di Jasper mi riecheggia nelle orecchie, nella testa, nel cuore. I suoi occhi pieni di dolore, i pugni chiusi mentre andava via.
Perché deve essere così difficile? Perché? Riusciremo entrambi a sopravvivere a tutto questo? Fisicamente ce la faremo, lo so. Ma i nostri cuori… i nostri sentimenti? Ho paura, ho tanta paura.
Imbocco il sentiero che porta a casa e inizio a sgombrare la mente dagli ultimi avvenimenti. Nessuno può leggermi nella mente, ma il mio viso è il più facile da leggere dei libri. Non voglio che Edward si accorga di nulla. Non voglio che mia figlia si preoccupi, che mi veda triste e sconfortata.
Mi avvicino a bassa velocità e dalla casa dei Cullen sento chiaramente provenire dei forti rumori. Come se qualcuno stesse rompendo qualcosa. Ai rumori si aggiungono delle grida.
“DOVE SONO ANDATI, ROSE!!!! DEVI DIRMELO!!!”
“Calmati Jazz, o ti farai venire un’emorragia nasale.”
“NON DIRMI DI CALMARMI!!! DOVE SONO ANDATI!????”
Parcheggio l’auto accanto a quella di Jasper, e scendo di corsa, improvvisamente preoccupata per Renesmee.
Entro in casa e cala il silenzio. Al centro del salone, Jasper e Rosalie sono a pochi centimetri di distanza. Lei è tranquilla come al solito, lui è in posizione d’attacco, completamente stravolto in viso.
“Cosa diavolo sta succedendo?” chiedo ad entrambi, notando i divani e le porte completamente distrutti e divelti. “Rosalie?”
“SONO ANDATI VIA, BELLA!!!” Il volto di Jasper è una maschera d’odio.
“Chi? Chi è andato via?!” Non riesco ancora a capire.
“Bella.” E’ Rose a parlare, venendomi incontro e appoggiandomi una mano sul braccio. “Credo che tu debba andare a casa tua. Edward ha lasciato una lettera in cui spiega tutto. Vai.”
A rallentatore, le parole di Jasper e quelle di Rosalie iniziano a prendere forma nella mia mente.
Sono andati via. Edward ha lasciato una lettera.
Mi ritrovo all’esterno della casa senza neppure rendermene conto, diretta verso la casetta nel bosco, come un robot. Calpesto le foglie umide e davanti agli occhi ho un’immagine del passato, lontana, sfocata ma ugualmente viva e dolorosa: è l’immagine di Sam che mi raccoglie da terra, dopo le ore trascorse alla ricerca di Edward.
Sono andati via. Edward è andato via.
Di nuovo.
Renesmee
“Jacob, non far cadere le briciole sul divano… lo sai che a mamma dà fastidio quando…”
Oh, una lettera per me!
Scommetto che è una nuova caccia al tesoro organizzata da papà.
Vincerò io stavolta… chiederò a zio Emmett di imbrogliare meglio… non come l’altra volta, quando ha… oh, non è una caccia al tesoro.
Piccola mia… io e zia Alice… non vorrei farlo, ma… la tua mamma dovrà… zio Emmett e zia Rose si occuperanno di te… sei la cosa più bella di tutta la mia… ci rivedremo presto… te lo prometto.
Papà… perché sei triste? Dove sei andato? Perché non mi hai portata con te e zia Alice?
“Renesmee! Oh, amore… vieni qui, piccola.” Ecco, c’è la mamma. Lei saprà sicuramente dov’è andato papà.
“Mamma… dov’è andato papà? Perché non siamo andate con lui e zia Alice?”
Edward
“A che ora abbiamo il volo?”
“Mancano tre ore. Saremo a Nairobi a notte fonda. Ho pensato a tutto; rilassati, Edward.”
“Come faccio a rilassarmi, Alice?”
“Fallo e basta. Fidati di me. Le mie visioni non ci hanno mai traditi.”
by Stupid Lamb



